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Archivio Luglio 2006

Sul Wall Street Journal "pizzino" di Montezemolo a Prodi

31 Luglio 2006 Commenti chiusi

(Ansa) MONTEZEMOLO: MAGRO BILANCIO DEL GOVERNO, ANCORA NON VEDO SFORZI
ROMA – “In questi due mesi non ho visto un solo reale sforzo di riduzione della spesa. E allo stesso tempo le tasse sulle imprese sono aumentate”. Il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, lo ha detto in una intervista al Wall Street Journal, che interpreta così le sue dichiarazioni: “Un primo bilancio di quanto il governo ha fatto, e di ciò che potrebbe fare nel futuro, è magro”.

Montezemolo, indica il Wsj, ha detto che le costanti liti interne tra i nove partiti che compongono la coalizione di governo dimostrano che “la coesione politica è debole”, facendo così venir meno le speranze che cambiamenti significativi possano essere ottenuti in tempi brevi. Parti del governo, ha detto, “sembrano avere poco senso del mercato e scarsa considerazione per il ruolo delle imprese”.

Quanto al decreto sulle liberalizzazioni, ha detto Montezemolo, “é stato un primo, timido passo verso qualcosa di essenziale per la futura crescita di questo Paese. Credo che, a causa delle sue divisioni interne, per il governo sarà molto difficile portare avanti le liberalizzazioni più importanti”.

“Il crescente disincanto all’interno della comunità degli affari per i primi mesi di governo del premier Romano Prodi – scrive il Wall Strette Journal – sta sollevando dubbi sul fatto che Roma sia capace di portare a termine i suoi due principali obiettivi di promuovere la crescita economica e di tagliare allo stesso tempo la spesa pubblica, dice Luca Cordero di Montezemolo, capo della potente lobby imprenditoriale Confindustria”.

Il quotidiano si sofferma sulle “promesse di abbassare le tasse e di tagliare la spesa” che “devono ancora essere mantenute”; sul rischio di un downgrade da parte delle agenzie di rating che “renderebbe ancor più costoso pagare gli interessi dello schiacciante debito italiano”; e sulle prime misure sul fronte delle liberalizzazioni:”Nel tentativo di placare le proteste, il governo ha cassato parte del decreto sui taxi, sollevando dubbi sul fatto che la spinta necessaria a portare avanti altre liberalizzazioni in settori più rilevanti, come quello dell’energia, si fosse già indebolita”. E rileva: “La crescente frustrazione di Montezemolo significa che potrebbe venir meno l’appoggio di una nutrita costituente sulla quale Prodi contava per far passare difficili provvedimenti per la ripresa economica. Già appesantito da una risicata maggioranza al Senato, dalla crescente opposizione dei potenti sindacati italiani e da una coalizione litigiosa – scrive ancora il Wall Street Journal -, Prodi ha bisogno di tutto il supporto possibile”.

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Guerra in Libano e quotazione del petrolio

30 Luglio 2006 Commenti chiusi

Un interessante video tratto da www.adessobasta.it.
Clicca sul link qui sotto per vedere il video.
Riferimenti: Massacro israeliano in Libano

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Epifani: autunno a rischio per Prodi. Il testo dell’intervista

30 Luglio 2006 Commenti chiusi

(Repubblica) Intervista al segretario della Cgil Epifani
“E’ sulla Finanziaria che Prodi può cadere”
“Dal governo luci e ombre
il nostro sì non è scontato”
“Bene la manovra e le liberalizzazioni, ma con le fibrillazioni
della maggioranza l’autunno che sta arrivando è a rischio”
di ROBERTO MANIA

“Dal governo luci e ombre: il nostro sì non è scontato”

ROMA – “C’è il rischio che il governo Prodi scivoli sulla Finanziaria”. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, non si nasconde dietro confortevoli ottimismi. Sa bene che il futuro della maggioranza di centrosinistra si gioca tutto in autunno, su quei 35 miliardi di euro necessari per il risanamento dei conti pubblici e per rilanciare lo sviluppo. Perché è lì che le divisioni tra i partiti eterogenei della coalizione affioreranno di nuovo con prepotenza di fronte agli interessi che ciascuno rappresenta, molto più che sull’indulto o sulla missione militare in Afghanistan. Né – aggiunge – è possibile immaginare che dal sindacato, e in particolare dalla Cgil, arrivi la ciambella di salvataggio: “Il nostro sì non è scontato. Dipende dalle decisioni che saranno prese. Ci vuole equità. E, ribadisco: il sentiero è strettissimo”.

Come giudica l’azione del governo fino ad ora?
“Ci sono luci ed ombre. Le luci sono il carattere della manovrina di aggiustamento con cui si sono colpite l’elusione e l’evasione fiscale. Bene anche le liberalizzazioni e le misure per gli immigrati. Luci, ancora, nel cambiamento di politica estera che con la conferenza di Roma ha riportato il nostro Paese a giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale”.

E le ombre quali sono?
“Mi aspetto che si faccia di più nella lotta alla precarietà del lavoro. E poi, ci sono le grandi difficoltà interne alla maggioranza. Le rivalità, gli scavalcamenti, le continue fibrillazioni. Un quadro esaltato dal fatto che al Senato l’Unione prevale per pochi voti”.

