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Savona: CS Barricata contro i progetti di Fuksas

31 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Il 28 dicembre presso il Centro Sociale ?Collettivo Barricata? di Villapiana-Savona si è tenuta un?Assemblea Pubblica alla quale hanno partecipato, oltre agli occupanti, gente del quartiere e rappresentanti istituzionali di PRC. Tema dell?incontro ?il progetto del porticciolo turistico della Margonara?.
A iniziare il dibattito è stato Giancarlo Poddine (PRC e Italia Nostra) che ha invitato i ragazzi a proiettare un film istruttivo quale è ?Le mani sulla città? di Francesco Rosi.
?Che possiamo fare per opporci all?ennesima cementificazione dopo quella subita nella Vecchia Darsena? I ricorsi al TAR sono falliti per cavilli legali, ora non resta che una forte sensibilizzazione del Sindaco Berruti. Comunque la situazione riguarda tutta la costa savonese , non solo la Margonara. Nel 1970 esisteva un piano regolatore intercomunale che svincolava il territorio da Albisola a Berteggi, poi il piano fu spezzettato e ogni comune potè così dar via a speculazioni edilizie. Oggi il PUC prevede l?abbattimento del Famila e dei cantieri Solimano con la costruzione di nuove case e poi c?è la Margonara con la costruzione della torre di Fuksas giustamente definita dal Sottosegretario all?ambiente Marchetti come ?un fallo storto?. Tutte queste cementificazioni sono naturalmente per l?interesse di pochi e a danno di tutti per questo dobbiamo esercitare una forte pressione politica e coinvolgere la città. Questo può essere il ruolo del Collettivo Barricata, anche voi dovete fare qualcosa per Savona. I contestatori? (riferito a chi sta raccogliendo firme per sfrattare il Collettivo) Che volete sono borghesi e si oppongono a ogni novità?
Ha preso quindi la parola il Consigliere Comunale di PRC Sergio Lugaro: ?Ecco stasera voi dimostrate di essere non solo un centro di aggregazione ma anche di dibattito politico. Stasera andiamo incontro al programma del Sindaco il cui desiderio è quello di far partecipare attivamente alla vita politica la cittadinanza. Voi ora state partecipando alla vita politica della città in maniera diretta. Alla Margonara come nella Vecchia Darsena come in futuro sul litorale di Ponente verranno costruiti solo palazzi . Bisogna dire che dubito molto che potrete permettervi di acquistare uno di questi appartamenti. Noi preferiremmo venisse promosso il social housing. Ricordate che voi siete quelli i cittadini che vivrete in piena questa mega opera di cementificazione e i suoi effetti?.
Il Consigliere Lugaro ha quindi iniziato a mostrare le diapositive che descrivono il progetto nel suo insieme. ?Ora inizierò a mostrarvi cosa sono intenzionati a fare. Mi permetto però di dire, a titolo personale, che un ?NO? a prescindere non credo sia un ?cavallo vincente?. Dovremmo essere così bravi da proporre qualcosa da fare in quelle aree evitando però quel pazzesco impatto ambientale. Aggiungo un?ultima cosa, vedendo il progetto mi sono accorto che tutta questa attenzione verso la torre Fuksas potrebbe essere una cosa studiata per far passare in secondo piano la costruzione del ?porticciolo turistico?. Come vedrete non si tratta di porticciolo ma di una struttura enorme sulla quale la torre appare solo in una piccola parte. Ora io sono venuto non solo a farvi vedere quanto potrebbe accadere ma sono venuto a sapere da voi cos a si potrebbe realizzare, che idee avete, cosa proponete è questo che chiedo al Collettivo Barricata ora che siete parte del dibattito politico savonese?.
Dopo la presentazione del ?progetto Margonara? ha preso la parola Giorgio Barione della Segreteria Provinciale PRC Savona : ? In Liguria nei prossimi anni è prevista la realizzazione di 7 mila posti barca. Pensate che qualcuno dei vostri parenti ne possieda una da sistemare? Parafrasando un celebre film, a Savona ?Le mani sulla città? sono dell?Autorità Portuale . Tutto quello che abbiamo visto stasera è assurdo come è assurda la piattaforma di Vado Ligure?.
A fine dibattito il Collettivo Barricata ha annunciato che nel mese di gennaio si terrà un convegno sulle problematiche della costa di Ponente e sulle conseguenze delle numerose opere di cementificazione che si stanno realizzando..
Gli occupanti hanno infine proiettato il film di circa 15 minuti sull?occupazione dell?ex Mercato Civico, avvenuta il 16 dicembre scorso.

