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Archivio Settembre 2006

Franco Astengo: La Vera novità politica

30 Settembre 2006 Commenti chiusi


La vera novita’ politica

(28 settembre 2006)

Il parere favorevole fornito dal Ministro degli Esteri all’ordine del giorno presentato dal centrodestra sulle missioni internazionali, ed il conseguente voto ? pressoché unanime ? della Camera dei Deputati sul decreto riguardante l’intervento in Libano, rappresentano una vera novità politica, che arriva in anticipo sui tempi previsti, dall’esito delle elezioni, al riguardo del definitivo mutamento d’asse da parte del governo di centrosinistra.

Non solo è stato toccato il fondo sul terreno, delicatissimo e fondamentale, della politica estera: laddove, fino a qualche giorno fa, si segnalava, da parte degli iper ? ottimisti, il vero e proprio punto di ?salto di qualità? da parte del nuovo governo.

La manovra parlamentare, di cui riferivamo all’inizio, si è verificata ? per di più ? proprio nel giorno in cui un soldato italiano veniva ucciso in Afghanistan, consentendo così a tutti i moderati (compreso il sottosegretario diessino alla difesa) di confermare l’indispensabilità della nostra presenza su quello scacchiere di guerra, in uno Stato ormai suddiviso, come scrive Giuliana Sgrena sulle colonne del ?Manifesto?, in Afghanistan ed Jihadistan.

L’ordine del giorno del centrodestra cui il governo ha dato via libera alla Camera rappresenta, comunque, molto di più , almeno sul piano politico: rappresenta, cioè, la nascita ufficiale di una allargata ?grossekoalition? all’italiana.

Questo perché già l’alleanza di centrosinistra costituiva una ?grossekoalition? dal larghissimo perimetro: adesso appare evidente che la realizzata condivisione nel far partire le truppe verso il Libano, costituisce il segnale di un intreccio che si svilupperà ben oltre il soccorso dell’UDC.

Vedremo, in breve tempo, cosa accadrà sui temi di politica economica e sociale. In particolare come si svilupperà il dibattito sulla legge finanziaria.

Ed assisteremo anche al prosieguo del dibattito sulla formazione del Partito Democratico e della Sinistra Europea.

Il dato più evidente, però, rimane quello che non ci stanchiamo di segnalare da quando si è formata l’Unione: l’assenza di un contraddittorio politico a sinistra.

Anzi della crescita, a sinistra, della voglia ?matta? di star dentro alla fortezza della governabilità: una fortezza ormai a nove punte, come quella di Palmanova.

Lo dimostra l’editoriale scritto dal capogruppo del PRC al Senato e pubblicato da ?Liberazione? l’altro ieri, mentre si fanno sempre più flebili e contraddittorie le voci del ?dissenso? presenti in Parlamento.

Questi i fatti più recenti, che aprono ancor di più ? se mai ce ne fosse stato bisogno ? un interrogativo: quale soggettività, quale presenza politica, per una sinistra che intenda opporsi a questo evidente indirizzo della vicenda politica italiana?

Un indirizzo che appare, ormai, a livello parlamentare quasi unanime?

Un pezzo di sinistra , quella più coraggiosa, coerente, riflessiva, appare più o meno al di tutto fuori dallo scenario politico (non certo dalla ?politica? come pretendeva qualcuno tempo fa): si può cominciare a pensarci?

Savona, li 27 Settembre 2006

Franco Astengo

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(da canisciolti.info) La Finanziaria (probabile) in sintesi

29 Settembre 2006 Commenti chiusi


Finanziaria: Tra tasse, aliquote e pannelli solari
Venerdì, 29 settembre
Appunti Arriva la finanziaria da 30 miliardi, di cui 18 di tagli alla spesa e 12 di nuove entrate. Le linee della manovra sono state illustrate dal governo alle parti sociali e agli enti locali. Il pacchetto fiscale e’ stato praticamente ultimato nella serata di giovedi’, mentre la composizione dei tagli e’ piu’ complessa. Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha detto chiaramente che reperire i 30 miliardi ”e’ stato straordinariamente difficile” e che le richieste dei ministeri per le misure per lo sviluppo e l’equita’ sono ammontate a ”60 miliardi di euro”, quattro volte le risorse messe a disposizione dal governo.

Ed inoltre ”tagliare la spesa non e’ facile, perche’ le riduzioni facili da attuare, come quelle sui beni e servizi, sono state gia’ fatte in precedenza, mentre la spesa strutturale, come quella sanitaria, e’ stata lasciata lievitare”. Ecco le principali misure della finanziaria, che comunque sono soggette a ulteriori limature al Consiglio dei Ministri.

- TAGLIO DEL CUNEO FISCALE, MA IN 2 TEMPI. L’abbattimento di
5 punti potrebbe avvenire in due tempi per diluire nel 2007 l’onere di 9 miliardi di euro. I benefici sono legati al lavoro a tempo indeterminato. Previsto uno sconto Irap maggiore per le aziende del Sud. Il 60% del taglio riguarda le imprese, il 40% i lavoratori.

- SALE LA NO TAX AREA. È il limite di reddito sotto il quale non si pagano le tasse. Da 7.500 a 8.000 euro per i lavoratori e da 7.000 a 7.500 euro per i pensionati.

- TORNA L’IRPEF AL 43% SOPRA I 70.000 EURO. Si fa marcia
indietro rispetto al secondo modulo della riforma Tremonti e i redditi sopra i 70.000 euro pagheranno le tasse con l’aliquota al 43%, come avviene ora per quelli sopra i 100.000 euro.

- TORNANO DETRAZIONI E SCONTI SOTTO 40.000 EURO. Si torna al vecchio regime degli sconti fiscali che erano stati sostituiti dal precedente governo con le deduzioni, ovvero abbattimenti dell’imponibile fiscale. L’effetto sarà quello di una minore tassazione sotto i 40.000 euro.

- TASSAZIONE RENDITE AL 20%. Viene così unificata l’aliquota che variava dal 12,5% dei Bot al 27% dei conti correnti. Il governo si attenderebbe da questa misura un gettito di 2,5 miliardi di euro. Da questa armonizzazione della tassazione potrebbero restate fuori i nuovi bond-infrastrutture

- PENSIONI, STOP 1 FINESTRA PER L’ANZIANITÀ. Ci sarà una rimodulazione dei tempi e tutti gli aventi diritto il prossimo anno andranno in pensione leggermente più tardi, con tre sole uscite annue.

- PENSIONI D’ORO, PRELIEVO 3%. Sarebbe previsto solo per i trattamenti pensionistici più alti.

- AUMENTO CONTRIBUTI. Riguarderà sia i lavoratori autonomi che i parasubordinati. L’incremento sarà spalmato in 2 anni.