Come pensa che una maggioranza così esile possa affrontare una prova dura come quella della Finanziaria?
“Sarà il vero banco di prova per la maggioranza: o si unirà e troverà nuovo slancio per proseguire, oppure entrerà in sofferenza”.

Sta dicendo che in autunno Prodi si gioca il suo futuro?
“Sì, secondo me è così”.

Fino al rischio di una crisi?
“Certo. Vedo il rischio di una crisi sulla Finanziaria perché con gli interessi che tocca è il terreno sul quale prevalgono le logiche di parte più che quelle di coalizione”.

Non crede che molto dipenderà dalla leadership che Prodi sarà in grado di esercitare sugli alleati?
“Dipenderà da tutti. Anche dal modo con il quale si svolgerà il dialogo tra governo, parti sociali ed enti locali. Per questo è importante che sia stata prevista a Palazzo Chigi una “cabina di regia” molto forte”.

Il segretario della Cisl Bonanni sostiene che la Cgil sia prigioniera della logica del “governo amico” e che con Prodi eviterà qualsiasi scontro dopo aver fatto sei scioperi contro Berlusconi. Come risponde?
“Che è un giudizio ingeneroso e che non corrisponde al vero. Tant’è che con la Cisl e la Uil stiamo lavorando unitariamente. La Cgil non soffre di alcuna sindrome del governo amico. Negli anni abbiamo maturato un’idea di autonomia che ci pone al riparo da simili rischi. Per noi conta il merito e se il governo non fa le cose bene, seguendo il programma e il mandato degli elettori, il sì della Cgil non è scontato”.

La Cgil dice di condividere l’analisi e le preoccupazioni del ministro Padoa-Schioppa. Però sulle terapie alza le barricate: nessun taglio a pensioni, sanità, pubblico impiego. Non è una contraddizione?
“Intanto la parola “tagli” andrebbe cancellata dal linguaggio del governo. Il processo di risanamento passa attraverso una politica fiscale nel segno dell’equità che restituisca il drenaggio fiscale ai lavoratori e ai pensionati, che faccia pagare a chi elude o evade, che ripristini la progressività nell’imposizione e la tassa di successione sui grandi patrimoni, che alzi il prelievo sulle rendite finanziarie. Poi i risparmi vanno collegati a politiche di riforme che affrontino tutti i problemi aperti nella sanità, nell’istruzione, nella previdenza, valorizzando il lavoro pubblico. Solo così si possono dare risposte alle attese di quella grande parte del mondo del lavoro che ha votato il programma del nuovo governo”.

Quindi non esclude che si possano ritoccare i coefficienti di trasformazione delle pensioni, come previsto dalla riforma Dini?
“Il dibattito sulle pensioni si è concentrato tutto sui coefficienti e sul cosiddetto “scalone”, ma si ignorano altri aspetti. Per esempio l’inaccettabile situazione del fondo dei dirigenti d’azienda. Il governo di centrodestra decise, contro l’opinione dei sindacati, di farlo entrare nell’Inps per la montagna di deficit che aveva accumulato. Ora quel fondo ha un passivo di circa 1,5 miliardi. Bene, sa chi paga le pensioni dei dirigenti di impresa? I lavoratori dipendenti e gli atipici. Questa è un’emergenza e per questo si deve pensare a nuove forme di solidarietà da parte delle imprese o dei dirigenti. Nella previdenza la lotta ai privilegi non è ancora terminata. Per il resto, sappiamo bene che c’è un problema di equilibrio tra generazioni che va affrontato perché i giovani pagano troppo per le basse pensioni che sono destinati a ricevere”.

Pensa che il governo debba proseguire nelle liberalizzazioni nonostante la protesta delle categorie?
“La Cgil è totalmente d’accordo con Bersani. Ci sono settori cresciuti con l’idea di essere intoccabili, dei feudi corporativi senza concorrenza. Così, mentre i salari non aumentavano i costi per i servizi hanno continuato a farlo. Il governo deve andare avanti anche perché non si possono accettare forme di ribellismo, come quella dei tassisti e dei farmacisti, entrambe strumentalizzate dalla destra. Detto ciò, penso che il governo abbia sbagliato nel metodo. Bisognava fare alla rovescia: prima il confronto e poi la decisione. Non vorrei che con il sindacato si adottasse lo stesso criterio”.

A proposito di metodo: non crede che il sistematico ricorso al voto di fiducia stia esautorando il Parlamento dalla sua funzione legislativa?
“Purtroppo sono i numeri al Senato che impongono il voto di fiducia. Questo però restringe il confronto democratico. Anche qui, non posso nascondere la mia preoccupazione per eventuali provvedimenti presi dal governo su interessi che rappresenta il sindacato e che potrebbero essere approvati senza discussione”.