Alleghiamo una breve rassegna stampa.

Titoli dei giornali del 29 dicembre 2006

La Stampa

?Applausi e mugugni un quartiere diviso?
Sentimenti estremi sul Centro Sociale di Piazza Bologna

Ora il Collettivo trova il bersaglio ?No al grattacielo di Fuksas?
Nell?assemblea pubblica sono state illustrate anche le schede del piano
del porto della Margonara

Il Secolo XIX

Il ?Barricata?: ?Pronti a discutere con il quartiere?
Ieri in assemblea hanno anche preso posizione contro il faro di Fuksas
?Voi adesso state partecipando alla politica della città in maniera diretta? (Sergio Lugaro)

www.ivg.it

Savona, dagli occupanti di piazza Bologna il no al progetto Fuksas

Savona. Fronte comune nella lotta contro la cementificazione: il cavallo di battaglia degli occupanti di piazza Bologna è diventato il no alla torre-faro ideata da Fuksas. I malumori di fronte all?eventualità degli stravolgimenti urbanistici si sposano così con i sentimenti di ribellione del collettivo Barricata, che da oltre dieci giorni ha occupato, con tolleranza delle istituzioni, i locali dell?ex mercato rionale di Savona. Ieri sera in un?assemblea pubblica il consigliere comunale di Rifondazione Sergio Lugaro ha illustrato ai ragazzi il progetto del porto turistico della Margonara, sollecitando i sentimenti ambientalistici nella platea. All?incontro hanno partecipato anche Giancarlo Poddine di Italia Nostra e Giorgio Barisone della Confesercenti, entrambi di Rifondazione. Così i giovani dell?esperimento centro sociale hanno individuato un concreto motivo di lotta, che li vedrebbe schierati con una buona parte della cittadinanza. Un modo per rimpicciolire anche i problemi legati strettamente all?occupazione: gli abitanti di Villapiana hanno avviato una raccolta di firme per porre fine a rumori e schiamazzi portati dall?insediamento del collettivo, a dimostrazione che comincia a serpeggiare il malumore verso un?occupazione sinora soltanto tollerata. Ma tra i ragazzi l?intenzione è quella di limitare il ?disturbo? al vicinato, abbassando la musica ed evitando occasioni di scontro a favore del quieto vivere. Quello che interessa ora ai giovani occupanti è diventare parte attiva del dibattito cittadino. E la prima presa di posizione è un no secco al progetto della Margonara e ad ogni forma di cementificazione.

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(Ansa) Da lunedì i nuovi ticket sanitari

30 Dicembre 2006 Commenti chiusi

DA LUNEDI’ I NUOVI TICKET SANITARI

ROMA – Da lunedì l’accesso al pronto soccorso diventa a pagamento per i casi a gravità zero, cioé i cosiddetti “codici bianchi”: la visita costerà 25 euro. Un contributo che già esiste in 12 regioni e che dal primo gennaio verrà esteso in tutta Italia, per evitare fondamentalmente il ricorso improprio del pronto soccorso. Ma la misura, prevista dalla nuova Finanziaria, porterà alle casse delle regioni 13 milioni di euro.

I codici bianchi sono circa il 15% dei ricorsi al pronto soccorso, per un totale di 2 milioni e 700 mila prestazioni l’anno. Novità anche per visite specialistiche ed esami, per i quali é previsto un aumento del ticket di 10 euro che farà entrare nelle casse pubbliche una cifra molto più imponente: ben 810 milioni di euro. A non pagare sarà circa la metà degli italiani, 27 milioni in tutto e sono i bambini fino a 6 anni e gli ultrasessantacinquenni con redditi inferiori ai 36 mila euro, pensionati sociali e al minimo, invalidi, disoccupati, esenti per patologia, un esercito che il ministero teme non rappresenti affatto coloro che hanno veramente bisogno.

Per questo, per evitare che i soliti furbi continuino ad avere cure gratis, mentre famiglie non esenti ma in difficoltà continuino a pagare, il ministro Livia Turco metterà mano nei prossimi mesi al sistema. Inoltre bisognerà pagare un importo aggiuntivo di 10 euro per ogni prescrizione di visita specialistica o di esami, oltre al ticket già in vigore: 36,15 euro per un massimo di otto prestazioni che dal primo gennaio passerà a 46,15 euro (sempre per otto prestazioni al massimo).