- ANTICIPO RIFORMA TFR AL 2007. La misura è ancora incerta ma prevede il decollo della previdenza complementare utilizzando il Tfer. La parte che rimane inutilizzata sarà attribuita in quota parte ad un fondo gestito dall’Inps

- CREDITO IMPOSTA PER SUD. Torna il bonus automatico per le imprese del Mezzogiorno che assumono o fanno investimenti.

- PER MEZZOGIORNO ANCHE ZONE FRANCHE. Saranno individuate delle aree nelle città del Sud nelle quali sarà possibile avviare nuove piccole attività imprenditoriali, come è già stato fatto in Francia, con importanti sgravi fiscali e contributivi.

- RISORSE DEL PONTE PER IL SUD – Le risorse destinate alla costruzione del Ponte di Messina saranno utilizzate per le infrastrutture del mezzogiorno. Lo avrebbe assicurato il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, alle parti sociali ed enti locali.

- TAGLI A ENTI LOCALI, MA PIÙ TASSE. Ancora non è stata data una cifra ma si attende risparmi da questo fronte nell’ordine dei 4-5 miliardi di euro. Ma per le autonomie locali in arrivo lo sblocco delle addizionali. In particolare i Comuni avranno anche la compartecipazione al gettito dell’Irpef nazionale, la tassa di scopo, la devoluzione del catasto da
febbraio 2007.

- FAMIGLIA, PIÙ ASSEGNI E BONUS FIGLI PICCOLI. Saranno potenziati per i redditi medio-bassi gli assegni familiari. Probabile anche l’arrivo di un bonus di 2.500 euro destinato però solo alle famiglie con figli da 0 a 3 anni.

- SALTA REINTRODUZIONE TASSA SUCCESSIONE. La misura, che doveva riguardare i grandi patrimoni, era stata annunciata nei giorni passati da esponenti del governo, ma forse l’esiguità del gettito – appena 200 milioni di euro – ha fatto rivedere nell’ultima fase della definizione questa decisione.

- STUDI SETTORI, CONTROLLI PIÙ SERRATI. Verifiche ogni 3 anni dagli attuali 4. Possibile anche un innalzamento della platea dei soggetti dagli attuali 5,1 milioni di euro di fatturato a 7,5 milioni.

- SUPERTASSA PER I SUV. Mentre non pagherà il bollo per 5 anni chi acquista dal primo gennaio un’auto ‘Euro4′.

- DA LOTTA A EVASIONE 4 MLD. Previste una serie di misure tipo quelle adottate già con la manovra di luglio.

- TICKET SU CODICE BIANCO PRONTO SOCCORSO. Se la prestazione non ha il carattere dell’urgenza si paga. Verso un aumento dei ticket sulla diagnostica e sulle prestazioni specialistiche dagli attuali 36 euro a 40-41 euro. Salterebbe invece il ticket sul day hospital che invece era stato ipotizzato in un primo momento.

- PUBBLICO IMPIEGO, SEMI-BLOCCO DEL TURN-OVER. Verrà assunto un lavoratore ogni 4 o 5 uscite. Ancora non chiaro, invece, l’ammontare delle risorse che verranno indicate per il rinnovo dei contratti. L’ultima offerta del governo è di 1,2 miliardi di euro contro una richiesta dei sindacati di 3,7 ,miliardi.

- DA SANITÀ RISPARMI 3 MLD. Questa l’intesa raggiunta tra il governo e le Regioni. Confermata la misura già vigente di aumenti delle tasse per quelle Regioni che sforano i tetti di spesa.

- MISURE CONTRO FRODI IN SANITÀ. Dovrebbero essere più pesanti le sanzioni per gli operatori sanitari che truffano il servizio sanitario nazionale.

- CASA, VERSO POLIZZA ANTICALAMITÀ. È l’assicurazione obbligatoria per coprire i privati dai danni dovuti a calamità naturali. Ma non è scontato un successo della norma, proposta in tutte le ultime Finanziarie e sempre cancellata nell’iter parlamentare.

- CASERME E FARI IN CONCESSIONE A PRIVATI. Niente cartolarizzazioni né vendite ma concessioni lunghe, fino a 50 anni.

- GIRO DI VITE SU SPESE P.A. Tra le misure previste: il taglio del 10% dei dirigenti dei ministeri; la diminuzione del 6% dei consumi; l’istituzione di uffici unici sul territorio che accorpino sedi periferiche sparse; soppressione delle direzioni provinciali del Tesoro e della Ragioneria; risparmi anche su carta e stampati; tetto per consulenze, missioni e outsourcing.

- BONUS SU PANNELLI SOLARI E ROTTAMAZIONE CALDAIE. Sono alcuni dei provvedimenti in favore dell’ambiente che potrebbero trovare spazio nella manovra, insieme a dei riferimenti concreti rispetto al protocollo di Kyoto.

- ENTI INUTILI CHIUDERANNO I BATTENTI. Si conta così di risparmiare 900 milioni di euro.

- LAVORO, SGRAVI CONTRO PRECARIATO. Potrebbero trovare spazio anche incentivi alle imprese che assumono a tempo indeterminato
o che trasformano contratti a termine in occupazione stabile.

- MINISTRI PARLAMENTARI, TAGLIO INDENNITÀ. La diminuzione dovrebbe essere intorno al 20-25% per coloro che sono titolari
di dicasteri e allo stesso tempo deputati o senatori.

- STOP VENDITA ALCOL AI MINORI. La misura avrebbe preso le mosse dai dati di diffusione dell’alcol tra gli adolescenti con finalità di prevenzione.
Riferimenti: Cani Sciolti

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(da Peacereporter) Per il Pentagono il web è "troppo libero"

29 Settembre 2006 1 commento


Stati Uniti d’America – 25.9.2006
E-War
Documento del Pentagono svela piani Usa per la conquista militare di Internet: troppo libera

Il Pentagono ha deciso che per manipolare a proprio favore l?opinione pubblica interna e mondiale non basta più controllare i mass media: televisioni, radio e grandi giornali nazionali ed esteri. I generali Usa hanno stabilito che bisogna conquistare, e al limite distruggere, anche l?ultimo bastione della libertà d?informazione e di critica: Internet. Il dipartimento della Difesa intende ?combattere la rete? in quanto essa rappresenta un ?sistema d?arma nemico?, deve prendere il controllo di Internet così da garantirsi il completo controllo ?di tutto il sistema di comunicazione globale? e con esso la capacità, in caso di bisogno, di ?sconvolgerlo e distruggerlo?.
Non è lo scenario orwelliano di un romanzo di fantapolitica.
E? la realtà scritta nelle 74 pagine di un documento segreto del Pentagono intitolato ?Roadmap per le Operazioni d?Informazione?, datato 30 ottobre 2003 e recante la firma del segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld.

