Archivio

Archivio Agosto 2006

Comunicato dell’Unione Inquilini su sfratti 2005

31 Agosto 2006 Commenti chiusi


COMUNICATO STAMPA

SFRATTI: ?L?UNIONE INQUILINI DIFFONDE I DATI RELATIVI AGLI SFRATTI DEL PRIMO SEMESTRE 2005 IN RAPPORTO AGLI SFRATTI PRIMO SEMESTRE 2004? NOTA DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DELL? UNIONE INQUILINI.

L?Unione Inquilini diffonde una prima elaborazione dei dati ufficiali del Ministero dell?Interno relativi al primo semestre 2005 in rapporto ai dati del primo semestre 2004. Ancora una volta gli sfratti per morosità consolidano un triste primato del nostro Paese e si accorcia la forbice tra sfratti richiesti e sfratti eseguiti, ma ecco i primi dati:
In Italia:
Sentenze di sfratto emesse nel primo semestre 2005: 22.814 (-8,15% rispetto al primo semestre 2004). Il 56% delle sentenze sono state emesse nei comuni capoluoghi
Di queste 436 per necessità; 5760 per finita locazione e 16.618 per morosità.
Sempre nel primo semestre 2005 le richieste di esecuzione sono state 56.536 (+ 28,6% rispetto all?analogo periodo del 2004.
Gli sfratti eseguiti con forza pubblica sono stati 14.106 (+ 16,7% rispetto al 2004).
Da questi dati sono esclusi i comuni di Venezia, Rieti, Bari, Catanzaro, Siracusa che non hanno fornito dati, mentre sono incompleti i dati di Ancona e Avellino.
I dati di alcune regioni relativi al primo semestre 2005 sono i seguenti
Regione esecuzioni richieste sfratti eseguiti
Lombardia 26.291 (+140,7%) 4412 (+85.5%)
Veneto 817 (+12,8%) 501 (+16% )
Liguria 1817 (-8,8%) 624 (+5,6%)
Emilia Romagna 3307 (-1,37%) 1370 (+ 33%)
Toscana 2804 (- 23.7%) 793 (- 12,9%)
Lazio 6762 (-5,8%) 1753 (+ 4,7%)
Campania 4156 (+1,22%) 1408 (-5,2%)
Sicilia 2554 (- 6,8%) 756 (-4%)
Sardegna 230 (-3,8%) 94 ( + 17,5%)

I dati sempre relativi al primo semestre 2005 con le variazioni rispetto all?analogo periodo del 2004 in alcune grandi aree urbane sono i seguenti:

Città sentenze emesse sfratti richiesti sfratti eseguiti
Roma 3206 (-5,17%) 6058 (6%) 1523 (+7,9%)
Milano 1473 (-18%) 21.925 (+ 223%) 3214 (+152,6%)
Firenze 703 (-0,57%) 614 (-3,6%) 308 (-16,7%)
Bologna 497 (-14%) 1220 (+ 5,5%) 344 (+ 11,7%)
Napoli 1449 (- 15%) 3315 (+ 2,95%) 1140 (-2,15%)
Palermo 1078 (+41%) 752 (-13,2%) 282 (+2,9%)
Nei comuni di Torino, Milano, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Catania, Messina e Palermo ( escluse le città di Bari e Venezia dove mancano del tutto i dati), le 11.302 sentenze di sfratto emesse, sempre nel primo semestre 2005, rappresentano il 49,5% del totale nazionale, le 39.333 richieste di esecuzione degli sfratti sono il 69,6% del totale nazionale e gli 8179 sfratti eseguiti rappresentano il 58% degli sfratti eseguiti a livello nazionale nel primo semestre 2005.
Questi dati evidenziano che a fronte di una diminuzione delle sentenze e delle richieste delle esecuzioni presentate dall?Ufficiale Giudiziario aumentano in maniera allarmante gli sfratti eseguiti che iniziano a riguardare anziani e portatori di handicap, resta ancora più preoccupante il fatto che ormai quasi l?80% delle sentenze di sfratto sono per morosità. Noi riteniamo che si debba procedere da subito ad un blocco degli sfratti da collegarsi ad un piano nazionale per la costruzione, il recupero o acquisto di almeno un milione di alloggi di edilizia sovvenzionata e agevolata destinati esclusivamente all?affitto. Così come è ormai improcrastinabile l?abolizione del libero mercato del canale a libero mercato dalla legge 431/98 che è responsabile degli sfratti per morosità. Ci attendiamo dal Governo entro i primi di settembre risposte chiare e concrete altrimenti tutto il mese di settembre sarà percorso da manifestazioni in tutte le città d?Italia.

Per contatti e/o informazioni: 338 4642514

Categorie:Senza categoria Tag: , , , ,

Giddens e la fine del socialismo

30 Agosto 2006 1 commento


La Repubblica di ieri ha pubblicato un editoriale di Anthony Giddens in cui il noto storico teorizza la fine del socialismo e della prospettiva rivoluzionaria, cita – purtroppo a ragione – i leninisti e i trotskisti divenuti ormai bernsteiniani e riconosce legittimita’ e senso (bonta’ sua e non si sa fino a quando!) esclusivamente a una sinistra che a questo punto, nonostante i suoi tentativi di spiegarcelo, non si capisce bene in cosa differisca dalla destra. Repubblica sta lanciando una vera e propria offensiva antisocialista. Qualche giorno prima era stato John Lloyd, laburista blairiano ed editorialista del Financial Times (di recente in Italia per la presentazione di un libro di Cristian Rocca, giornalista del Foglio, insieme a Fassino, Ferrara e Sofri) a spiegarci dalle stesse colonne le stesse cose piu’ o meno con le stesse argomentazioni. Insomma le rivoluzioni fatte in nome di un interesse popolare per Repubblica non hanno piu’ cittadinanza nella storia.

Invece le rivoluzioni che Repubblica cita nei suoi articoli e per cui spesso parteggia abbastanza esplicitamente: la rivoluzione minacciata dai partigiani di Obrador in Messico, le rivoluzioni “di velluto” (ma non sempre pacifiche) finanziate dalle Ong di Soros, quelle non vellutate organizzate dagli Stati Uniti in Venezuela – in altre parole quelle che fanno comodo ai padroni – evidentemente mantengono diritto di cittadinanza. Le altre che Dio ce ne scampi. Carlo De Benedetti, che tempo fa si appellava a Rutelli e Veltroni affinche’ accelerassero la nascita del Partito Democratico, promettendo di fare la tessera numero uno (immaginiamo con annessa congrua sottoscrizione a buon rendere) e’ tornato a premere sull’acceleratore. Due sono le prospettive che si aprono oggi per la borghesia italiana: o la nascita del Pd al più presto, pescando anche nelle acque del centrodestra per avere la massa sufficiente a marginalizzare ulteriormente la sinistra dell’Unione oppure la Grande Coalizione per preparare la stessa operazione prendendosi un po? più di tempo e magari trovando una quadra su una nuova legge elettorale. In ogni caso ciò apre il dibattito su quale grande famiglia scegliere come propria casa, il Pse o il Ppe. Giddens e Lloyd evidentemente stanno preparando il terreno. Perché il problema non è soltanto italiano ma si pone su scala internazionale.

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

Amato, l?Ucoi e la libertà di opinione

29 Agosto 2006 Commenti chiusi


Da giorni imperversa una polemica sul testo fatto pubblicare dall?Unione delle comunità islamiche su alcuni quotidiani nazionali e in cui si paragona lo Stato di Israele al regime nazista e i massacri di Gaza all?eccidio delle Fosse Ardeatine. Il ministro dell?Interno Amato ha riunito la consulta che dovrebbe rappresentare le varie associazioni musulmane ?moderate? chiedendo al rappresentante dell?Ucoi di fare pubblica ammenda e ? di fronte al suo sostanziale rifiuto ? ha annunciato che verrà presto pubblicata una ?carta dei valori? che andrà sottoscritta da tutte le associazioni intenzionate a fare parte della consulta. Un testo in cui vi sarà un riferimento all?Olocausto come fatto ?unico e irripetibile?.