Attenzione poi a ritirare i risultati degli esami: chi non lo farà entro 30 giorni sarà costretto a pagare l’ intero costo della prestazione. Cifre che possono anche essere di diverse centinaia di euro come quelle per le Tac e le risonanze. Inoltre altre novità scatteranno il alcune regioni. Ad esempio, sempre dal primo gennaio, in Abruzzo verrà reintrodotto il ticket sui farmaci: 50 centesimi a farmaco per un massimo di un euro a ricetta.

Anche nel Lazio però i cittadini sembrano destinati a pagare qualche cosa di più a causa del maxi-deficit regionale: un tavolo deciderà nei prossimi giorni la possibilità di nuovi ticket. Grande attesa, nel frattempo, per la prevista riorganizzazione della medicina del territorio, quella che permetterà ai cittadini di non andare al pronto soccorso per un mal di denti o un mal di schiena il sabato e la domenica o nelle ore notturne, quando gli studi dei medici di famiglia sono chiusi.

La finanziaria stanzia fondi per le case della salute, strutture sperimentali che aiuteranno a non ingolfare i pronto soccorso e a rispondere alle esigenze dei cittadini. Nel frattempo, ha spiegato il segretario dei medici di famiglia della Fimmg, Giacomo Milillo, il consiglio è quello di non aspettare, se possibile, il sabato e la domenica per risolvere un problema. “Chiamate il vostro medico anche per telefono – ha spiegato – ma è vero che in tante situazioni, a queste condizioni, sarà inevitabile per i cittadini andare al pronto soccorso. Chi ha difficoltà economiche forse rinuncerà per non pagare i 25 euro ma ci sono alcune situazioni che non si possono sottostimare, come i dolori al petto. Noi faremo la nostra parte”. Intanto, ha concluso, si sta già lavorando con il ministero della Salute e l’obiettivo è appunto quello di costruire questa rete sul territorio il prima possibile.

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A proposito di Somalia, Nigeria, ecc.

30 Dicembre 2006 Commenti chiusi


La Cina invade l’Africa

?I primi anni del nuovo secolo testimoniano una continuazione dei profondi e complessi cambiamenti della situazione internazionale e l?ulteriore avanzamento della globalizzazione. (?) La Cina, il più grande paese in via di sviluppo del mondo, segue la via dello sviluppo pacifico e persegue un?indipendente politica estera di pace. (?) Il continente africano, che comprende il più gran numero di paesi in via di sviluppo, è una forza importante per lo sviluppo e la pace del mondo. Le nuove circostanze creano nuove opportunità per le relazioni tra Cina e Africa, tradizionalmente amichevoli.?
Inizia con queste parole il documento programmatico che il governo di Pechino ha presentato il 12 gennaio 2006. Un documento non a caso intitolato ?La politica della Cina in Africa?, che fotografa e allo stesso tempo costituisce la punta dell?iceberg di un fenomeno di ampia portata, in atto da anni ma sempre più all?ordine del giorno nelle riflessioni che riguardano l?Africa: la penetrazione cinese nel continente.

La pubblicazione di questo documento è tanto più notevole in quanto si tratta di un passo più unico che raro da parte del governo di Pechino. Infatti, l?articolazione di una politica specifica nei confronti del continente è la seconda del suo genere in tutta la storia della Cina popolare. Solo nel 2003 Pechino aveva preparato qualcosa di simile per mettere nero su bianco la sua politica nei confronti dell?Unione Europea. Ma nel caso dell?Africa la presentazione di questa sorta di ?libro bianco? sui rapporti cinesi con il continente si è inserita in un fittissimo reticolato di incontri, firme di accordi di cooperazione economica, visite ufficiali, appalti ricchissimi per la costruzione di infrastrutture e contratti energetici miliardari. A illustrare il documento alla stampa, c?era quel giorno il portavoce del ministro degli Esteri cinese.