La via d’uscita potrebbe essere un allargamento della maggioranza. La Cgil sarebbe favorevole?
“La Cgil è affezionata ad un’idea matura del bipolarismo; crede che ci si debba confrontare su offerte politiche alternative e che chi vince abbia il dovere di governare. Insomma, se il governo cade si deve tornare al voto. Piuttosto è necessario rendere più coeso il profilo della coalizione. Pensi all’indulto: è legittimo che ciascuno abbia su un tema così delicato la sua posizione (la Cgil, ad esempio, ha chiesto di derubricare i reati sulla sicurezza del lavoro), ma anche qui è il metodo che non va bene. Non ci possono essere ministri che si dicono favorevoli allo sciopero generale e altri che si tolgono per un giorno la giacca ministeriale per poi rimettersela”.

Le nomine nelle aziende pubbliche: la designazione di Fabiani al vertice delle Fs è stata bloccata dalla Margherita. Sta tornando la vecchia lottizzazione o non c’è nulla di nuovo?
“Penso che aziende come le Ferrovie e l’Alitalia non possano restare nell’incertezza. Cambiare i dirigenti è condizione necessaria ma non sufficiente. Penso in particolare all’Alitalia: nemmeno se ci fosse uno come Marchionne al posto di Cimoli le cose andrebbero subito a posto. L’Alitalia si sta spegnendo, tra sei mesi rischia di non avere più risorse. Ci vuole una soluzione transitoria che le permetta, dopo essere stata rilanciata sul piano industriale, di negoziare alla pari un’alleanza internazionale”.

Ha parlato di Marchionne. Anche lei come Bertinotti ne auspica uno nella politica?
“No, ha fatto molto bene alla Fiat ma in politica non si può affidare tutto ad un uomo solo. Forse ci vorrebbero tanti Marchionne in tutta la classe dirigente”.

(30 luglio 2006)

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Crisi di Governo da destra o da sinistra? Non è indifferente

30 Luglio 2006 Commenti chiusi


Con l?intervista di oggi a Repubblica Guglielmo Epifani rompe un tabù. Se Prodi proporrà una finanziaria che non si pone sul sentiero dell?equità sociale la Cgil non darà il sangue per evitare la crisi di governo. Tradotto. La più grande organizzazione sociale della sinistra dice che si può far cadere il Governo se questo colpisce gli interessi dei lavoratori. Non è cosa da poco. Perché con questa osservazione è possibile guardare in modo nuovo alla ripresa della stagione politica.

La macchina organizzativa per far saltare o ridimensionare Prodi ormai è avviata. Non è più possibile far finta di non vedere. Del resto come si spiega lo strappo di Bertinotti sull?allargamento della maggioranza se non come il disperato tentativo di non farsi tagliare fuori e rigettare all?opposizione (pagando il consueto tributo di parlamentari all?Ulivo)? Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa campeggiavano già tabelle coi calcoli delle possibili maggioranza alternative. A questo punto vi sono solo due incognite:
1)se le larghe intese si realizzeranno attraverso un semplice allargamento della maggioranza o attraverso una Grande coalizione modello tedesco. Quest?ultima ipotesi mi sembra ancora quella più funzionale a imbrigliare le contraddizioni del quadro sociale e politico e quindi la più probabile;
2)se il Governo cadrà (o subirà una modifica dei propri assetti interni) da destra, come risultato di un compromesso sociale tra grande capitale e classe media a danno del lavoro dipendente e della piccolissima impresa e per opera dell?ala più moderata dell?Unione, oppure se la crisi di governo verrà sull?onda di una mobilitazione sociale dei lavoratori e dei settori popolari chiamati a pagare un tributo di 35 miliardi di euro da Padoa Schioppa.

E? evidente che, tra un rimescolamento delle carte e/o una caduta anticipata del Governo gestita da pezzi di borghesia italiana (ed europea) e una sconfitta del Governo sul terreno della politica sociale e per opera della piazza, la prima ipotesi rafforzerebbe la prospettiva di un?egemonia moderata nel nostro paese, la seconda rilancerebbe al contrario un possibile disegno egemonico del movimento operaio e scaricherebbe tutto il peso della crisi sul gruppo dirigente della sinistra moderata. Quindi non c?è dubbio che ? accantonata l?ipotesi di scuola di un?improvvisa sterzata riformatrice a sinistra dell?esecutivo, di cui mancano non soltanto la volontà ma anche le risorse materiali (a meno di non andare a colpire pesantemente rendite e capitale) ? tra le ipotesi residue, cioè le due accennate sopra, l?estrema sinistra dovrebbe lavorare per quella che rafforza i propri settori sociali di riferimento. Da questo punto di vista continuo a ritenere che sia centrale riflettere su una piattaforma sociale e politica per l?autunno che
1)rompa il fronte tra grande capitale e classe media, disarticolando quest?ultima e cercando di attrarre quei settori di microimpresa, artigianato, ceto professionale di provenienza popolare che oggi vivono sempre più sulla propria pelle la perdita di uno status di privilegio e sperimentano condizioni di vita sempre più precarie e analoghe a quelle del lavoro dipendente (una battaglia che tra l?altro potrebbe mettere in crisi una Cgil schiacciata sul patto consociativo con Confindustria);
2)saldi la lotta contro la politica sociale ed economica dell?Unione a quella contro la sua politica estera e militare, che ne rappresenta soltanto la conseguenza sul piano della geopolitica.