Guerra di propaganda sulla rete. Il documento, recentemente declassificato in base al Freedom of Information Act, stabilisce le linee guida di una strategia militare per combattere una guerra virtuale per la conquista della rete. Una strategia incentrata su ?operazioni di guerra psicologica? (PsyOp, nel gergo militare Usa) e di ?guerra elettronica? (E-War, Electronic Warfare). Lo scopo è quello di manipolare e controllare le informazioni diffuse in Internet, promuovendo quelle favorevoli agli interessi Usa e bloccando quelle che ?favoriscono il nemico?. Le tattiche indicate sono molteplici. La creazione di portali globali di propaganda gestiti direttamente dal Pentagono ma non identificabili come tali, i quali raccolgano e diffondano informazioni che supportano le politiche Usa, informazioni prodotte in tutto il mondo da fonti di grande credibilità. L?istituzione di squadre speciali di hacker per operazioni si sabotaggio elettronico di siti di informazione nemici che diffondo notizie pericolose o sgradite al governo Usa. La diffusione di propaganda in territorio nemico via Internet ?per manipolare i pensieri e le convinzioni del nemico?.

La rete, pericolosa perché troppo libera. L?aspetto più inquietante che emerge da questo documento è che il governo degli Stati Uniti considera ?nemici? non sono solo i siti Internet del nemico (ad esempio quelli legati ai gruppi integralisti islamici) ma la rete Internet tout court, percepita come un pericolo in quanto luogo in cui l?informazione circola liberamente. Prendere il controllo della rete per limitare questa libertà significa fare con Internet quello che è stato fatto con gli altri mass media: privatizzare e concentrare, creando grandi gruppi che detengano il monopolio della diffusione delle informazioni. Che tradotto in Internet significherebbe non più miliardi di siti web incontrollabili, ma pochi ?affidabili? megaportali che ospitano pagine e spazi dai contenuti ?certificati?. Una prospettiva non certo estranea ai progetti delle grandi aziende Usa del settore (Google, Yahoo, AmericaOnLine e Microsoft). Progetti che il Pentagono potrebbe decidere di sostenere. Non sarebbe la prima volta, nella storia degli Stati Uniti d?America, che si verificano convergenze strategiche tra interessi militari nazionali e interessi commerciali privati.

Guerra per la libertà o guerra alla libertà? Dall?inizio della guerra globale seguita agli attentati dell?11 settembre 2001, il governo Usa ha fatto largo ricorso alla propaganda e alla censura per creare e mantenere il consenso dell?opinione pubblica nazionale e mondiale per creare una cortina fumogena attorno a tutto ciò che i cittadini non devono sapere. Una pratica che poco si addice a un governo che afferma di combattere una guerra mondiale per la difesa e la diffusione della democrazia e della libertà.
Enrico Piovesana
Riferimenti: Peacereporter

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La ricetta di Montezemolo

29 Settembre 2006 Commenti chiusi


CENTRO STUDI CONFINDUSTRIA

Le politiche economiche per il Paese e per le imprese
Roma, 22 settembre 2006

Intervento del Presidente Luca di Montezemolo

Abbiamo scelto di dedicare questa giornata di lavoro del Centro Studi alle politiche economiche perché siamo convinti che per cogliere l?obiettivo della crescita in un?economia globalizzata le politiche davvero efficaci che un paese può dispiegare sono quelle in grado di migliorare l?ambiente economico, normativo – in una parola competitivo – in cui le imprese sono chiamate ad operare.

E? nostra ferma opinione che oggi le politiche basate sulla spesa pubblica e sulla domanda siano le meno efficaci. Ciò di cui abbiamo bisogno è una politica economica diretta a migliorare il funzionamento dei mercati, la concorrenza e il sistema finanziario e ad orientare in modo efficiente le scelte delle imprese.

Sono questioni collegate in maniera determinante all?efficienza e all?efficacia delle istituzioni politiche e amministrative dello Stato, degli enti di governo locale, della società.

Per le imprese, per la loro possibilità di operare con successo ed efficacia, assumono sempre più importanza il sistema delle relazioni tra parti sociali, come viene attuato il federalismo, la macchina amministrativa, insomma tutte le condizioni di contesto che rendono un paese più o meno attraente per gli investitori e per chi vuole fare impresa.

Il risanamento dei conti pubblici rappresenta tuttavia una questione chiave per la competitività delle imprese e del sistema nel suo complesso. L?attenzione che tutti i paesi stanno dedicando alle politiche di bilancio – penso, in prima battuta, alla Germania che ha iniziato un percorso di riforme strutturali – conferma l?importanza di politiche tributarie adeguate.

Una delle leve di bilancio è la tassazione che incide direttamente sulla competitività delle imprese.

Io non voglio addentrarmi nella questione: sono previsti interventi autorevoli, relazioni di esperti e le conclusioni – a cui rimando per quanto riguarda l?orientamento di Confindustria – del vice presidente Pininfarina.

Mi limiterò solo a ricordare che nelle ultime due legislature sono state introdotte innovazioni importanti, ma certo il cammino per rendere -diciamo così – le nostre aliquote competitive in Europa e nel mondo è ancora lungo. Se vogliamo crescere dobbiamo sapere che resta essenziale alleggerire la pressione fiscale sulle imprese e sulla produzione di ricchezza. Sapendo che i paesi nostri concorrenti si muovono, lungo questo percorso, in modo molto più veloce di quanto non si stia facendo da noi.

Non possiamo pensare di risanare i conti pubblici aumentando le tasse. Le manovre che hanno dato risultati sono quelle basate sui tagli di spesa. E? con i tagli alle troppe spese improduttive che si devono reperire le risorse per gli investimenti strategici, a cominciare dalle infrastrutture e da quelli in conoscenza e sapere.

Con la stessa chiarezza va detto che sarebbe sbagliato ridurre l?intera questione a un solo problema di aliquote.

Perché operare in un paese complicato, con una burocrazia lenta, inefficiente e per questo soffocante pesa come una tassa occulta.

Perché registrare ancora negli anni 2000 una invadenza del pubblico in economia, che speravamo di esserci lasciati alle spalle, è certamente desolante. E l?idea che a qualche parziale passo indietro dello Stato abbia corrisposto un?allargarsi a macchia d?olio di quello che abbiamo chiamato il neo statalismo municipale è ancora più preoccupante. Troppo spesso ci sembra di combattere con un?Idra a tre teste.

Sono questi alcuni dei motivi di fondo – ne abbiamo parlato in troppe occasioni per tornarci diffusamente anche oggi – alla base di un lungo periodo, quello degli ultimi quindici anni, caratterizzato da tassi di sviluppo davvero insoddisfacenti. Fino alla crescita zero del 2005.

In questa condizione le previsioni di crescita per questo anno e per il prossimo possono sembrarci un gran bel passo in avanti. E certamente, per alcuni aspetti, lo sono davvero. Ma gli altri corrono più di noi e le distanze rischiano di allargarsi.

Per questo noi siamo convinti che dobbiamo cogliere questa opportunità non per far finta che tutto sia a posto e distribuire risorse a destra e a manca in attesa della prossima crisi ciclica. Al contrario, dobbiamo approfittare di questa fase più favorevole per impegnare il paese in una coraggiosa agenda di riforme strutturali: l?unica strada possibile per una strategia vera di consolidamento e rilancio della crescita.