Il fatto è di una gravità inaudita. L?equazione tra lo Stato di Israele e il regime nazista è – a mio avviso ? una baggianata dal punto di vista storico, che rientra in un utilizzo estensivo degli aggettivi nazista e fascista, con cui non si indicano più due tipi di regime storicamente determinati, ma si fa riferimento a un astratto ?male assoluto?. Un uso lessicale che peraltro è invalso anche in Italia in quella sinistra benpensante che oggi si scandalizza ma che per tutta la passata legislatura ha fatto balenare l?apocalittico pericolo di un presunto quanto immaginario neofascismo berlusconiano. In questo senso lo Stato di Israele può essere classificato come un regime autoritario di destra fondato su una religiosità intollerante, ma già in questo c?è una profonda differenza con fascismo e nazismo, che furono due movimenti sostanzialmente laici (nel caso tedesco con alcune venature di paganesimo assolutamente incompatibili con la religione ufficiale). Tanto che – se proprio volessimo fare un paragone con quegli anni sarebbe più congruo fare riferimento al falangismo franchista (e sarebbe comunque una forzatura sia sul piano metodologico sia su quello del merito).

Detto questo: una tesi di carattere politico fondata su un?interpretazione sbagliata della storia va combattuta sullo stesso piano su cui essa si pone e magari cercando più coerenza dal punto di vista metodologico. Se Berlusconi è un fascista in pectore allora Olmert può essere considerato un nazista in atto. E viceversa se – come credo – Olmert non è un redivivo Hitler, la smettano i signori progressisti di fare gli estremisti in casa e i moderati fuori! E in ogni caso è inaccettabile e pericoloso che la questione venga affrontata come ci propone Amato. Che cioè il diritto a far parte di un organismo di rappresentanza sociale sia subordinato all?accettazione di una tesi di carattere storiografico stabilita dallo Stato come indiscutibile. E che tesi poi! ?L?Olocausto è unico e irripetibile?. Proporrei di organizzare un convegno di storici in merito, per vedere se riuscirebbero a spiegarci che cosa vuol dire! Dal punto di vista metodologico con quali altri eventi può essere confrontata la Shoà? Può essere paragonata con gli eccidi di massa perpetrati dai conquistadores europei in America del sud o col genocidio degli indiani d?America, con Hiroshima o con la deportazione dei neri negli Stati Uniti? E se sì è soggetto a decreto del Ministero dell?Interno l?esito a cui ogni storico pervenga nell?esercitare liberamente il suo giudizio? E ancora Amato si pone sul piano della storiografia o su quello dell?astrologia quando dice che l?Olocausto è ?irripetibile? (in omnia saecula saeculorum immagino?).

La realtà è che la tesi di Amato ? esattamente come quella dell?Ucoi ? non ha alcun fondamento storiografico ma esprime soltanto un preciso orientamento politico, mascherato dietro la presunta ?equivicinanza? della geometria politica dalemiana (che ricorda da vicino le non euclidee convergenze parallele di democristiana memoria): e cioè la non belligeranza nei confronti della politica di Israele e degli Stati Uniti, secondo le convenienze di un?Europa che da una parte cerca di portare avanti i propri interessi nell?area, ma dall?altra parte non ha la forza di scontrarsi con quelle due potenze. La tesi dell?Ucoi utilizza un paragone storico sbagliato (ma no pretende di imporlo autoritativamente alla nazione) per esprimere un giudizio in direzione contraria e cioè che la politica di Israele è il principale ostacolo al raggiungimento di una pace stabile in Medio Oriente (e nel mondo). E su questo non posso che essere d?accordo.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Guerra al Libano e battaglia per il petrolio

28 Agosto 2006 Commenti chiusi


(da www.comedonchisciotte.org)

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Global Research

C’è forse una relazione tra il bombardamento del Libano e l’inaugurazione del più grande oleodotto strategico del mondo, che trasporterà oltre un milione di barili di petrolio al giorno ai mercati occidentali?

Virtualmente ignota, l’inaugurazione dell’oleodotto Ceyhan-Tblisi-Baku (BTC), che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale, ha avuto luogo il 13 luglio, all’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano.

Un giorno prima degli attacchi aerei israeliani, i principali partner ed azionari del progetto BTC, tra cui molti capi di stato e quadri di compagnie petrolifere, erano in attesa al porto di Ceyhan. Poi sono stati precipitati ad un ricevimento inaugurale ad Instanbul, patrocinato dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer nei lussuosi dintorni del Palazzo Çýraðan.

In attesa c’era anche l’amministratore delegato della British Petroleum (BP), Lord Browne, insieme ad alti funzionari dei governi di Gran Bretagna, Stati Uniti ed Israele. La BP guida il consorzio dell’oleodotto BTC. Tra gli altri principali azionisti occidentali ci sono Chevron, Conoco-Phillips, Total (Francia) ed ‘ENI (Italia). (vedi Annesso).

Il ministro dell’energia e delle infrastrutture israeliano Binyamin Ben-Eliezer era presente insieme ad una delegazione di alti funzionari israeliani del settore petrolifero.

L’oleodotto BTC elude del tutto il territorio della Federazione Russa. Transita lungo le ex repubbliche sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia, entrambe le quali sono diventate “protettorati” degli Stati Uniti, fortemente integrate in un’alleanza militare con gli Usa e la NATO. Inoltre, sia l’Azerbaijan che la Georgia hanno accordi di cooperazione militare a lungo termine con Israele. Nel 2005, le compagnie georgiane hanno ricevuto circa 24 milioni di dollari in contratti finanziati al di fuori dell’assistenza militare statunitense ad Israele secondo il cosiddetto “programma di finanziamento militare straniero”.

http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/states/GA.html

Israele ha una quota nei campi petroliferi azeri, dai quali importa circa il venti percento del suo petrolio. L’apertura dell’oleodotto aumenterà in modo sostanziale le importazioni petrolifere israeliane dal bacino del Mar Caspio. Ma c’è un’altra dimensione che si correla direttamente alla guerra in Libano. Laddove la Russia è stata indebolita, Israele ha buone possibilità di giocare un ruolo strategico importante nel “proteggere” il trasporto e i corridoi dell’oleodotto nel Mediterraneo Orientale fuori da Ceyhan.

La militarizzazione del Mediterraneo Orientale

Il bombardamento del Libano è parte di una road map militare attentamente pianificata e coordinata. L’estensione della guerra alla Siria e all’Iran è già stata contemplata dai pianificatori di guerra statunitensi ed israeliani. La più vasta agenda militare è intimamente connessa al ruolo strategico del petrolio e degli oleodotti. Ed è sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi. In ultima analisi, la guerra mira al controllo territoriale sulla linea costiera del Mediterraneo orientale.

In questo contesto, l’oleodotto BTC, controllato dalla British Petroleum, ha cambiato drammaticamente la geo-politica del Mediterraneo Orientale, che è ora collegata, mediante un corridoio energetico, al bacino del Mar Caspio.

“[L'oleodotto BTC] cambia considerevolmente lo status dei paesi della regione e cementa una nuova alleanza pro-Occidente. Avendo collegato l’oleodotto al Mediterraneo, Washington ha praticamente creato un nuovo blocco con Azerbaijan, Georgia, Turchia ed Israele” (Komerzant, Mosca, 14 luglio 2006).