In questo senso credo che da settembre si giochi una partita che avrà un peso non secondario nell?imprimere un indirizzo alla traiettoria della sinistra italiana e ? di conseguenza ? al futuro del movimento operaio e dei ceti popolari del nostro paese. In un quadro internazionale che vive dinamiche analoghe e che può da una parte esercitare un?influenza sulla situazione italiana e dall?altra riceverne un beneficio importante.

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Bertinotti apre a Follini. Da Marx a Marchionne

29 Luglio 2006 Commenti chiusi

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA «PER POTER COSTRUIRE UNA SVOLTA SERVE UN NUOVO IMPEGNO, UNO SCATTO»
Bertinotti: «Più coraggio, la crisi non ci sarà
In politica ci vorrebbe un Marchionne»
29/7/2006
Intervista di Ugo Magri

ROMA Non sarà Fausto Bertinotti a impedire che la maggioranza si allarghi. Anzi: se qualche moderato vuole unirsi, sia il benvenuto. Purché tutto avvenga alla luce del sole, senza astuzie di basso profilo. Il governo non rischia la crisi, ma la politica deve innalzarsi di tono poiché, spiega il presidente della Camera, «si stanno realizzando buoni obiettivi con cattivi spettacoli».

Si riferisce alla battaglia sull?indulto?
«Quando ho saputo che i detenuti nelle carceri hanno salutato il voto della Camera con un applauso io mi sono emozionato. Abbiamo fatto qualcosa per gli ultimi di questa società. Contemporaneamente, ero reduce da sedute della Camera in cui risultavano evidenti strumentalismo, mancanza di compostezza, conflitti portati per interposto problema…».

Che cosa l?ha colpita?
«La differenza tra il clima di oggi e quello che si respirava quando Giovanni Paolo II chiese un atto di clemenza. Leggo l?editoriale di Michele Ainis sulla Stampa: ?Cosa impediva alla maggioranza di governo di avanzare fin da subito una proposta più limpida e coerente, girando sul centrodestra la responsabilità di non votarlo??».

Risponda lei, presidente.
«Se la proposta fosse stata avanzata dal centrosinistra, l?indulto non si sarebbe fatto. Avremmo avuto facile gioco nel mostrare la responsabilità dell?opposizione, ma la popolazione carceraria ne avrebbe pagato le conseguenze. Io invece penso che la politica debba tornare importante in quanto assume come stella polare la soluzione dei problemi. Quindi si è andati in Paramento a cercare, in maniera trasparente, l?intesa. Quale? Quella possibile per realizzare l?indulto. Il minimo comune denominatore».

Non rischia di essere una politica senza principi?
«Esattamente il contrario. Questa è una politica di alti principi. In quanto vuole affrontare una condizione carceraria inumana, inaccettabile, incompatibile con uno Stato di diritto».

E allora perché passa il messaggio di Di Pietro sui corrotti che avranno lo sconto di pena?
«Perché sull?indulto, come su altri aspetti, le forze riformatrici non hanno ancora individuato i livelli del compromesso dinamico da perseguire nella politica del governo. Un compromesso finora più annunciato che costruito, senza dispiegare nella società civile una presenza capace di sostenerlo, di farlo comprendere con una forza perfino pedagogica».

Lei come se lo spiega?
«Le forze riformatrici sono state più impegnate a realizzare la discontinuità col governo Berlusconi che a discutere su come concretamente realizzare il programma. E? mancato un coinvolgimento partecipato, il testimone è passato direttamente dai movimenti al governo».

Ne critica l?azione?
«Ripeto: gli atti sono buoni. Prendiamo le scelte internazionali. Vedo un cambiamento della collocazione geo-politica dell?Italia, un riposizionamento strategico. Siamo passati da una sostanziale subalternità agli Usa a un rinnovato protagonismo in chiave europeista, rivolta al Mediterraneo, dentro una politica di pace».

Sennonché…
«Invece di farne un elemento propulsivo, si è aperta una contesa a sinistra sulla missione in Afghanistan».

Cosa è mancato?
«La coscienza del respiro strategico di quanto si sta facendo. Il cambiamento va proposto, annunciato, spiegato. Invece l?azione di governo si è prodotta quasi nel vuoto. Alle cose buone si è arrivati per compromesso interno, senza un adeguato disegno riformatore. Come sinistra (ma questo vale anche per le forze di centro) bisogna scegliere tra due diversi approcci. Uno è quello di considerare il rapporto con il governo come un armistizio dettato dallo stato di necessità, perché altrimenti torna Berlusconi. E allora si mantiene un?azione rivendicativa o di affermazione identitaria».

L?altra strada?
«Investire in un?ambizione più grande per l?Italia e per l?Europa. E rendere evidente il compromesso dinamico che si intende realizzare».

Sul Libano il compromesso fin dove si può spingere?
«Ho notato una straordinaria convergenza tra la nostra posizione e quella di Chirac. Se e quando una forza di interposizione dovesse intervenire, ha detto il presidente francese, dovrà intervenire a valle dell?attivazione del negoziato perché non è nelle armi la soluzione di quelle contese; nessuno pensi, sottolinea Chirac, che la Nato possa essere lo strumento efficace… Vede? Le nostre posizioni non corrispondono a quelle di un?Italia provinciale. Se poi ci si fa prendere dall?affanno della risposta immediata su ciò che non è all?ordine del giorno, cioè su natura e caratteristiche della forza d?interposizione, si prende lucciole per lanterne. Aprendo una discussione fuorviante».