La crescita è il grande obiettivo che deve determinare ogni scelta. Questo è il senso anche del PIT STOP che abbiamo proposto ben prima del referendum sulla riforma istituzionale; questo è il senso della forte battaglia per la concorrenza, le liberalizzazioni, la semplificazione in cui ci troviamo impegnati. Due ambiti, come cercavo di spiegare all?inizio, che possono avere un impatto risolutivo sulle nostre possibilità di sviluppo economico.

Sono due campi di intervento decisivi per migliorare la competitività del nostro sistema. A questi si aggiunge una questione vitale, la produttività.

Il ministro dell?economia ha affermato la scorsa settimana nell?aprire il confronto sulla politica dei redditi che l?insoddisfacente andamento della produttività racchiude il problema della crescita italiana. E? una diagnosi che condividiamo. E sappiamo che si tratta di un problema che coinvolge le imprese e chi nelle imprese lavora, ma anche, allo stesso modo, l?intero contesto in cui siamo chiamati ad operare.

Negli ultimi anni si è registrato in Italia un rallentamento della produttività del lavoro, quella per intenderci misurata dal valore aggiunto per occupato, che ha interessato la maggioranza dei settori produttivi: nell?industria manifatturiera la produttività si è ridotta in ragione d?anno dello 0,8%, nei servizi alle imprese dell?1,8%, nel commercio e turismo dell?1,9% . E un leggero regresso c?è stato anche nell?intermediazione monetaria.

E? impressionante di quanto si sia accresciuto il divario nella dinamica della produttività tra l?Italia e gli altri paesi europei e in particolare rispetto alla Germania.

Mentre l?Italia registra soprattutto un tasso negativo di crescita della produttività dei fattori, negli ultimi anni gli altri paesi europei (con l?eccezione della Spagna) si sono attestati su valori positivi.

Questa caduta generalizzata mostra l?esistenza di problemi strutturali che gravano sull?intero sistema economico e influiscono negativamente sulle imprese di tutti i settori.

Noi non vogliamo sottrarci alle nostre responsabilità e ai nostri compiti. Non lo abbiamo fatto in passato, non lo faremo oggi nella situazione in cui si trova il paese.

Non è difficile dimostrare che la ripresa in atto è in larghissima parte merito delle imprese che hanno investito anche nei periodi difficili della crescita zero. E? una ripresa trainata dalla produzione industriale e dalle esportazioni. Ma noi sappiamo che il vero imprenditore è colui che non si sente mai appagato, che si dà ogni giorno nuovi traguardi, e continueremo su questa strada.

La modesta crescita della produttività si è tradotta in questi anni in un aumento del CLUP che ci penalizza rispetto ai nostri partner europei, per non parlare dei concorrenti asiatici.

Ma sulla produttività occorre un?analisi attenta e impietosa perché le cause sono molte e molti devono essere quindi i problemi da aggredire.

All?imprenditore compete la scelta dei modelli organizzativi e dei livelli tecnologici. Possiamo fare di più. Ma non possiamo dimenticare come nella ricerca e innovazione le grandi e medie imprese italiane sono allineate ai concorrenti, mentre il grande tessuto di piccole e medie imprese del nostro paese è troppo spesso tenuto lontano dalla possibilità di fare ricerca dal limite dimensionale.

Comprendere le ragioni della bassa produttività significa comprendere perché le nostre imprese non riescono a crescere. L?aspetto dimensionale da solo spiega circa la metà del differenziale di produttività della nostra industria manifatturiera con quella francese e tedesca. Anche questo ci dice come servano strumenti nuovi, anche fiscali, per aiutare le PMI a crescere.

Un altro fattore che contribuisce in misura rilevante a spiegare il deficit di produttività è la specializzazione settoriale della nostra industria. I dati sul contenuto tecnologico delle nostre esportazioni, assai più basso rispetto ad altri paesi europei, ci dicono chiaramente in quale direzione occorre muoversi. Con uno sforzo vero per indicare i settori su cui investire le scarse risorse a disposizione della ricerca pubblica.

Ragionare davvero di produttività significa affrontare i temi della concorrenza e della flessibilità. Occorre più flessibilità, dentro le fabbriche e sul mercato. Troppe sono le rigidità nell?impiego della manodopera che vincolano le imprese italiane e limitano spesso l?adozione di modelli organizzativi più avanzati.

C?è un fatto che voglio sottolineare. Negli ultimi anni l?industria in senso stretto ha registrato una crescita maggiore degli investimenti rispetto all?intera economia. Ma l?ampliamento della capacità produttiva si scontra troppo spesso con i vincoli e le rigidità che riguardano il lavoro e spesso anche con la mancanza di lavoratori qualificati. Ho ricordato più volte che in Italia lavoriamo troppo poco e in troppo pochi. Vogliamo affrontarlo davvero questo problema guardando cosa fanno i paesi nostri concorrenti? Possiamo continuare a perdere un anno di lavoro ogni cinque nel confronto con gli Stati Uniti?

UN PATTO PER LA PRODUTTIVITA?

Io penso che riaprire la stagione della concertazione e della politica dei redditi indicando a tutti i soggetti in campo come vera emergenza del paese il recupero di produttività – e quindi di competitività – sia un?ottima idea.

Per gli imprenditori, ma direi per l?intero paese, deve essere l?occasione per un?analisi impietosa dei problemi e per definire ricette chiare e concrete.

La prima cosa da fare è individuare i rimedi alle strozzature che oggi ostacolano nel nostro paese la crescita della produttività:

· Infrastrutture
· Conoscenza
· P.A. orientata al cittadino ? cliente
· Meno tasse sulle imprese
· Più orario effettivo di lavoro e più salario variabile
· Investimenti pubblici e privati in ricerca e innovazione
· Crescita dimensionale d?impresa
· Più finanziamenti bancari senza garanzie

Per affrontare questi nodi, prima ancora che parta il confronto, Confindustria lancia a Governo e sindacati la proposta forte di un vero e proprio patto per la produttività. Un progetto come siamo abituati a fare in azienda: obiettivi precisi, compiti chiari per ciascuno, risultati misurabili.

Noi siamo pronti. Anche a dire che destineremo ad investimenti tutte le risorse derivanti da una minore pressione fiscale sul sistema delle imprese. E? un dato importante : un aumento degli investimenti fissi lordi del settore privato pari all?1% si può tradurre in un aumento del PIL dello 0,4 ? 0,5% in più a partire dal terzo anno. E ha impatti ancora più significativi nel lungo periodo.

Le imprese sono impegnate e si impegneranno ad ammodernare i loro sistemi produttivi, a rinnovare le tecnologie, a innovare i prodotti e le soluzioni organizzative. Ma è indispensabile il contributo del sistema bancario. Tra il 2001 e il 2005 la quota dei prestiti a medio e a lungo termine garantiti è cresciuta di 3 punti percentuali, arrivando al 74% del totale. Prestare denaro a fronte di garanzie non è l?attività che ci si aspetta da un banchiere moderno. Fare banca significa assumersi dei rischi.