Israele fa ora parte del asse militare anglo-statunitense, che serve gli interessi dei giganti petroliferi occidentali in Medio Oriente e nell’Asia Centrale.

Mentre i rapporti ufficiali dichiarano che l’oleodotto BTC “porterà petrolio ai mercati occidentali”, quello che viene raramente riconosciuto è che parte di quel petrolio dal Mar Caspio sarà direttamente incanalato verso Israele. A riguardo, è stato previsto che un progetto di oleodotto subacqueo israelo-turco collegherebbe Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, mediante il principale sistema di trasporto petrolifero israeliano, al Mar Rosso.

L’obbiettivo di Israele non è solo acquisire petrolio del Mar Caspio per il proprio consumo interno, ma anche giocare un ruolo chiave nella ri-esportazione del petrolio dal Mar Caspio verso i mercati asiatici lungo il porto di Eilat sul Mar Rosso. Le implicazioni strategiche di questo re-indirizzamento del petrolio dal Mar Caspio sono di vasta portata.

E’ previsto il collegamento dell’oleodotto BTC all’oleodotto trans-israeliano Eilat-Ashkelon, anche noto come Tipline Israeliano, che va da Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon. Nell’aprile 2006, Israele e Turchia hanno annunciato piani per oleodotti subacquei, che eviterebbero il territorio siriano e libanese.

“Turchia e Israele stanno negoziando la costruzione di un progetto energetico ed idrico multi miliardario che trasporterà acqua, elettricità, gas naturale e petrolio mediante dei condotti diretti verso Israele, con il petrolio da trasportare ancora più in là, da Israele al Lontano Oriente.

La nuova proposta israelo-turca in discussione vedrebbe il trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio ad Israele mediante quattro oleodotti subacquei.

http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1145961328841&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull

Il petrolio di Baku può essere trasportato ad Ashkelon grazie a questo nuovo oleodotto e all’India e al Lontano Oriente [lungo il Mar Rosso]

“Ceyhan e il porto mediterraneo di Ashkelon sono situati a solo 400 km di distanza. Il petrolio può essere trasportato alla città in cisterne o mediante un oleodotto subacqueo appositamente costruito. Da Ashkelon il petrolio può essere pompato grazie ad un oleodotto già esistente al porto di Eilat sul Mar Rosso; e da lì all’India e ad altri paesi asiatici con delle cisterne (REGNUM)”.

L’acqua per Israele

In questo progetto è coinvolto anche un oleodotto che porta acqua ad Israele, pompandola dalle riserve a monte del Tigri e dell’Eufrate in Anatolia. Questo è stato a lungo un obbiettivo strategico di Israele per il detrimento della Siria e dell’Iraq. L’agenda di Israele riguardo l’acqua è sostenuta dall’accordo di cooperazione militare tra Tel Aviv ed Ankara.

Il re-indirizzamento del petrolio dell’Asia Centrale

Stornare il petrolio e il gas dell’Asia Centrale verso il Mediterraneo Orientale (sotto la protezione militare israeliana) per il re-export all’Asia serve a minare il mercato energetico inter-asiatico, che è basato sullo sviluppo di corridoi petroliferi diretti che collegano l’Asia Centrale alla Russia e all’Asia del Sud, la Cina e il Lontano Oriente.

In ultima analisi, il progetto vuole indebolire il ruolo della Russia in Asia Centrale e tagliare fuori la Cina dalle riserve petrolifere della regione. Ha anche lo scopo di isolare l’Iran.

Nel frattempo, Israele è emerso come nuovo e potente giocatore nel mercato energetico globale.

La presenza militare russa in Medio Oriente

Contemporaneamente, Mosca ha risposto al progetto israelo-turco di militarizzare la linea costiera del Mediterraneo Orientale con dei piani per stabilire una base navale russa nel porto siriano di Tartus:

“Fonti nel ministero della difesa rivelano che la base navale a Tartus permetterà alla Russia di solidificare le proprie posizioni in Medio Oriente e assicurerà la sicurezza della Siria. Mosca intende dispiegare un sistema di difesa aereo attorno alla base ? per fornire protezione aerea alla base stessa e ad una parte consistente del territorio siriano (i sistemi S-300PMU-2 non saranno ceduti ai Siriani. Saranno in dotazione e manutenzione del personale russo)
(Kommerzant, 2 giugno 2006 http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=IVA20060728&articleId=2847

Tartus è strategicamente situata a 30 km dal confine libanese.

Inoltre, Mosca e Damasco hanno raggiunto un accordo sulla modernizzazione delle difese aeree siriane e su un programma a sostegno delle proprie forze di terra, la modernizzazione dei caccia MIG-29 e dei sottomarini. (Kommerzant, 2 giugno 2006). Nel contesto di un conflitto in escalation, questi sviluppi hanno ampie implicazioni.

Guerra ed oleodotti

Prima del bombardamento del Libano, Israele e Turchia avevano annunciato oleodotti subacquei che evitassero la Siria e il Libano. Questi oleodotti non violerebbero apertamente la sovranità territoriale del Libano e della Siria.

D’altra parte, lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi (per il petrolio e l’acqua) attraverso il Libano e la Siria richiederebbe il controllo territoriale israelo-turco sulla linea costiera del Mediterraneo Orientale via Libano e Siria.

L’implementazione di questo progetto richiede la militarizzazione della linea costiera del Mediterraneo Orientale, strade marine e rotte terrestri, estendendosi dal porto di Ceyhan attraverso Siria e Libano fino al confine israelo-libanese.

Non è forse questo uno degli obbiettivi segreti della guerra in Libano? Aprire uno spazio che permetta ad Israele di controllare un ampio territorio che va dal confine libanese attraverso Siria e Turchia.

“La lunga guerra”

Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che l’offensiva israeliana contro il Libano “durerà molto a lungo”. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato i carichi di armi verso Israele.

Ci sono obbiettivi strategici sottesi alla “Lunga Guerra”, connessi al petrolio e agli oleodotti.

La campagna aerea contro il Libano è inestricabilmente legata agli obbiettivi strategici israelo-statunitensi nel più vasto Medio Oriente, che include Siria ed Iran. In recenti sviluppi, la segretaria di stato Usa Condoleeza Rice ha dichiarato che il principale obbiettivo della sua missione in Medio Oriente non era sollecitare un cessate il fuoco in Libano, ma piuttosto isolare la Siria e l’Iran (Daily Telegraph, 22 luglio 2006).

In questo particolare momento, il rifornimento degli arsenali israeliani con armi di distruzione di massa prodotte negli Stati Uniti punta ad un’escalation della guerra sia all’interno che all’esterno dei confini libanesi.

Annesso

Gli azionisti della BTC Co. sono: BP (30.1%); AzBTC (25.00%); Chevron (8.90%); Statoil (8.71%); TPAO (6.53%); Eni (5.00%); Total (5.00%), Itochu (3.40%); INPEX (2.50%), ConocoPhillips (2.50%) e Amerada Hess (2.36%). (Fonte: BP)

Riferimenti: www.comedonchisciotte.org

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

(lavoce.info). Giavazzi: Grosse Koalition, il sogno è finito

27 Agosto 2006 Commenti chiusi

Riportiamo questo interessante articolo di uno dei “falchi” del salotto buono, protagonista nei giorni scorsi di una violenta polemica con Padoa Schioppa per le sue presunte reticenze nell’aggredire la spesa pubblica e le tasche dei lavoratori. Per Giavazzi anche la Grosse Koalition non è abbastanza. Qui ci troviamo di fronte all’espressione più eloquente della rapacità insaziabile della borghesia italiana. Che chiede alla politica più di quanto la politica abbia la forza e la capacità di dare. E’ proprio per questo che continuiamo a ritenere invece che la Grande Coalzione sia una delle ipotesi in campo. D’altro canto anche in Germania quel modello è stato da subito posto come uno strumento transitorio, senza intaccare – almeno per il momento – l’ossatura bipolare del sistema politico. Di seguito il testo dll’articolo.