Allargare la maggioranza sarebbe la risposta giusta alle difficoltà?
«In Europa esistono due modelli. Uno è quello della ?grossa coalizione?, l?altro quello dell?alternanza. Chi pensa che occorra una forte discontinuità, e che i primi atti del governo muovano giustamente in questa direzione, deve scegliere lo schema dell?alternanza. Chi invece considera quest?ipotesi impossibile oppure troppo rischiosa, e perciò desidera la grossa coalizione, deve dire anzitutto per quale collocazione internazionale, per quale assetto economico e con quali forze sociali di riferimento la vuole realizzare».

Parlarne è scandaloso?
«No. Una discussione franca non è incompatibile con la vita del governo. Sotto traccia è già in corso. Vorrei che fosse portata alla luce del sole. Evitando le ovvietà».

Ovvietà di che tipo?
«E? evidente, per esempio, che la via dell?alternanza è del tutto compatibile con una possibilità di allargare la maggioranza».

Allargarla a chi?
«A forze che fin qui non sono state dentro questa coalizione, ma che ne hanno compreso meglio la natura e scelgono di unirsi a noi. Chi viene, viene».

Da Bertinotti, quindi, non arriverebbe un no…
«La maggioranza deve essere autosufficiente perché il suo programma corrisponde a una necessità storica per il Paese. Possiamo perdere, non abdicare. Se in questo sforzo altri sono disponibili, bisogna considerarli con interesse. Ma questo allargamento può avvenire in due modi. Il primo, attraverso astute manovre parlamentari, che sarebbero di nocumento alla capacità attrattiva del processo di riforme. Anche per questo le forze della sinistra debbono scegliere con grande nettezza la via del compromesso: per impedire l?esito disastroso della grande coalizione».

L?altra strada?
«Nel paese prende abbrivio una reale forza di attrazione per una politica riformatrice, e parti di una realtà politica anche moderata si vanno convincendo che questa calamita è ciò di cui ha bisogno l?Italia. Perché mai dovrei essere contrario?».

Un esempio concreto.
«Le politiche neo-liberistiche hanno prodotto una vera devastazione, espressa nel dramma della precarietà. A fronte di ciò, vedo forze imprenditoriali che cominciano ad affrontare il problema sotto un punto di vista diverso dal passato. E se dice ?abbiamo sbagliato? un grande imprenditore come Marchionne, vorrei essere il primo a indicare una possibilità di convergenza. Lo stesso dovrebbe poter avvenire sul terreno politico. Certo, ci vorrebbe che qui spuntasse qualche Marchionne…».

Preclusioni?
«Il limite è determinato dalla politica. Parliamo di rendite: esiste tra le forze moderate qualcuno in grado di mettere la propria faccia in un processo che affronti la redistribuzione della ricchezza? E di metterla senza dire che dopo le rendite toccherà alle pensioni? Chi c?è, batta un colpo. L?importante è non ragionare con la paura che il governo stia per andare in crisi».

Un rischio esistente?
«Azzardo la previsione che non ci sia. Anche perché non vedo emergere un disegno alternativo, e forze organizzate per realizzarlo. Credo invece che il medio periodo sarà guadagnato da chi più rapidamente riuscirà a individuare una strategia convincente e una cultura politica in grado di accompagnarla. Sta tornando la necessità della grande politica».

Il governo che fa?
«Alcune sue azioni la annunciano. Ne indicano la possibilità. Ma per poter costruire una grande politica serve un nuovo impegno. Uno scatto».

L?alternativa qual è?
«La disgregazione. Di cui si vedono già troppe tracce nella società italiana. Dove perfino lo sport più popolare, il calcio, è solcato dagli elementi di crisi, dai processi corruttivi, dalle rendite di posizione che denunciamo altrove. Fuori dalla grande riforma, nessuno si illuda, non c?è più nemmeno la compensazione gratificante dei circenses».

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Indulto. Cacciamo Berlusconi, amnistiamo Berlusconi!