Con le banche dobbiamo lavorare per ridurre in maniera importante la quota di prestiti garantiti e far crescere il finanziamento fondato sulla valutazione della prospettiva imprenditoriale. Questo certo è più complicato rispetto alla semplice apertura di un?ipoteca. Richiede delle banche che sappiano essere dei veri partner, assumendo partecipazioni di rischio ad esempio nelle start up innovative.

Ai sindacati dobbiamo dire con chiarezza che la flessibilità degli orari è una delle questioni centrali per un recupero di produttività.

Questa flessibilità può essere assicurata, attraverso la contrattazione collettiva, sulla base di un obiettivo che io credo debba essere condiviso se abbiamo a cuore la crescita, e cioè l?avvicinamento fra la quantità di ore retribuite, di ore teoriche e di ore effettive.

Quando parliamo di quasi 100 ore all?anno di differenza tra ore teoriche ed ore effettive e di punte che toccano una differenza di 550 ore annue tra ore effettive e ore retribuite, credo che parliamo di una questione vitale per la produttività. Noi pensiamo che la contrattazione collettiva dovrebbe consentire alle imprese di fare affidamento su una maggiore quantità complessiva di ore di prestazione, recuperando ? quando necessario ? parte delle ore oggi retribuite ma non lavorate. Ma anche poter distribuire i nastri orari nell?arco della settimana, del mese o dell?anno secondo le esigenze del mercato. Per questo riteniamo cruciale la possibilità di adeguare la durata media e massima degli orari alle esigenze produttive e di rendere più agevole il ricorso al lavoro straordinario, il tutto sempre nel rigoroso rispetto della legislazione europea.

Dobbiamo inoltre incentivare una maggiore correlazione tra risultati di impresa e retribuzioni, creando un diretto collegamento dei salari aziendali sia a parametri di efficienza della prestazione che di produttività e redditività dell?impresa. In un contesto di acuta competizione e di elevata variabilità dei mercati, occorre che a livello aziendale l?adeguamento delle retribuzioni sia in funzione delle condizioni economiche generali dell?impresa anche per evitare di disporre della sola leva occupazionale per il governo della massa salariale. A questo scopo è necessaria la reale variabilità dei premi contrattati nel secondo livello ed una crescita del loro peso percentuale nella struttura della retribuzione individuale.

Infine al Governo – e più in generale alla politica – compete la responsabilità di un profondo ammodernamento dello Stato nella direzione dell?efficienza, della concorrenza, della semplificazione, del merito. Sono questi, come dicevo prima, fattori chiave per lo sviluppo. Siamo fra i paesi a più elevata – e più inefficiente – regolamentazione. E l?OCSE ci dice chiaramente che qualche passo importante verso una regolazione meno restrittiva da solo varrebbe quasi un punto di crescita per la nostra produttività.

Servono dunque scelte chiare e coraggiose in tre direzioni: risanamento dei conti pubblici in un quadro di ripensamento del ruolo e del peso dello Stato nell?economia; incremento credibile della dotazione infrastrutturale necessaria ad un paese moderno; obiettivo tangibile e misurato di riduzione dei costi e del peso della burocrazia.

Le condizioni della nostra economia consentono oggi di intervenire e di impostare riforme strutturali che possono dare i migliori risultati per la crescita del Paese. Il dialogo, il confronto, la concertazione rappresentano il metodo più adatto a cogliere questi obiettivi. Devono essere coniugati con una forte volontà di decidere.

La classe dirigente del Paese deve sapere che non possiamo perdere questa occasione.

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Lotte di quartiere: un volantino dalle famiglie di Quezzi

29 Settembre 2006 Commenti chiusi

Alla cittadinanza di Quezzi Alta,
Al Dirigente, agli insegnanti, ai genitori e a tutto il personale della Scuola Elementare Bruno Ball,
Agli utenti degli altri plessi del Circolo Scolastico

Dopo quasi cinque anni di impegno da parte della dirigenza, degli insegnanti e dei genitori degli alunni, l?organico di fatto della Scuola Ball può contare su un nuovo insegnante. Si tratta di una grossa conquista per tutti noi. Finalmente, anche la nostra scuola può offrire agli alunni e alle famiglie un orario settimanale di 36 ore con un tempo scuola prolungato e ben distribuito quanto a compresenze e suddivisione delle materie di studio.

Questo volantino vuole essere un ringraziamento per:
- tutti gli abitanti di Quezzi che, con le loro firme, hanno sostenuto le ragioni delle famiglie,
- dei genitori, che non si sono arresi alle ragioni di una gestione del mondo scolastico guidata solo da motivazioni economiche, ma che hanno voluto una scuola di qualità per i propri figli.
- i dirigenti che si sono susseguiti negli ultimi anni e che hanno fattivamente sostenuto questa iniziativa.

Tuttavia, non si può non ricordare che, ad oggi, l’insegnante è stato assegnato per il solo anno scolastico 2006/2007. Pertanto, sarà ancora una volta necessario l’impegno di tutti per consolidare tale situazione. Riepiloghiamo, allora, le principali motivazioni per cui abbiamo chiesto un tempo prolungato per la Scuola Ball:

1. le famiglie del quartiere denunciano la necessità che venga istituito in modo definitivo il Tempo Pieno per soddisfare le esigenze in termini di tempo-scuola dei propri figli, considerata la tipologia familiare dove entrambi i genitori lavorano; dove la presenza di nonni spesso costituisce la sola alternativa in sostegno alla famiglia; dove la difficoltà logistica legata ai trasporti e al territorio penalizza fortemente gli spostamenti verso scuole più centrali; dove è in aumento la popolazione in età scolare, anche in considerazione dell?aumento del fenomeno dell?immigrazione extracomunitaria.
2. il tempo prolungato non è più formalmente previsto e la Riforma Moratti garantisce lo svolgimento del Tempo Pieno, ne chiediamo l?applicazione anche nel nostro plesso;
3. è necessario disporre di un maggior monte/ore per attuare iniziative di recupero e sostegno per bambini problematici;
4. il plesso ?Bruno Ball? all?interno del Circolo Didattico di Quezzi risulta fortemente discriminato rispetto alle altre realtà scolastiche del Circolo che usufruiscono quasi nella totalità del tempo pieno;
5. in conseguenza della chiusura del plesso ?G. Monleone? (scuola a Tempo Pieno) il plesso ?B. Ball? ha avuto un aumento di richieste di iscrizioni, cui non è conseguito un adeguato aumento del personale e il mantenimento del tempo pieno;
6. l?edificio scolastico ?Ball? è di nuova costruzione, è corredato di palestra, servizio di cucina in loco, ampi spazi di verde che si prestano allo svolgimento di diverse attività di educazione ambientale, pertanto risulta incomprensibile l?utilizzo così limitato di questa struttura pubblica di tale rilievo.