“Durante la campagna elettorale la CDU aveva annunciato un aumento di 2 punti delle aliquote dell?IVA spiegando che le maggiori entrate avrebbero consentito di ridurre i contributi sociali. La SPD aveva attaccato questa proposta dicendo che non c?era bisogno di aumentare le aliquote. Il compromesso raggiunto nella Grande Coalizione è stato un aumento di 3 punti, uno in più di quanto aveva chiesto la CDU. Inoltre meno della metà dell?aumento dell?IVA che entrerà in vigore i 1 gennaio 2007 sarà destinato alla riduzione dei contributi sociali: il resto andrà a Laender per aiutare i loro bilanci ed evitare tagli di spesa.

Problemi e ambizioni
Nel marzo dello scorso anno, prima delle elezioni, la signora Merkel aveva chiesto una riduzione del carico fiscale sulle imprese, annunciando che questo sarebbe stato un tema centrale della campagna elettorale della CDU. Per non dare all?opposizione un punto di vantaggio nella competizione elettorale, il cancelliere Schröder si impegnò ad un accordo bi-partisan: dal 2006 le imposte sulle imprese sarebbe state ridotte dal 38,3% al 32%. Ma l?avvicinarsi della campagna elettorale non consentì di tradurre in legge quell?accordo. Dopo le elezioni, il programma della Grande Coalizione apparve all?inizio ancor più coraggioso: le aliquote sui redditi d?impresa sarebbero state ridotte al 30%. Così la Germania–che oggi è il paese europeo che tassa le imprese più duramente?sarebbe diventato un paese normale, con una tassazione nella media europea. Ma poi si scoprì che la riduzione delle aliquote sarebbe stata finanziata, almeno in parte, eliminando la detraibilità di alcune spese e in particolare degli interessi sui debiti. Per un paese nel quale il credito bancario rappresenta la maggior fonte di finanziamento delle imprese, questa decisione avrebbe l?effetto di vanificare quasi del tutto l?apparente beneficio fiscale.
Durante la campagna elettorale la CDU aveva attaccato il disegno di legge con il quale i socialdemocratici si apprestavano a recepire una direttiva europea in tema di eguaglianza di trattamento sul posto di lavoro, sostenendo che le nuove norme avrebbero ulteriormente aumentato il costo del lavoro per le imprese tedesche. Il progetto della grande Coalizione è, se possibile, ancor più estremo. Là dove la direttiva parla di “non discriminazione” riferendosi solo alla razza e al sesso, la legge di recepimento specifica in grande dettaglio i diritti dei disabili e quelli degli anziani e degli omosessuali. Inoltre un articolo della legge consente al sindacato di portare in giudizio un?azienda anche se il dipendente apparentemente discriminato è contrario a citarla i giudizio?un “mostro” come ha detto il presidente cristiano-democratico della Bassa Sassonia, Christian Wulff.
Gli esempi potrebbero continuare. La riforma del mercato del lavoro,la cosiddetta Hartz IV era stata criticata dalla CDU che proponeva mutamenti radicali. Nulla o quasi è accaduto: finora i cambiamenti alla Hartz IV sono stati del tutto marginali.
A un anno dalle elezioni la riforma della sanità–altro cavallo di battaglia della CDU–rimane in stallo. Il compromesso raggiunto tra CDU e SPD non modifica i pilastri di un sistema i cui costi stanno crescendo esponenzialmente e si limita a porre un tetto alla spesa sanitaria. Come sia possibile evitare che la spesa aumenti se non si modificano i diritti dei cittadini rimane un mistero che nessuno ha il coraggio di affrontare.

Il ruolo della Merkel
Non c?è da sorprendersi se il consenso per la signora Merkel tra gli elettori della CDU è sceso dal 30% nei primi mesi successivi alle elezioni al 18% durante l?estate e se gli imprenditori tedeschi sono sempre più delusi dalla Grande Coalizione. Tiene meglio invece la SPD i cui consensi dal giorno delle elezioni sono rimasti essenzialmente invariati: evidentemente il partito si dimostra più abile dei cristiano-democratici nell?impedire che la politica del governo incida sugli interessi dei suoi elettori, in particolare degli iscritti ai sindacati.
Per alcuni mesi la signora Merkel ha supplito all?inefficacia della Grande Coalizione impegnandosi–spesso con successo, come nel negoziato sul bilancio dell?UE–sulle questioni europee e internazionali e ricoprendo un ruolo super-partes più simile a quello tradizionalmente svolto dal Presidente della Repubblica. Il gioco evidentemente non funziona più. E? sintomatico che nelle ultime settimane persino il Presidente Koehler, abbandonando il silenzio che tradizionalmente accompagna i Presidenti della Repubblica tedeschi, abbia espresso pubblicamente i suoi dubbi sull?azione del governo Merkel.
“Ciò che sinora abbiamo fatto non è sufficiente: non lo è per me, non lo è per la coalizione, ma soprattutto non lo è per la Germania” ha detto alcune settimane fa la signora Merkel. Ma l?affermazione stenta ad essere seguita da alcuna svolta nella politica economica.
E i problemi si fanno via via più urgenti. In Germania vi sono 4 milioni di disoccupati, un numero che i buoni dati recenti sulla crescita non riescono a scalfire. La spiegazione dei recenti successi delle esportazioni tedesche è l?outsourcing. Di fronte ad un mercato del lavoro interno rigido e particolarmente costoso, le imprese spostano le produzioni all?estero: questo consente loro di contenere i costi ed esportare Ma il “modello Nike”?un?economia che si limita ad organizzare produzioni svolte interamente altrove?non basta a risolvere i problemi della Germania e soprattutto non offre alcuna via d?uscita ai 4 milioni di disoccupati.

I vantaggi del bipolarismo
I problemi della Germania non hanno facile soluzione: il modello Nike ha salvato le esportazioni, ma dovrebbe essere accompagnato, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dalla crescita di un?economia dei servizi: servizi che impiegano capitale umano sofisticato, come istruzione, ricerca, finanza; e servizi che impiegano capitale umano poco istruito, come chi lavora da McDonald?s. Ma il mercato del lavoro tedesco offre poco sia su un fronte che sull?altro. Tra le prime 20 università al mondo neppure una è tedesca, e difficilmente quei 4 milioni di disoccupati?tutti ex-lavoratori dell?industria, altamente sindacalizzati?accetteranno un impiego da McDonald a pochi euro l?ora.
A un anno dalle elezioni ciò che soprattutto sembra mancare in Germania è una visione, un progetto di lungo respiro su come affrontare questi problemi. Quando governava la SPD, la CDU la incalzava e il cancelliere Shroeder avvertiva “il fiato sul collo” dell?opposizione. Oggi questa tensione si è dissolta. Le opposizioni, l?estrema destra e l?estrema sinistra, sono inesistenti. La Grande Coalizione è un duopolio incontrastato che si divide la rendita politica. Le prossime elezioni sono lontane, perché rischiare di avvicinarle affrontando i problemi del paese.
La grande Coalizione è stata una delle illusioni dell?estate italiana. Forse prima di abbandonarvisi sarebbe stata utile qualche buona lettura di ciò che davvero sta accadendo a Berlino.”