28 Luglio 2006 1 commento

La vicenda dell?indulto probabilmente è meno centrale di quanto non siano oggi il voto sull?Afghanistan o il decreto Bersani e tuttavia è importante dal punto di vista simbolico. Come è stata giustificata l?alleanza – di fatto senza principi – tra l?estrema sinistra e i Rutelli, Mastella, Dini? Con la necessità di cacciare l?innominabile mostro di Arcore e i suoi compagni di merende, da Previti a dell?Utri. Qual è l?esito pratico di questa scelta? Che oggi votiamo un provvedimento che di fatto mette al sicuro Berlusconi, Previti e Dell’Utri, rivendicando ?un accordo trasparente con l?opposizione? come dice Daniele Farina, passato con nonchalance dal Leoncavallo alla vicepresidenza della Commissione Giustizia della Camera. Che ? come denuncia la Cgil ? salverà anche i responsabili delle morti bianche sui posti di lavoro. E che però ? come ammette lo stesso Farina ? esclude dai benefici i condannati in base all?articolo 270, associazione sovversiva semplice, cioè l?articolo del codice notoriamente utilizzato contro i movimenti sociali; non tratta particolarmente bene i condannati per reati relativi al testo unico sulle droghe né gli immigrati clandestini, che ? dice Farina ? sono ?8-9mila persone transitate in galera solo per la violazione di una norma amministrativa?. Col risultato che ? citiamo ancora l?intervista su Liberazione ? ?se non operiamo rapidamente rischiamo di trovarci di nuovo le galere piene solo in base a queste due leggi?. Insomma Tanzi, Cragnotti, Previti e Dell?Utri escono o hanno la garanzia di stare fuori. Alì uscirà e a occupare il suo posto ci andrà Abdul. E ci piacerebbe chiedere a Farina cosa ne sarà dei ragazzi condannati dalla scandalosa sentenza sugli sconti del marzo scorso a Milano. Insomma anche sul terreno della giustizia il centrosinistra dimostra di essere uno strumento al servizio delle classi dominanti. Alla faccia di tutta la retorica sulle lobbies! E Rifondazione di essersi relegata nel ruolo di servo sciocco, che riesce a farsi scavalcare a sinistra (sia pur in modo più formale che sostanziale naturalmente) non solo dal Pdci, perché a questo ormai ci siamo abituati, ma pure da Antonio Di Pietro e da Gherardo Colombo. Complimenti!

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Recordati, azienda farmaceutica sotto indagine, fa affari in Borsa

27 Luglio 2006 Commenti chiusi

Recordati: utile 1° semestre sale a 37,4 mln, ricavi +6,4%(Teleborsa) – Roma, 27 lug – Recordati ha riportato oggi buoni risultati, annunciando di aver chiuso il primo semestre dlel’anno con un’ampia crescita di utili e fatturato. I ricavi consolidati sono pari a 311,1 milioni di euro, in incremento del 6,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le vendite farmaceutiche sono in incremento del 6,2% con un positivo andamento di tutti i principali prodotti del nostro listino e, in particolare, di lercanidipina, le cui vendite crescono di oltre il 25% rispetto al primo semestre 2005. Continua il positivo andamento delle vendite farmaceutiche internazionali che crescono dell’8,3%. Le vendite della chimica farmaceutica sono di ? 21,7 milioni, in crescita dell’8,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’utile operativo è pari a 63,6 milioni, in incremento del 15,1% rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sui ricavi del 20,4%. L’utile netto di Gruppo è di 37,4 milioni in crescita dell’11,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La posizione finanziaria netta è positiva per 46,5 milioni, in incremento di 20,4 milioni rispetto al 31 dicembre 2005. La crescita è dovuta al cash flow generato dalla gestione oltre che alla cessione dello stabilimento di chimica farmaceutica di Murcia per 13 milioni.

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Ancora su deficit sanitario e spesa farmaceutica

27 Luglio 2006 Commenti chiusi

La cura con il marchio
Associazioni di consumatori in allarme:
ricerca farmaceutica ‘corrotta’ da profitto e marketing
di Roberto Satolli
(tratto da Peacereporter)