Confortati dal successo fin qui ottenuto e sicuri che l’unico modo per ottenere è chiedere, noi genitori della Scuola Bruno Ball siamo pronti a portare avanti le nostre richieste e ringraziamo anticipatamente chi ci affiancherà per il bene del quartiere, delle famiglie e dei bambini di Quezzi.

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Fiom: «Commissione d’indagine per l’Ilva»

29 Settembre 2006 Commenti chiusi


di Manuela Cartosio

su Il Manifesto del 27/09/2006

L’acciaieria di Taranto. Dopo l’ultimo omicidio bianco, Rinaldini: «Il Parlamento apra un’inchiesta sulla sicurezza»

Una commissione d’indagine parlamentare sulle condizioni di insicurezza all’Ilva di Taranto. La chiede il segretario della Fiom Gianni Rinaldini, intervenuto ieri all’assemblea dei quadri e dei delegati dell’acciaieria, tristemente nota per lo stillicidio di infortuni. L’ultimo, lunedì, è costato la vita a Luciano Di Natale, 55 anni, titolare della Tecnocis srl, una delle ditte che fanno manutenzione nello stabilimento del Gruppo Riva. Di Natale stava ispezionando un nastro trasportatore fermo. In parallelo, a distanza di un metro, era in movimento un altro nastro che ha «agganciato» e stritolato l’artigiano. E’ il terzo omicidio bianco all’Ilva di Taranto dall’inizio dell’anno, il secondo in meno di un mese.
Rinaldini definisce l’Ilva un «fatto nazionale», una delle situazione «da cui partire» per tradurre in atti concreti i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Napolitano contro gli infortuni sul lavoro. Le visite dei parlamentari agli impianti «servono a poco», occorre una commissione d’indagine ad hoc perché all’Ilva la situazione «intollerabile» non è riconducibile solo a una «dimensione sindacale». Fim, Fiom e Uilm continueranno a fare la loro parte, gli ultimi scioperi a scacchiera risalgono alla settimana scorsa. Buona l’adesione, dice Francesco Fiusco, segretario della Fiom di Taranto, ma i risultati «ancora non si vedono». Il clima da «caserma», il «sistema», restano quelli soliti di padron Riva: impianti tirati al massimo per produrre di più a scapito dei diritti e dell’incolumità fisica dei lavoratori. «I parlamentari fanno le leggi, è loro dovere preoccuparsi che vengano applicate».
Il segretario della Fim Giorgio Caprioli,pure lui presente all’assemblea, non ha raccolto la proposta di una commissione parlamentare d’indagine. Gli interventi istituzionali «dal di fuori» possono servire a «pressare» l’azienda perché adotti pratiche «più virtuose» in materia di sicurezza. Ma il problema grave è «dentro» la fabbrica e lì va affrontato e risolto. «Per troppo anni all’Ilva è passata una cultura attenta solo al produrre. Ci vuole parecchio tempo per recuperare una cultura attenta alla sicurezza, alla salute, alla formazione, alla manutenzione».
L’attivo arriva dopo due mesi particolarmente tesi tra sindacati e Gruppo Riva. Ad agosto l’Ilva aveva licenziato tre lavoratori per «eccesso di infortuni». Un provvedimento ritenuto legittimo, il primo settembre, dal giudice del lavoro. Lo stesso giorno l’azienda, con un «regalo» avvelenato, aveva reintegrato i tre lavoratori. La mediazione del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e, soprattutto, alcune sue dichiarazioni troppo comprensive nei confronti dell’Ilva avevano sconcertato i sindacati.
Il bel gesto non ha modificato l’atteggiamento di Fim, Fiom e Uilm. Hanno confermato gli scioperi e, finché il Gruppo Riva non istaurerà corrette relazioni industriali in fabbrica, diserteranno i tavoli istituzionali provinciali sulla situazione dell’Ilva. «Riva continua ad avere due facce», afferma Fiusco. La «faccia» sperimentata dai lavoratori sta in un poche cifre: quasi 3 mila infortuni all’anno, altrettante sanzioni disciplinari, 9 milioni e 300 mila tonnellate di acciaio prodotte nel 2005, un milione e mezzo più dell’anno precedente. «Tanto acciaio per la vita», recita uno slogan del Gruppo Riva. I 13.500 dipendenti diretti e i 3 mila indiretti dell’Ilva di Taranto hanno qualche dubbio in proposito.

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Edoardo Sanguineti e il superamento dei programmi

28 Settembre 2006 Commenti chiusi


L’assemblea genovese di Unione a Sinistra – l’associazione che raccoglie gli esponenti del Correntone ligure usciti dai Ds – svoltasi oggi pomeriggio a Palazzo San Giorgio, ha visto la partecipazione di circa 300 persone (perlopiu’ vecchi compagni ex Pci) ma ha confermato tutte le contraddizioni insolute dell’operazione politica che vede protagonisti Prc e sinistra Ds. Edoardo Sanguineti, ormai candidato in pectore (per acclamazione) alle primarie, ha spiegato come – secondo lui – la politica dovrebbe affrontare le prossime amministrative.

Proponendo di superare i vecchi programmi elettorali in nome dell’ “ascolto”: quando si presenta un problema si audiscono le parti in causa e si trova la soluzione. Se pero’ non c’e’ accordo e’ compito della politica assumersi la responsabilita’ di decidere. In questo modo – ci illumina Sanguineti – si evitano reazioni e controreazioni, scioperi e passi indietro, tentennamenti che allungano i tempi delle decisioni. L’uovo di Colombo non c’e’ che dire. “Per fare una politica di sinistra”- prosegue – “basterebbe applicare la Costituzione”. Una carta nata nel ’47 dalla mediazione tra socialisti, cattolici e liberali e promulgata da Alcide De Gasperi, che a 60 anni di distanza diventa un riferimento “di sinistra”, e’ la misura dello scivolamento del quadro politico italiano da allora a oggi.

Quanto al metodo: in astratto e’ un quadretto davvero allettante. Ma nel concreto? Sulla privatizzazione delle ex municipalizzate, sul Terzo Valico, sugli esuberi in Ami, sui tagli alla spesa corrente, sull’inceneritore e’ encomiabile la propensione all’ascolto. Ma siccome e’ difficile pensare che su questi temi (come su tanti altri) si trovino mediazioni, e’ lecito che colui a cui si chiede il voto voglia sapere in anticipo quale sara’ l’orientamento del candidato o dello schieramento politico? E’ ben vero che il candidato della sinistra alle primarie non avra’ di che preoccuparsi perche’ certo non tocchera’ a lui l’ingrato ruolo del mediatore. E tuttavia se il superamento dei programmi vale per Sanguineti non si vede perche’ non debba valere anche per Margini o per la Vincenzi. Quindi? Un centro d’ascolto a Tursi e’ la soluzione ai problemi di Genova? Possiamo ancora dire che per la sinistra le “parti in causa” non dovrebbero esseere equivalenti?