Francesco Giavazzi

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , ,

Anche in banca va di moda la… larga Intesa

26 Agosto 2006 Commenti chiusi


Circa un anno fa proprio l?emergere degli scandali bancari dava la sensazione che lo scontro interno alla borghesia italiana fosse arrivato a un punto da rendere desiderabile un cessate il fuoco e una soluzione concordata tra l?ala iperliberista e quella più propensa alla logica della difesa dei confini. E da lì si cominciava a parlare di governo di larghe intese come la soluzione istituzionale più adatta a fare da cornice alla tregua (Monti, Tremonti). Oggi, mentre le prove tecniche di grande coalizione sono ormai palesi, proprio nel settore bancario parte un?operazione che può rappresentare la vera propria base materiale del laboratorio neocentrista. Si fondono Banca Intesa e San Palo Imi che daranno vita a quel gruppo di bancassurance che sarebbe piaciuto tanto a Consorte e che è tanto utile al capitale finanziario per gettarsi sul business della previdenza integrativa. Dirigono da una parte Giovanni Bazoli e Corrado Passera, noti esponenti della finanza cattolica prodiana (Passera fu il privatizzatore delle Poste col primo centrosinistra) e dall?altra Enrico Salza (Margherita) e Paolo Modiano (D?Alema), a capo di una banca che è notoriamente e da sempre vicina alla Fiat (nonostante qualche allontanamento negli ultimi tempi). Esuberi previsti: 10-15 mila unità e anche questo richiederà un assetto di unità nazionale.

Ma l?aspetto ancora più importate è che questa fusione (con cui – come ha detto Prodi – passiamo da prede a predatori) sospinge e rimette in pista l?altra grande operazione del risiko bancario, più volte annunciata ma finora arenatasi nelle reciproche diffidenze: quella tra Unicredit e Capitalia (con il Monte dei Paschi probabile sodale). E lì, visti i protagonisti, le larghe intese saranno espresse nella chimica finanziaria più pura: Alessandro Profumo, il banchiere di centrosinistra più critico (da posizioni ultraliberiste) nei confronti dell?establishment politico ed economico (qualche anno fa fu l?unico grande banchiere a rompere il patto di sindacato di Rcs-Corriere della Sera); Silvio Berlusconi, entrato recentemente tramite la figlia Marina nel patto di Capitalia; infine Cesare Geronzi, ex grande alleato di Fazio scaricato da quest?ultimo a beneficio di Fiorani, ma soprattutto incarnazione del bipartisan nel mondo della finanza. Attualmente fuori gioco per problemi giudiziari (è stato tra l?altro compagno di merende di tanzi, Cagnotti e Moggi), Geronzi è il banchiere notoriamente vicino al centrodestra che tuttavia salvò i Ds dal fallimento attraverso una serie di operazioni di compravendita del patrimonio immobiliare ex Pci. Ricordiamocelo. Perché il futuro del governo Prodi è legato ben più a questi movimenti sotterranei dell?economia piuttosto che ai capricci di Mastella, alle intemperanze di Capezzone o all?indisciplina dei dissidenti unionisti.

Categorie:Senza categoria Tag: , , , ,

Perché andiamo in Libano? I servi sciocchi dell’imperialismo

25 Agosto 2006 5 commenti


1) La missione in LIbano è una missione di pace? Una volta per tutte dovremmo impegnarci in una moratoria sulla semantica creativa e decidere cosa significa "missione di pace". Il presidente egiziano Mubarak qualche giorno fa ha dichiarato che il suo paese non invierà truppe perché i soldati egiziani non potrebbero sparare contro gli hezbollah e perché l’uccisione di un militare egiziano da parte dell’esercito israeliano potrebbe sortire conseguenze esplosive. I casi sono due: o non ha capito bene Mubarak o invece non ha capito bene Rina Gagliardi, visto il suo editoriale su Liberazione di mercoledì. Propenderei per la seconda ipotesi. 2) La spedizione Unifil si schiererà nel territorio libanese e dovrà coadiuvare l’esercito libanese nel disarmo degli hezbollah. Inoltre dovrà vegliare sul rispetto di una risoluzione Onu che gli sraeliani hanno già ripetutamente violato e detto di voler continuare a violare. Dove sta l’equidistanza? 3) I fatti di questo ultimo periodo confermano che l’ostacolo fondamentale alla pace in Medio Oriente è la politica di Israele, sostenuta in modo sfacciato dagli Usa. Disarmare l’unica forza che è riuscita a imprimere una battuta d’arresto a queste forze significa consolidare l’influenza americana e del suo principale alleato nell’area, altro che “autonomia dagli Usa". Trincerarsi dietro la condanna del terrorismo e del fondamentalismo del "Partito di Dio" significa nei fatti sostenere la politica di un regime autoritario di destra fondato sull’intolleranza religiosa. Tanto più che – tradotto nel linguaggio dei fatti – disarmare Hezbollah significa disarmare la resistenza libanese, che non coincide praticamente né tantomeno politicamente con il partito sciita (per fare un esempio: il Partito Comunista Libanese durante l’invasione ha dato indicazione di promuovere la resistenza contro l’esercito israeliano). Né d’altro canto avrebbe senso una politica di reale equidistanza. Non si può essere equidistanti da forze che incarnano forze e esercitano pesi così profondamente diversi. Nell’ipotesi più benevola sarebbe una mera astrazione. Nella peggiore una furbata. Prodi e D’Alema in realtà hanno deciso di far giocare all’Italia il ruolo di servo sciocco dell’imperialismo europeo (e qualche loro accolito se ne sta accorgendo, vedi Caracciolo) per vendicare la fama di imperialismo straccione che pesa da un secolo sul nostro paese. Se tutto va bene avranno la agognata consacrazione a "statisti". Se va male sono pronte le targhe in memoria di qualche altro "martire del terrorismo". 4) Il blocco sociale che sospinge nel nostro paese una politica neocoloniale (l’Italia è il principale partner commerciale del Libano, ma soprattutto questa e’ la chiave per inserirsi nello scacchiere orientale ritagliandosi un ruolo nella vicenda dell’Iran) è lo stesso che – per bocca dei Giavazzi e degli Ichino – esorta Padoa Schioppa a una politica di tagli alla spesa sociale senza guardare in faccia a nessuno. Cooperative e costruttori hanno tutto l’interesse a soffiare il business della ricostruzione alle imprese edili gestite da Hezbollah. Il capitale finanziario – che oggi si attrezza a divenire “predatore” (parole di Prodi) con la fusione San Paolo-Intesa – è pronto mettere piede in un’area strategica dal punto di vista delle risorse energetiche, della logistica, della finanza. L’unica possibilità che abbiamo di strappare dei risultati sta nell’evitare – per una volta – di affrontare separatamente questi due versanti dello stesso problema. Saldando da una parte istanze pacifiste e antimperialiste e dall’altra la questione sociale. Una gestione "tranquilla" della spedizione in Libano costerà dai 300 ai 600 milioni di euro all’anno (per circa 3000 soldati inviati), da sommare al costo delle altre spedizioni (a partire dall’Afghanistan), mentre altre vengono preannunciate (Gaza, Darfur?). E in Libano – a sentire D’Alema – staremo anni. I lavoratori italiani pagheranno la bolletta militare e poi le conseguenze della "proiezione stategica" verso est (delocalizzazioni, dumping sociale, ecc.). Questo ci dà modo di chiedere che ogni euro destinato a spedizioni militari sia spostato a sostegno della spesa sociale e ogni euro destinato al sostegno umanitario venga affidato direttamente a rappresentanti del popolo libanese e impiegato per la ricostruzione. 5) Ma per saldare questione sociale e lotta contro la guerra non bastano né la tradizionale "piattaforma" né una semplice manifestazione di propaganda. La lotta contro le spinte neocolonialiste presenti nel paese (e nella stessa maggioranza di governo) va fatta crescere da subito e nel tempo, di pari passo con le lotte che presumibilmente nasceranno dalla politica sociale di un governo sottoposto ai diktat dei Giavazzi e degli Ichino. Costruendo un programma di assemblee, di dibattiti e di manifestazioni in tutte le regioni e le grandi città, assemblando una rete organizzata di soggetti, portando il tema di una politica estera che sia veramente all’insegna della discontinuità nelle varie iniziative di movimento che verranno messe in campo da domani e su ogni terreno. Se il "collaboratore a progetto" di Atesia verrà in piazza per chiedere – come si diceva una volta – "pace e lavoro (stabile)", perché avrà capito che quelli come Tripi hanno interesse alla “pacificazione” manu militari del Libano, potremo dire di aver fatto un buon lavoro. P.S.: per chi si scandalizzasse per l’utilizzo del termine "imperialismo" segnalo che oggi il Venerdì pubblica un reportage (assai interessante) sugli interessi economici cinesi in Angola nel cui occhiello si dice che "l’ex colonia portoghese è terra di conquista per un nuovo e spregiudicato imperialismo".