Mettere un marchio alla cura? Non è facile tradurre il titolo di ‘Branding the Cure’, un rapporto di 50 pagine con cui la federazione mondiale delle associazioni di consumatori Consumer International (CI) ha chiesto ai governi europei di intervenire, perché l’industria farmaceutica sta mettendo a rischio la salute del pubblico. Una pessima fama. Il documento si concentra sulle strategie di promozione delle 20 maggiori aziende del settore ed è pieno di esempi agghiaccianti: dall’occultamento deliberato di decessi provocati da farmaci in commercio sino alla corruzione di medici. Secondo Richard Lloyd, direttore di CI, è soprattutto una questione di trasparenza: ?L’industria spende in marketing 60 miliardi di dollari l’anno, il doppio di quanto investe in ricerca, ma non sappiamo quasi nulla di come vengono usati questi soldi?. I consumatori non sono gli unici a preoccuparsi. Un anno fa il Parlamento britannico ha pubblicato il rapporto ?L’influenza dell’industria farmaceutica? nel quale si conclude che ?l’industria ha oggi una pessima fama, ed è una disgrazia per una istituzione della quale ci si dovrebbe poter fidare. Ci dovranno essere grandi cambiamenti?. Sullo stesso tono il documento di Trasparency International, che ha dedicato nel 2006 il suo rapporto annuale sulla corruzione globale al settore della salute: il capitolo dedicato alla ?Influenza corrutrice del denaro in medicina? è in sintonia con tutto quanto precede.La punta di un iceberg. Indubbiamente ciò che ha dato il via a questi allarmi è stato il ripetersi di incidenti, più o meno drammatici, che hanno aperto anche nell?opinione pubblica il varco del dubbio. Il caso della cerivastatina, ritirata dal commercio nel 2003, è solo uno di quelli che hanno attraversato le cronache: rimedi contro la depressione abusati e capaci di indurre al suicidio, pillole per dimagrire che danneggiano le valvole del cuore, ormoni per la menopausa che anziché essere elisir di giovinezza guastano la salute, superaspirine contro l?artrosi che provocano l?infarto e via elencando. Eppure, nonostante la drammaticità delle denunce, siamo ancora lontani dal comprendere sino in fondo la vastità e la profondità della crisi che la medicina e la sanità stanno affrontando. Forse il difetto di chiarezza sta nel fatto che ci si è sinora concentrati solo sui produttori di farmaci, e magari su singoli aspetti di questo mondo complesso, come per esempio la sottomissione della ricerca alla logica del profitto, l?invadenza del marketing, la debolezza delle agenzie regolatorie, l?impreparazione dei comitati etici e così via. Manca ancora la piena consapevolezza che le compagnie farmaceutiche, per quanto colossali e ingombranti, sono solo la punta più visibile e avanzata di un nuovo settore economico in piena espansione che è stato definito ?complesso medico-industriale?. Interessi solidali. La salute, oltre a possedere l?intrinseco valore individuale e collettivo che tutti le riconoscono, rappresenta ormai la ragione d’essere per uno dei più floridi e proficui mercati dei paesi ricchi: le sue dimensioni rappresentano circa il 10% del prodotto interno lordo in Europa, e raggiungono il 15% negli Stati Uniti. Questo fatto, evidente ma sempre taciuto come un tabù, influenza il modo in cui la medicina si sta evolvendo alla ricerca di sempre nuovi mercati. Tutti gli attori in gioco hanno di fatto interessi solidali: gli specialisti, che possono aumentare i pazienti e di conseguenza il reddito, la reputazione o il potere; gli amministratori dei centri di diagnosi o di cura, che reclutano un maggior numero di assistiti e fatturano un maggior volume di prestazioni; i produttori di apparecchiature diagnostiche e di test; quelli che forniscono oggetti di consumo o protesi; non ultime, le case farmaceutiche, che sono il vero motore di tutta la catena. Le forme più o meno spontanee di alleanza all’interno dell’industria della salute, al di là delle rivalità tra concorrenti, derivano dalla comune necessità di reclutare sempre più clienti e di far loro consumare sempre più prodotti e servizi. Come è inevitabile, dal momento che la condizione irrinunciabile per qualsiasi sistema industriale è l’espansione continua del proprio mercato: se non si cresce si muore. Spesa sanitaria in continua crescita. Il meccanismo è semplice. Per assicurare una continua crescita occorre ridefinire continuamente i confini tra salute e malattia e abbassare le soglie di intervento sui fattori di rischio (per esempio della pressione, del colesterolo o degli zuccheri nel sangue), in modo da allargare il dominio sui cui si esercita l’azione della medicina. Questo è il primo passo. Perché il mercato potenziale si trasformi poi in fatturato reale occorre anche condurre grandi campagne di sensibilizzazione, sulle malattie e sui fattori di rischio, con l’obiettivo di rendere consapevoli i cittadini della necessità di curarsi anche se si sentono in buona salute. In alcuni casi una maggior attenzione può essere un bene, in altri uno spreco o addirittura un male. Ma non è questo il punto, dal momento che gli strateghi di potenti interessi economici spingono comunque nel senso della medicalizzazione, ?a prescindere?, come diceva Totò, dalla sua opportunità in termini di salute. D?altra parte la crescita incontrollabile della spesa sanitaria è solo l’altra faccia della medaglia di un aumento del fatturato e di un’espansione del mercato per l’industria della salute, che rappresenta ormai una quota determinante del PIL di tutti i paesi occidentali. Se la medicalizzazione venisse efficacemente frenata questo settore trainante entrerebbe in crisi e saremmo tutti più poveri, oltre che peggio curati. Non bisogna infatti buttare via il bambino con l?acqua sporca: la medicina contemporanea ha prodotto miracoli come i trapianti, le protesi d?anca, le lenti oculari e le cure per la leucemia, solo per citarne alcuni fra i più vistosi. Difendersi dalla medicina ‘industriale’. Anche per questi motivi, la resistenza alla medicalizzazione da parte della società, e della politica che la rappresenta, è sinora debole. Però i rapporti da cui abbiamo preso le mosse sono forse il primo segnale di un malessere che si sta diffondendo tra il pubblico e gli operatori. Un ruolo critico ben diverso potrebbe essere svolto dai media e dalle associazioni di cittadini e di pazienti, qualora non fossero succubi culturalmente e materialmente rispetto agli interessi dell’industria, come sempre più spesso accade; per ricordare un esempio positivo, basti pensare a organizzazioni di consumatori come l’americana Public Citizen e alla informazione che produce a proposito di farmaci (www.citizen.org). Purtroppo, pur essendoci la possibilità che anche in Italia alcune associazioni indipendenti si evolvano verso una maggior incisività anche nel campo della salute, si deve prevedere che questo tipo di informazione sia destinata nel prossimo futuro a restare minoritaria rispetto a quella prodotta o influenzata dall’industria (si veda però il sito italiano Partecipasalute: www.partecipasalute.it). In questo caso anche la fioritura dei documenti critici sulla medicina industriale sarebbe destinata a restare una breve primavera isolata di consapevolezza.
Riferimenti: Peacereporter

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Ancora sulla quotazione in Borsa di Fincantieri