Sanguineti ha parlato a piu’ riprese del proletariato. Sara’ sufficiente per garantire ai proletari genovesi che si posizioni al loro fianco in tutte le questioni che li riguardino? Gli esponenti di Unione a Sinistra in questi anni stavano dentro la maggioranza e la Giunta di Pericu. Rifondazione non solo sta all’opposizione da due anni, ma nelle circoscrizioni, cioe’ dove piu’ facilmente si toccano con mano gli stati d’animo che attraversano il partito, la tensione sta esplodendo. Siamo usciti dalla maggioranza a in alta Valbisagno e in Valpolcevera e questi non sono gli unici focolai di malessere. Lungi dal proporre soluzioni ineluttabilmente veteromarxiste mi chiedo: e’ lecito porsi questo problema o la questione rientra nel novero dei fardelli di cui la fine del ’900 ci ha benignamente alleggerito?

Nel “secolo scorso” Sanguineti scriveva che:

(…) non serve l’esorcismo / finché c’è il capitalismo / se uno sfrutta, e uno è sfruttato, / un rimedio non ci è dato / non ci serve la pazienza, / se non c’è che concorrenza, / se ci regola il mercato, / se ci domina il privato, / se l’umano ci è flessibile, / se ogni viscera è vendibile (…)

Se oggi pomeriggio si fosse limitato a dire queste cose sarebbe stato piu’ facile battergli le mani. Spesso – ohibo’ – la letteratura e’ migliore della realta’!

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Espropri Tav in Val Susa, la Corte dei conti scopre verbali falsi

28 Settembre 2006 Commenti chiusi

(da e-gazette.it)
Roma, 25 settembre ? Sono falsi i verbali relativi agli espropri dei terreni sui quali è sorto il cantiere di Venaus dell?Alta Velocità per la costruzione del tunnel esplorativo. A scoprirlo, un po? casualmente – si legge in un articolo pubblicato sul settimanale L?Espresso – è stata la Corte dei Conti che da tempo ha aperto un?indagine per danno all?immagine dello Stato in seguito alla violenta carica della polizia contro i manifestanti anti-Tav avvenuta nella notte fra il 5 e il 6 dicembre di un anno fa. Indagando sulle manganellate sferrate alle 3 di notte dai poliziotti contro il gruppetto di donne e anziani che a quell?ora rappresentava il ?presidio? no-Tav di Venaus, i finanzieri al comando del procuratore contabile Ermete Bogetti si sono accorti di falsificazioni nelle procedure seguite per occupare i terreni del cantiere. I lavori per 84 milioni di euro – ora sospesi per motivi di ordine pubblico – erano stati appaltati alla Cmc di Ravenna. Secondo le ?fiamme gialle?, in quei giorni di ?guerra civile? fra l?Alta Val Susa e la Val Cenischia (il 30 novembre e il 6 dicembre), chi aveva effettuato le operazioni per allestire il cantiere avrebbe commesso alcune irregolarità. E quindi, dopo indagini e accertamenti, la giustizia contabile ha trasmesso per competenza la notizia di reato (contro ignoti), alla procura ordinaria ipotizzando il falso. Questa iniziativa non è stata del tutto gradita al Palazzo di Giustizia di corso Vittorio. Il procuratore della repubblica Marcello Maddalena ha deferito il collega Ermete Bogetti al procuratore generale della giustizia contabile ?accusandolo? di aver travalicato le sue competenze.

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(da Swissinfo): Piloti svizzeri in sciopero per il contratto collettivo!

27 Settembre 2006 Commenti chiusi


I piloti ex Crossair mettono fine allo sciopero
I piloti di Swiss European si sono fermati per tutta la giornata

Martedì sera, i 78 piloti dei voli europei Avro di Swiss hanno messo fine allo sciopero. Bilancio di un giorno di inattività: 134 voli cancellati e disagi per 8300 passeggeri.

Swiss, la quale aveva fissato un ultimatum per la fine dell’agitazione alle 18.00, denuncerà il sindacato Swiss Pilots e chiederà dei risarcimenti.

Dopo aver incrociato le braccia per oltre 12 ore, il sindacato Swiss Pilots ha deciso in serata di mettere fine all’agitazione. Questo nonostante i dirigenti dell’aviolinea non abbiano finora presentato alcuna proposta concreta.

«Oggi abbiamo ricevuto solo minacce», ha indicato il presidente di Swiss Pilots, Thomas Isler.

Aerei e passeggeri a terra

Allo sciopero – iniziato stamattina alle 05.30 – hanno aderito 78 piloti ex Crossair, ora impiegati presso la Swiss European Airlines (filiale di Swiss).

Nonostante gli appelli della compagnia aerea, l’agitazione è proseguita tutto il giorno provocando l’annullamento di 134 voli europei e disagi per migliaia di passeggeri.

L’azione «è giunta completamente inattesa» ha affermato Manfred Brennwald, responsabile operativo della compagnia.

Lo sciopero ha interessato i 24 Jumbolini della Swiss European Airlines, presso la quale sono attivi 284 piloti. Questi velivoli, che assicurano i collegamenti europei, rappresentano la metà della flotta di Swiss. I voli a bordo di modelli Airbus non sono al contrario stati coinvolti.

Forti disagi a Zurigo

Lo sciopero ha creato molti disagi soprattutto all’aeroporto di Zurigo-Kloten, dove sono state cancellate decine di voli e dove già in mattinata si sono create lunghe code davanti agli sportelli di registrazione.

Molta gente, soprattutto uomini d’affari, mostrava segni di insofferenza. Lo sciopero ha preso in contropiede anche persone in partenza per le vacanze o stranieri in transito verso una città europea.
Alcuni piloti hanno distribuito volantini in tre lingue per spiegare la loro azione e scusarsi con i passeggeri.

Swiss non esclude che l’azione di protesta causi disagi anche domani, siccome non tutti gli aerei si troveranno al posto previsto.

Swiss contrattacca

Sempre in serata, i dirigenti di Swiss – che avevano invitato i dipendenti a riprendere il lavoro entro le 18.00 – hanno fatto sapere che denunceranno il sindacato Swiss Pilots per farsi risarcire i danni subiti con lo sciopero. I piloti che si sono astenuti dal lavoro riceveranno inoltre un biasimo e dal loro stipendio verrà detratta una giornata.

«Al momento non è ancora stato calcolato a quanto ammonta il danno economico per la compagnia e dunque l’indennizzo che verrà richiesto», ha indicato Manfred Brennwald. Quest’ultimo ha poi avvertito che in caso di un nuovo sciopero, i piloti saranno licenziati.

Parità tra i piloti

L’azione è partita dopo che lunedì era scaduto un ultimatum che chiedeva ai vertici di dire se erano «disposti a cessare di discriminare» gli ex piloti della Crossair.