RESISTENZE va in ferie!

11 Agosto 2006 Commenti chiusi

Ci ritroviamo il 25 agosto per preparare un autunno veramente caldo…

Categorie:Senza categoria Tag: ,

Mito e realtà del modello danese

10 Agosto 2006 Commenti chiusi

(da eguaglianzaeliberta.it)
Spesso negli ultimi tempi la Danimarca è stata portata come esempio di un sistema che si preoccupa sì del lavoratore, ma senza proteggere affatto il lavoro, in modo da garantire la massima flessibilità. Si tratta di una lettura molto approssimativa di ciò che accade veramente
Ronald Janssen

Nel dibattito sulla deregolazione del mercato del lavoro torna insistentemente il riferimento al modello scandinavo e, in particolare, danese, come esempio di flexcurity (combinazione fra libertà di licenziamento e tutele nel mercato del lavoro). Si mettono in ombra, tuttavia, le caratteristiche particolari e più o meno irripetibili di quel sistema:i periodi di disoccupazione sono coperti per quattro anni da un’elevata indennità di disoccupazione;l’indennità corrisponde a oltre il 70 per cento della retribuzione; il tasso di occupazione facilita la mobilità da un posto di lavoro all’altro, essendo dieci punti al di sopra della media europea e probabilmente, il più alto al mondo.
In questo contesto di garanzie e tutele s’inseriscono, inoltre, come spiega in quest’articolo Ronald Janssen, procedure di licenziamento tutt’altro che automatiche, essendo previste importanti clausole di preavviso, dirette a facilitare la mobilità dei lavoratori.
(EL)

“Salvare i naviganti, non le navi che affondano”
Il dibattito che viene attualmente condotto in Europa è decisamente troppo angusto. Riduce la discussione alla variabile danese: quella che mette insieme poca o nessuna protezione del posto di lavoro ed alti sussidi di disoccupazione. Questo riferimento sistematico al modello danese, presentato come quello che consente il “libero licenziamento dei lavoratori”, promuove l’idea che i lavoratori europei in cambio di una “mobilità protetta” dovrebbero abbandonare ogni protezione del lavoro.

In questo scenario, il termine sicurezza non significa che i lavoratori restano nel posto che occupano al presente, ma vuol dire che i lavoratori si spostano da un posto ad un altro. Di recente il commissario Vladimir ?pidla, con il portafoglio occupazione, affari sociali e pari opportunità nella Commissione di Bruxelles, ha illustrato in questo modo l’approccio: “Se la nave affonda – ha detto – non si cerca di salvarla, si evacuano i passeggeri” (1).

In altre parole, andrebbe abbandonata la legislazione che protegge l’impiego e la linea scelta dovrebbe essere, invece, quella di investire sulla formazione ed assistere i laboratori licenziati a trovare altri lavori.

Ma è proprio così come dicono? Davvero la protezione del lavoro nel sistema della flexicurity danese non gioca ruolo alcuno? Non è che quanti difendono l’idea di buttare a mare del tutto ogni protezione del lavoro saltano alle conclusioni sbagliate?

Anche la Danimarca protegge il lavoro
In effetti, le classifiche internazionali stilate dall’OCSE indicano per la Danimarca un livello, nel complesso, relativamente basso di protezione del lavoro (2). La legge danese, per licenziare i lavoratori, non obbliga i datori di lavoro ad ottenere autorizzazioni preventive di carattere, come si dice, amministrativo (pubblico), di qualsiasi tipo, né li obbliga a versare alti livelli di liquidazione a chi è licenziato. Di fatto, così, il livello effettivo di protezione del lavoro a tempo indeterminato è, in Danimarca, superiore di poco della metà alle protezioni applicate in Germania, in Francia od in Spagna?

Il che non significa, affatto, però che un lavoratore possa semplicemente essere licenziato senza colpo ferire. In linea con la ben nota tradizione forte di contrattazione collettiva dei nordici, sono i partners sociali a riempire il vuoto lasciato dalle legislazioni sul lavoro. I sindacati negoziano la protezione dei lavoratori attraverso contratti collettivi nei diversi settori dell’economia che coprono efficacemente la stragrande maggioranza dei lavoratori.

In particolare, poi, in Danimarca, la contrattazione collettiva vigente obbliga i datori di lavoro ad un preavviso ben anticipato per i lavoratori che intendono licenziare. Secondo i dati dell’OCSE (3), i padroni devono dare una notifica di 4 mesi in caso di licenziamento collettivo a tutti i lavoratori che abbiano un’anzianità di 4 anni. Con 20 anni di anzianità, il periodo di preavviso sale a 5 mesi e prevede un mese e mezzo in più di liquidazione.

Una semplice elaborazione dei dati disponibili in sede OCSE (i più completi) dice che, con 20 anni di anzianità ed in caso di licenziamento collettivo, il periodo di preavviso è in generale maggiore in tutti i paesi nordici rispetto agli altri paesi europei. La graduatoria (arrotondata al mese) vede prima la Svezia (10 mesi), poi, nell’ordine, la Germania (8), la Finlandia (7), la Danimarca appunto (5 mesi). E, a seguire, Gran Bretagna (quasi 5), Norvegia (4), Italia (3 mesi e mezzo), Francia (2 mesi e mezzo), Olanda (2 mesi e mezzo), Spagna (2 mesi).

Solo la Germania, in definitiva, ha un periodo di notifica del licenziamento analogo a quello in vigore nei paesi nordici. E quello svedese, il più alto, pur rendendo un po’ meno flessibile la copertura complessiva della protezione sul lavoro non la danneggia poi tanto, visto e considerato che la Svezia raggiunge comunque uno dei tassi d’occupazione più alti dell’Europa e del mondo.

A questo punto è evidente, no?, che non esiste il “libero licenziamento” in Danimarca. E’ vero, alcuni requisiti di protezione del lavoro come obbligo di procedure preventive amministrative e liquidazione sono meno dure che altrove, ma i lavoratori danesi hanno diritto a un preavviso che, nei fatti, è più alto che in molti altri paesi dell’Europa avanzata.

Altre lezioni utili dalla prassi di contrattazione collettiva dei nordici
Ma perché Danimarca, Svezia, Finlandia danno tanto rilievo al diritto del lavoratore licenziato a un preavviso congruo? Il motivo è che il preavviso riduce i costi di aggiustamento fornendo un cruciale vantaggio ai lavoratori licenziati. Il preavviso funziona come un sistema di preallarme che segnala ai lavoratori la necessità di prepararsi, di cominciare a cercarsi un altro lavoro e, se necessario, ad impegnarsi in un’opera di ri-addestramento professionale. Non è certo granché sorprendente che la ricerca dimostri come i lavoratori cui viene fornito un preavviso restano, poi, realmente disoccupati per un periodo di tempo minore e trovano un altro lavoro più facilmente(4).