Il responsabile del dicastero, il ministro Li Zhaoxing, non era presente, perché impegnato altrove. In Africa, guarda caso, in un viaggio ufficiale di otto giorni, nel quale è passato da Capo Verde al Senegal, dal Mali alla Nigeria, dalla Liberia alla Libia. Sei paesi, sei tasselli ugualmente importanti per la strategia cinese, anche se per ragioni diverse: per la pesca Capo Verde e il Senegal, per il petrolio la Nigeria e la Libia, per il legname la Liberia e per il cotone il Mali. Ma al di là delle risorse naturali, tutti gli incontri bilaterali e gli accordi firmati da Li Zhaoxing con le controparti locali hanno riguardato anche la cooperazione tecnica e politica e quella in campo medico e culturale.

I buoni rapporti tra Cina e paesi africani non sono una novità. Fin dall?epoca delle indipendenze, della guerra fredda e del non-allineamento la Cina ha sempre intessuto relazioni diplomatiche anche importanti con parte dei governi del continente. Il primo paese africano a riconoscere la Cina popolare e a instaurare relazioni diplomatiche con Pechino fu l?Egitto di Nasser, nel 1956. Cinquant?anni fa e un altro panorama internazionale: erano gli anni della nascita del movimento dei paesi non-allineati, creato dallo stesso Nasser assieme al presidente jugoslavo Tito e a quello indiano Nehru: la Cina di Mao, i cui rapporti con l?Urss di Chru?ëv erano in fase di crescente tensione , era uno dei paesi a cui avvicinarsi. Tanto più che Nasser si trovava in rotta di collisione con i paesi occidentali per la questione di Suez ed era quindi pronto a guardare a quelli comunisti per ottenere i fondi necessari alla costruzione della grande diga di Assuan, soldi che arrivarono prontamente dall?Urss. Nei decenni successivi, la dottrina cinese del terzomondismo e l?arrivo al potere in alcuni paesi africani di padri della patria campioni del ?socialismo africano? ? primo tra tutti il tanzaniano Julius Nyerere, la cui politica di collettivizzazione agricola basata sulle ujamaa (solidarietà familiare in kiswahili), i villaggi comunitari rimasti la struttura portante del sistema agricolo tanzaniano per quasi vent?anni, era chiaramente ispirata ai princìpi della rivoluzione cinese ? istituzionalizzarono ulteriormente i rapporti tra Pechino e alcune capitali africane.

È pensando a questo passato che il documento del 12 gennaio richiama nel prologo i rapporti ?tradizionalmente amichevoli? tra Cina e Africa, sottolineando come tutti i paesi, sia da una parte che dall?altra, siano da catalogare come paesi in via di sviluppo. Il panorama internazionale, però, non è più lo stesso degli anni Sessanta e Settanta. E anche la natura dei rapporti tra Pechino e il continente africano è cambiata radicalmente. Non sono più l?ideologia, la solidarietà con governi e partiti comunisti o socialisti considerati amici o le scelte di politica economica a determinare il destino delle relazioni tra Cina e Africa. Da più di qualche anno ormai la parola è stata lasciata alle monete sonanti con cui le concessioni petrolifere vengono pagate, a quelle degli ingenti investimenti cinesi nelle infrastrutture di molti paesi africani o a quelle che costituiscono i prestiti a tassi quasi inesistenti per paesi così indebitati da far difficoltà a ricevere finanziamenti dalle istituzioni internazionali o dai paesi donatori riuniti nel club di Parigi.

La Cina ha iniziato la sua nuova penetrazione in Africa circa dieci anni fa, attirata dalle ricchezze minerarie del continente, soprattutto dalle sue riserve di petrolio e gas (senza dimenticare però quelle di rame, cobalto, carbone e oro), necessarie per far mantenere al paese asiatico il rapido passo della sua crescita economica. Ma è stata anche la presenza di mercati di facile penetrazione, dove i manufatti cinesi, con buona tecnologia ma di poco prezzo, sbaragliano qualsiasi concorrenza, ad attrarre l?attenzione di Pechino. L?Africa soddisfa quindi le necessità primarie della grande crescita economica del gigante cinese, che ha saputo crearsi ampi spazi d?azione nel continente.