25 Luglio 2006 Commenti chiusi

(CORRIERE MERCANTILE) FINCANTIERI, LA FIM CHIUDE LA PORTA “INACCETTABILI LE IPOTESI DI PRIVATIZZAZIONE”

La Fim “non riterra’accettabili ipotesi di vendita finalizzate alla privatizzazione di Fincantieri”. Lo afferma la segreteria nazionale del sindacato in una nota in cui sottolinea che ëventuali collocazioni in Borsa di quote azionarie dovranno semmai avvenire senza mettere in discussione il controllo dello Stato”. Cosi’come per Finmeccanica la Fim chiede di introdurre eventualmente la golden share, mantenendo gli attuali asset del gruppo. Un primo incontro con Fintecna, richiesto unitariamente da Fiom-Fim-Uilm e’in calendario per oggi. E sempre sulla questione Fincantieri ieri si e’ mossa la segreteria ligure di Rifondazione Comunista, che ha incontrato le Rsu del cantieri di Sestri Ponente. “Äbbiamo ribadito – spiega Marco Veruggio del Prc – la nostra contrarieta’ alla quotazione in Borsa e con il deputato Sergio Olivieri stiamo muovendoci per fare in modo che la privatizzazione di Fincantieri sia seguita da Rifondazione anche a livello nazionale attraverso una riunione congiunta delle commissioni attivita’produttive e trasporti della Camera”.

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(Corsera): Ichino ha paura degli scioperi

25 Luglio 2006 1 commento

Un articolo dal Corriere della Sera. Ha ragione Ichino. Faremo di tutto perché i suoi timori vengano confermati.

Riforme e conflitti senza regole
La sovranità limitata
di Pietro Ichino

La vicenda dello scontro fra governo e tassisti ha una valenza emblematica che va ben al di là dei contenuti del decreto Bersani. In questi giorni abbiamo visto rappresentato ? come in una pièce teatrale costruita secondo i canoni classici dell’«unità di tempo, di luogo e di azione» ? il dramma dell’Italia di oggi, fiaccata dal proprio grave difetto di quel senso del bene comune e di quella cultura delle regole, che sono requisiti essenziali per l’esistenza e la prosperità di una nazione.

I segni di questa degenerazione del nostro tessuto civile si sono fatti sempre più frequenti negli ultimi anni: il Corriere
non ha mancato di sottolinearne, di volta in volta, la gravità. Sembra essersi diffusa l’idea secondo cui, quando una vertenza collettiva non si sblocca con le buone, è «inevitabile» fare ricorso alle maniere forti: dalla violazione della legge sugli scioperi nei servizi pubblici ai blocchi stradali e ferroviari, fino alla violenza fisica sulle persone e sulle cose. Così saltano tutti i meccanismi civili di bilanciamento degli interessi contrapposti, ivi compreso quello essenzialissimo fondato sulla sovranità del Parlamento; vengono meno il filtro della ragionevolezza delle rispettive posizioni e la spinta a individuare nuovi meccanismi più sofisticati per la conciliazione degli interessi contrapposti; prevale brutalmente l’interesse di chi è più spregiudicato nel far valere la propria capacità di interdizione.

Nel giugno 2003, per impedire una misura di riduzione dei costi di Alitalia, mille assistenti di volo ricorrono all’epidemia di mal di testa: una vera e propria truffa collettiva. Tra il dicembre 2003 e il gennaio 2004, per sbloccare la vertenza degli autoferrotranvieri che si trascina da un anno, i sindacati autonomi ricorrono a un’ondata di scioperi platealmente illegittimi che paralizzano a sorpresa le grandi città.
Nel febbraio di quest’anno i sindacati (qui anche i confederali) ritengono giustificato ricorrere ai blocchi stradali per ottenere il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Stesso discorso quando si tratta di impedire l’insediamento di una discarica o il passaggio di un’arteria di comunicazione in un proprio lembo di territorio. I tifosi di una squadra di calcio ? è cronaca di questi giorni ? si oppongono a un provvedimento di giustizia sportiva con il blocco ferroviario. Per opporsi al decreto del governo, l’Assemblea generale degli Ordini forensi ? impropriamente trasformata in sindacato degli avvocati ? proclama senza il preavviso dovuto uno sciopero platealmente illegittimo. E i tassisti fanno altrettanto, aggiungendo al danno dello sciopero illegittimo i blocchi stradali e le aggressioni squadristiche contro rappresentanti delle istituzioni e giornalisti.

Il nocciolo della questione, tra governo e tassisti, è se sia giusto permettere che il servizio delle auto pubbliche sia offerto anche da imprese medie o grandi, operanti con una pluralità di vetture e di conducenti da esse dipendenti: ne deriverebbe una riduzione dei costi del servizio, con beneficio generale; ne deriverebbe anche una riduzione del mercato per gli attuali tassisti-artigiani, i quali potrebbero però essere integralmente indennizzati per la perdita della vecchia posizione di monopolio. Gli sviluppi della vertenza paiono indicare che alla Repubblica Italiana oggi è inibito di scegliere sovranamente la soluzione più ragionevole di questo conflitto di interessi, per ragioni di ordine pubblico. Se l’esito della vicenda sarà davvero questo, non potranno trarsene davvero buoni auspici per il futuro del nostro Paese.

21 luglio 2006

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