Ma c’è di più. Danimarca e paesi nordici, in generale, non si limitano semplicemente a fornire un utile preallarme ai lavoratori sull’arrivo di un mutamento nelle loro condizioni di lavoro (o di non lavoro), ma assicurano che i lavoratori abbiano a loro disposizione gli strumenti capaci di aiutarli a consentire una risposta utile, produttiva, al cambiamento che devono affrontare. Per esempio, subito dopo che in Danimarca viene annunciato il licenziamento collettivo, l’azienda che lo ha annunciato viene letteralmente “invasa” dall’ufficio di collocamento pubblico e dagli istituti della partnership sociale (lavoro ed impresa) per mettere a disposizione dei lavoratori che ricevano la notifica di licenziamento consigli, assistenza e altri strumenti di supporto. Si tratta di misure pratiche, concretamente e rapidamente efficaci, di indirizzo e di reindirizzo all’impiego.

Un altro buon esempio lo fornisce la prassi della contrattazione collettiva in Svezia. Gli accordi collettivi a livello aziendale hanno costituito dei fondi di “transizione carriera” finanziati dalle imprese e gestiti su base bilaterale col sindacato. Sono fondi che forniscono, ai lavoratori che hanno ricevuto il preavviso, formazione professionale, aiuto specifico nella ricerca di un nuovo posto di lavoro e stages pagati in altre aziende anche durante il periodo in cui sono ancora formalmente dipendenti dall’azienda che li sta licenziando.

La filosofia di fondo è quella di aiutare immediatamente e concretamente i lavoratori, di impedire loro di affondare nel baratro della disoccupazione attivandosi ed attivandoli, poi, solo dopo sei mesi o un anno. Ma la premessa che lo consente è, naturalmente, l’obbligo per l’azienda di un periodo di preallarme anticipato nel quale questo sostegno attivo possa essere fornito ai lavoratori coinvolti.

Conclusione: l’Europa deve strappare il diritto di discussione sulle scelte da prendere
Dunque, un’occhiata più da vicino mostra quanto sia scorretto il modo in cui oggi viene presentato il modello danese di protezione dell’impiego. La componente flessibilità nella flexicurity danese non può affatto essere presentata come qualcosa che non pone ostacolo alcuno alle imprese che vogliono licenziare. Certo, alcuni elementi di protezione del lavoro sono meno accentuati in Danimarca, ma Danimarca ed altri paesi nordici sono al contempo assai rigidi nel garantire i diritti di preavviso ai lavoratori. E, insieme, il preavviso viene utilizzato nei paesi nordici come cruciale opportunità di dare una mano attiva ai lavoratori nel corso di processi di cambiamento strutturale.

Tutto ciò ha implicazioni importanti sul tentativo in atto di far avanzare la flexicurity a livello europeo complessivo. L’Europa dovrebbe raddrizzare, dunque, i termini stessi del dibattito. La questione di fondo, l’obiettivo di fondo, non è quello di offrire agli imprenditori, oltre alle opportunità cresciute di avvalersi delle delocalizzazioni verso i paesi a basso costo del lavoro, altri regali come il liberarli del tutto – e in non pochi lo auspicano – di qualsiasi protezione offerta al lavoro.

Invece, parte importante di un’agenda realmente riformatrice potrebbe essere quella di cambiare il mix dei sistemi di protezione del lavoro. Scelte coerenti in questa direzione – inclusa sempre e comunque la prassi della contrattazione collettiva – dovrebbero garantire sistemi di protezione che forniscano ai lavoratori adeguati periodi di preavviso e dovrebbero usare questa finestra temporale di protezione per “accompagnare” i lavoratori nella transizione che li porterà ad occupare lavori nuovi ma, anche e insieme, come si dice decenti.

Così, di certo, abbiamo bisogno di proteggere il lavoratore e di investire nelle sue professionalità e nella sua mobilità. Ma, per poterlo fare, abbiamo anche bisogno di proteggere il lavoro così che i lavoratori, al termine del loro rapporto di impiego con un’impresa, siano molto più preparati ed equipaggiati di quel che sarebbero col licenziamento ad libitum.

Resta, infine, un caveat importante. L’analisi, finora, è stata focalizzata su modalità e procedure dirette a far dimagrire l’occupazione e ad investire sulla protezione della mobilità esterna. Ma ancor più importante è anticipare la ristrutturazione facendo sì che le aziende investano in tempestivi processi di innovazione, nella formazione e nella mobilità interna della forza lavoro. Il licenziamento, cioè, in casi di ristrutturazione dovrebbe essere, sempre e sul serio, l’ultima delle opzioni disponibili.

___________________________
Note
(1) Intervento al vertice dei ministri del Lavoro tenuto nel primo semestre 2006, sotto la presidenza austriaca.
(2) Gli indici OCSE variano tra 0 (nessuna protezione) e 6 (massima protezione del lavoro: nel senso proprio di posto di lavoro). La protezione complessiva del lavoro include i periodi di preavviso e la liquidazione, ma anche tutte le formalità amministrative e le procedure di ordine burocratico come, per esempio, la richiesta e la concessione del permesso preventivo di licenziamento.
(3) OCSE, Employment Outlook, 2003.
(4) T. Raymonde, Social Accompaniment Measures for Globalisation: Sop or Silver Lining?- Misure sociali di accompagnamento per la globalizzazione: un contentino o un utile strumento? mimeo 2005.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Tav: diamo i numeri

10 Agosto 2006 Commenti chiusi

(da www.eguaglianzaeliberta.it)Si aspettano ancora dati attendibili sia sullo sviluppo potenziale del traffico (finora si è usato il metodo che ha portato al disastro l’Eurotunnel) che sulla valutazione di impatto ambientale. Tre tematiche da approfondire
Adriano Serafino

Dopo l’avvio del “tavolo politico” il 29 giugno e la riunione della Conferenza Intergovernativa il 4 luglio, le rappresentanze istituzionali nazionali, regionali, le Comunità Montane ed i Sindaci hanno espresso un concreto ottimismo per la ripresa del confronto sulla questione della linea ferroviaria ad alta capacità in Val di Susa. Per contro, nel corso dell’affollata riunione del Comitato Istituzionale tenutasi il 5 luglio a Bruzolo, ben diversa è stata la valutazione di molti dei rappresentati dei Comitati No-Tav che chiaramente hanno motivato la loro crescente diffidenza sia nei confronti del ceto politico sia per il prossimo avvio dell’Osservatorio Tecnico presieduto da Mario Virano.

E’ palese il timore che non si affronti il “se fare la Torino-Lione” – ovvero iniziare un’approfondita verifica della opzione zero – ma si discuta invece su “come farla” in modo da farla rientrare nelle sei opere prioritarie per le quali entro l’anno la UE deciderà la ripartizione di quei finanziamenti per le reti europee che il bilancio comunitario del 2007-2013 ha ridimensionato da 20 miliardi di euro a 7. Temono altresì che l’Osservatorio sia il metodo soft che sostituisce quello arrogante dell’ex-ministro Lunardi rimanendo però immodificato l’obiettivo governativo da raggiungere.

D’altronde è innegabile che questa diffidenza sia stata alimentata dalle dichiarazioni di importanti interlocutori – Regioni-governo-partiti – che spesso mutano di significato a seconda delle sedi in cui sono pronunciate e che, purtroppo, prefigurano una ben diversa strategia del confronto. E’ innegabile l’esistenza in Valle di Susa di uno zoccolo duro che diffida delle mediazioni politiche, ma è altrettanto palese che la radicalizzazione di questo fenomeno è in gran parte indotta dall’atteggiamento di quei politici che in maniera bipartisan si sono schierati per la nuova Torino-Lione difendendola senza più farsi sfiorare dai dubbi sollevati dalle molte osservazioni critiche.