Da tempo, Swiss Pilots chiede infatti che cessi la disparità di trattamento tra i piloti ex Crossair che rappresenta e gli altri colleghi di lavoro operanti sui voli a lungo raggio. In particolare, chiede l’introduzione di un contratto collettivo di lavoro.

Swiss ritiene dal canto suo che le condizioni richieste non le consentirebbero di garantire la redditività del suo parco aereo.

Leuenberger irritato

Il presidente della Confederazione, Moritz Leuenberger, si è detto irritato per lo sciopero. «Non nuoce soltanto all’immagine di Swiss, ma anche a quella del nostro paese», ha indicato.

Il sindacato Kapers, che rappresenta la maggior parte degli assistenti di volo, ha invece espresso solidarietà con i piloti in agitazione. Il SEV GATA, sindacato del personale di terra, ha affermato che lo sciopero «è una logica conseguenza di anni di disparità di trattamento delle varie categorie della Swiss».

Beat Schneider, vicepresidente di Aeropers, l’associazione degli ex piloti di Swissair, si è dal canto suo distanziato dallo sciopero, ritenendolo negativo per l’impresa e i passeggeri.

Il Contesto – Nell’agosto del 2005, sei mesi dopo il rilevamento di Swiss da parte di Lufthansa, la compagnia aerea ridimensiona la sua flotta regionale, la ex Crossair. Nell’ottobre 2005 Swiss crea la compagnia Swiss European, una nuova flotta regionale esterna a Swiss.

Nel dicembre 2005 Swiss e i piloti della compagnia regionale si accordano sull’inizio di negoziati per la nuova convenzione collettiva di lavoro.

Nel marzo del 2006 i piloti approvano l’accordo negoziato tra Swiss e il sindacato Swiss Pilots, che ritocca verso il basso i salari.

Il 3 maggio il sindacato annuncia la scoperta di manipolazioni di voto. Swiss Pilots prepara un nuovo scrutinio, ma la direzione di Swiss rifiuta.

In assenza di una convenzione collettiva, da inizio aprile sono in vigore dei contratti individuali le cui condizioni sono peggiori rispetto a quelle di cui beneficiano gli altri piloti della compagnia.
Riferimenti: (Video) Piloti in sciopero

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Inchiesta di Rainews24 sulle bombe a grappolo israeliane in Libano

27 Settembre 2006 Commenti chiusi


LIBANO DEL SUD : 100.000 bombe inesplose
di Flaviano Masella e Maurizio Torrealta

Per la prima volta un militare israeliano accetta di parlare in televisione della guerra in Libano e lancia un allarme: ?Il mio battaglione ha sparato circa 1800 missili, ogni missile contiene all interno 650 bombe, si tratta di circa 1,2 milioni di bombe cluster?. La percentuale di ordigni inesplosi nelle bombe a grappolo, si aggira intorno al 10 percento, dunque in Libano del Sud si trovano circa 100 mila bombe inesplose.

Questa puntata dell? Inchiesta di Rainews24 è stata realizzata da Flaviano Masella e Maurizio Torrealta, andrà in onda, anche in chiaro su Rai Tre, alle 7.40 di Giovedì 28 settembre.

Il soldato israeliano racconta: ?In un?occasione avremmo dovuto utilizzare ontemporaneamente tutti i missili a disposizione del nostro battaglione. ?Doveva avvenire alle 4.45 del mattino. In seguito quest?ordine fu più o meno cancellato. Sparammo solo alcuni colpi, e avvenne molto molto più tardi. Pochi giorni dopo siamo stati informati che questa missione avrebbe dovuto colpire alcuni villaggi all?ora in cui si prevede che la gente esca dalle moschee. E questo perché avrebbe provocato grande terrore e paura tra la gente, e non sarebbero più usciti per andare a sparare i katiusha..?

?Ogni volta che sparavamo onestamente io pensavo ?per favore no?. Speravo che succedesse qualcosa per cui non avrebbe funzionato, che il missile non si sganciasse, che fosse cancellata la missione. Molte delle missioni che ci sono state assegnate sono state cancellate. Ma abbiamo sparato abbastanza. Per parte mia, ho provato, se potevo un po? ritardare qualcosa, in modo da provocare la cancellazione della missione. Ho provato a fare cose così, ma con molto tatto, solo verificando una volta di più la sicurezza per le cariche o? qualcosa per ritardare. È molto difficile non pensare alla gente in città molto vicine a te, perché in realtà eravamo dove?è la retroguardia e si vedono i civili che soffrono per i katiusha ? un katiusha che ti cade vicino fa molta paura. Ed è difficile pensare che quello che fai sia così sbagliato. Però quest?arma è talmente, talmente? dire di massa non è abbastanza?.Una specie di giorno del giudizio, sì. Perché tu semplicemente riempi un intero blocco di territorio, lo riempi completamente con queste piccole bombe, ma non così piccole in realtà e questo provoca grandi danni, enormi. ?.. è un? arma contro obbiettivi di massa, dove c?è molta gente, molte macchine.

Nonostante l?allarme, confermato anche dalle Nazioni Unite, Israele non ha ancora consegnato le mappe precise, dei luoghi bombardati con le bombe a grappolo, in cui si troverebbero le bombe inesplose. Sono state fornite delle mappe giudicate dalle Nazioni Unite insufficienti per l? identificazione di questo tipo di ordigni.

?Nel mio caso – continua il militare – ciò che ho fatto era il mio dovere, ed è fatto, non si può tornare indietro. Ma queste bombe sono ancora là. E qualcuno deve prendersene la responsabilità. Credo che dovrebbe essere il mio paese, Israele deve prendere la responsabilità di questa questione, affrontare ciò che ha fatto, dare le mappe o qualunque cosa possa aiutare. Non capisco perché questo debba essere oggetto di disputa. Queste persone sono là, i Libanesi non sono nostri nemici adesso. Forse alcuni di loro erano nostri nemici un mese fa, ..ma adesso questa gente non è nostra nemica, non siamo in stato di guerra contro di loro, ma sono legati a centinaia di migliaia di bombe che abbiamo lasciato là. Non vedo alcuna ragione plausibile per cui non dovremmo occuparci di questo, consegnando le mappe consegnando i dati, mandando soldi. Ci sono molte cose che si possono fare. ?Io amo il mio paese e penso che stia commettendo un grave errore, è come se vedessi qualcuno che sta facendo qualcosa di terribilmente stupido e non lo potessi fermare. Credo che questo paese adesso stia facendo cose che ci esploderanno in faccia. Perché non ci fermiamo prima che diventi un problema ancora più grande? I rifugiati devono tornare alle loro case adesso e tutto è distrutto. Ok, è a causa nostra, e noi possiamo dire che è a causa loro. Ma comunque questi sono gli effetti con cui ci dobbiamo confrontare.
Riferimenti: Libano: 100mila bombe inesplose

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