Eppure i critici di questa grande opera hanno più volte sottolineato che nel settore dei trasporti “?vanno definite chiare priorità sulla base di un’attenta valutazione delle risorse finanziarie disponibili?..di assicurare i collegamenti orizzontali e verticali tra le diverse aree dell’Italia (ed alle reti europee), anche al fine di migliorare la mobilità dei fattori produttivi e ridurre i sovraccosti ?”. Oggi queste frasi si ritrovano nelle pagine dedicate alle infrastrutture del Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) che tra l’altro afferma: “Gli aspetti legati all’efficienza della spesa e alla tempistica di realizzazione devono finalmente essere contemplati tra i criteri di selezione ..che s’intende affrontare il tema della realizzazione delle grandi opere con metodo concreto e pragmatico, tenuto conto delle risorse date ovvero ragionevolmente disponibili e del grado di avanzamento di tali opere…” e che “Uno specifico intervento correttivo riguarda anche il ricorso alla via ordinaria per la valutazione dell’impatto ambientale del TAV in Val di Susa”.

Se questi sono i nuovi criteri di scelta, anche per il governo l’Osservatorio tecnico dovrebbe rappresentare un’esperienza diversa dal passato sia per quanto riguarda l’analisi dell’opzione zero sia per altre alternative alla Torino-Lione, un’opera che ingoierebbe miliardi per oltre quindici anni prima di essere utilizzata a regime! Si sta definendo un nuovo contesto che potrebbe favorire il defilarsi di molti sostenitori della Tav, non tanto passando nello schieramento del “No-Tav”, ma prendendo le distanze da quella idea di modernità e di benessere a cui è stata collegata la Torino-Lione: anche per questo sarebbe utile che “il tavolo politico” definisse temi e calendario per l’Osservatorio. Qui ne indico tre.

L’analisi sui flussi merci e passeggeri sull’arco alpino
Dati certi devono diventare patrimonio per un’analisi comune su quanto è transitato dal valico dal Frejus e del Monte Bianco in questo decennio. I nostri dati dicono che tra il 1993 ed il 2004 il numero complessivo dei TIR che hanno utilizzato questi due trafori non è aumentato (erano circa 750.000 per l’uno e 700.000 per l’altro nel ’93, sono diventati 1.130.000 e 350.000 nel 2004) mentre nel 2005 sono diminuiti di circa il 10%. Il passaggio di Tir sotto il monte Bianco è stato contingentato, al Frejus è libero ed incentivato con la promessa della costruzione di una seconda canna. Dovremmo anche parlare dei nodi ferroviari delle grandi città della pianura padana, ridimensionando le previsioni dei flussi di lunga distanza per il Corridoio 5: i criteri utilizzati da GEI-Alpetunnel e recepiti da LTF e RFI sono ancora quelli utilizzati per le stime dei flussi dell’Eurotunnel sotto la Manica, previsioni infondate che hanno trascinato al default finanziario. Inoltre è mutato profondamente il contesto di riferimento: l’Unione Europea è passata da 16 a 25 Stati membri e nel commercio europeo si sono inseriti la Cina ed i paesi dell’Est Asiatico.

L’aderenza ai parametri europei per la progettazione dei corridoi e le grandi reti di trasporto
Molto si è scritto sulle lobby messe in campo da Lorenzo Necci, padre della Tav. Lui è morto di recente ma sopravvive l’eredità della sua strategia: collegare senza fermate le grandi metropoli con linee dedicate ad alta velocità per fare concorrenza al trasporto aereo. La velocità di progetto dei 300 Km orari per l’Italia è collegata a questo progetto nonostante che tra Torino e Novara tale velocità potrà essere mantenuta solamente per poche decine di chilometri in quanto ne servono più di venti per raggiungerla ed altrettanti per decelerare. L’idea iniziale era quella di percorrere Milano-Torino-Lione-Parigi senza fermate intermedie!

Al di là di quanto hanno deciso i committenti ed avallato gli analisti ed i progettisti di LTF e di RFI i parametri europei per la rete europea dovrebbero essere quelli indicati dal Parlamento Europeo nel 1996 con la decisione N.1692/96/CE. Verifichiamolo: il comma 2 dell’art.10 precisa: “Rientrano nella definizione europea di alta velocità sia le linee specializzate per velocità pari o superiori a 250 km/h che le linee ristrutturate per velocità pari a circa 200 km/h, e financo quelle con velocità inferiori, posto che vincoli legati alla topografia, al rilievo o ai nuclei urbani ne giustifichino gli specifici parametri progettuali”. Ci siamo sempre trovati di fronte a numeri ballerini (come il pallone tra i piedi di Zidane!) sia per i parametri europei sia per il modello d’esercizio della linea a regime. Stante alle comunicazioni RFI dello scorso anno i treni merci da e per la Francia non sarebbero più lunghi 1.500 metri ma solo la metà e così pure il tonnellaggio trasportato. Ma non erano i lunghi e pesanti treni a giustificare il megatunnel?

La gronda merci ed il nodo di Torino
C’è il rischio di finire a discutere “come fare” per fasi la Torino-Lione iniziando dalla gronda merci (la nuova linea da Settimo a Brufolo) sulla quale – si dice – tutti sarebbero d’accordo. Ma così non è! La gronda merci si propone di fare transitare nella cintura Nord-Ovest ed in valle di Susa ben 400 treni merci al giorno, un flusso insostenibile per l’ambiente e la residenzialità!

Altra cosa, altra infrastruttura è infatti la circonvallazione ferroviaria delle merci di Torino o tangenziale ferroviaria che transiterebbe sotto Corso Marche (zona Ovest di Torino) per raggiungere lo Scalo Ferroviario di Orbassano (a pochi km dalla Fiat Mirafiori) proseguendo poi sulla linea storica verso il Frejus. Da questo scalo sarebbe anche possibile tracciare una nuova direttrice ferroviaria per le merci verso il Sud della Francia transitante per Cuneo e Ventimiglia. Ma il progetto RFI ha escluso questa ipotesi che comporterebbe la ristrutturazione dello scalo per trasformarlo in un moderno polo logistico integrato che consenta per un verso l’intermodalità (trasporto ferro-gomma) con il vicino centro agro-alimentare torinese, per l’altro la realizzazione di un terminal logistico da cui smistare con mezzi ecocompatibili (un nuovo modello che la Fiat potrebbe produrre!) le merci verso Torino ed i Comuni dell’area metropolitana, ottimizzando tempi e percorsi, decongestionando il traffico e riducendo l’inquinamento.

Un progetto (Logistic City) è stato presentato due anni fa al Lingotto (rassegna Infrastructura) dalla società Interporto di Torino, prendendo spunto da quanto realizzato a Barcellona e Montecarlo. Ma quel progetto si è perso..?ad alta velocità!

Aver ottenuto di stralciare la Torino-Lione dalla procedura della Legge Obiettivo è un importante risultato se ciò comporterà che la valutazione di impatto ambientale (VIA) sia definita recuperando le osservazioni (del prof.Virginio Bettini) allegate alla relazione “Ambiente e Territorio” della Commissione Intergovernativa del 2000 che , tra altro, prevedono che la stessa sia eseguita con il metodo cumulativo, cioè sommando rischi e inquinamento esistenti a quelli che sarebbero indotti dalla nuova linea: una VIA per l’intera percorrenza Torino-Lione e non per singole tratte. Infine è bene ricordare che il Dpef 2007-2013 ripropone la valutazione ambientale strategica (VAS) per quei piani e/o programmi che possono avere effetti significativi sull’ambiente e sul rapporto consumo energetico-inquinamento. Quindi servirebbe una VAS per il Corridoio 5 per il quale esistono progetti alternativi “all’imbuto di cemento” che è stato previsto.

Categorie:Senza categoria Tag: ,