Solo da alcuni anni però la ?conquista? cinese dell?Africa, iniziata senza fanfare e con molto pragmatismo, è diventata tanto evidente da attirare l?attenzione del resto del mondo. Degli analisti politici ed economici, ma anche di quei governi, a iniziare dagli Stati Uniti e dalla Francia, che si sono trovati ad aver perso terreno, a tutto vantaggio di Pechino, in un continente considerato strategico per i loro interessi sia economici che geopolitici. Bastano alcune cifre per capire quale sia la questione: stando ai dati ufficiali del governo cinese, il volume degli scambi commerciali tra la Cina e il continente africano è quadruplicato negli ultimi cinque anni. Solo nei primi dieci mesi del 2005 è cresciuto del 39%, arrivando a superare i 32 miliardi di dollari . Di questi, le esportazioni cinesi verso il continente hanno contato per 15,25 miliardi, mentre le importazioni hanno raggiunto quota 16,92 miliardi di dollari. Sempre negli stessi dieci mesi, aziende cinesi hanno investito nei paesi africani un totale di 175 milioni di dollari . Ufficialmente, il punto di partenza di questa crescita esponenziale nei rapporti commerciali tra le due parti è da fissare tra il 10 e il 12 ottobre 2000, quando a Pechino si riunirono i ministri degli Esteri e della cooperazione internazionale della Cina e di 44 paesi africani, creando il Forum sulla cooperazione Cina-Africa, una ?piattaforma realizzata dalla Cina e dai paesi africani amici per [dar vita] a consultazioni e dialoghi collettivi e a un meccanismo di cooperazione tra paesi in via di sviluppo che ricade nella categoria della cooperazione Sud-Sud? . Da allora Pechino ha cancellato i dazi su 190 tipologie di prodotti di importazione in arrivo sul suo mercato interno da 28 paesi africani meno sviluppati, mentre i manufatti cinesi invadevano il mercato africano.

Ma all?ottobre 2000 Pechino era già presente in maniera importante in alcuni paesi africani. Uno per tutti il Sudan, diventato ufficialmente produttore ed esportatore di petrolio nel settembre 1999 soprattutto grazie all?intervento cinese. Che nel sottosuolo della regione al confine tra Nord e Sud Sudan ci fosse del petrolio lo si sapeva dalla fine degli anni Settanta. Ma la ripresa della guerra civile tra le due parti del paese nel maggio 1983 aveva impedito alle compagnie petrolifere straniere presenti sul terreno di lavorare. A metà degli anni Novanta, dopo anni di stallo e a conflitto ancora ampiamente in corso, un consorzio conosciuto con il nome di Greater Nile Petroleum Operating Company (Gnpoc) ha preso in mano sia i lavori di prospezione e sfruttamento dei blocchi 1, 2 e 4, sia la costruzione di una raffineria poco fuori Khartum e di un oleodotto di 1.600 km necessario a portare il greggio dai campi petroliferi del Sudan meridionale a Port Sudan, sul Mar Rosso. Con il 40% delle azioni , il partner di maggioranza del consorzio è la China National Petroleum Corporation (Cnpc), una delle più grosse (e delle più attive sui mercati esteri) compagnie petrolifere di Stato cinesi . Oltre alla partecipazione al Gnpoc, la Cnpc ha in concessione ?in solitaria? anche l?intero blocco 6, mentre divide con altre compagnie straniere lo sfruttamento dei blocchi 3 e 7.

Il fatto che le compagnie cinesi non debbano rispondere delle loro azioni e del loro eventuale coinvolgimento in situazioni di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani a un?opinione pubblica sensibile a questi temi ha sicuramente favorito la stretta collaborazione che si è creata tra Pechino e Khartum. Il settore petrolifero rimane il più importante agli occhi della Cina, visto che oltre la metà dell?export sudanese di greggio va al colosso asiatico, coprendo così il 5% del suo fabbisogno. Ma non c?è solo il petrolio ad attrarre i capitali cinesi sulle sponde del Nilo. Ci sono anche le infrastrutture da creare ex novo ? tra cui una pipeline di 470 km per portare l?acqua dal Nilo e dall?Atbara nell?arida regione orientale (un progetto siglato nel giugno 2005 e che costerà 345 milioni di dollari) e il più grande progetto idroelettrico in corso nel continente, una diga in costruzione 350 km a nord di Khartum, all?altezza della quarta cateratta del Nilo ? e la vendita di armi, il settore delle telecomunicazioni su cui investire e la cooperazione tecnica e medica.

Il Sudan è il principale destinatario degli investimenti esteri cinesi e uno dei paesi africani con cui Pechino ha più scambi commerciali. Ma non è certo il solo. Innanzitutto perché non esiste solo il petrolio sudanese. Le tre principali compagnie petrolifere di stato cinesi, la Cnpc, la Cnooc e la Sinopec, si stanno ritagliando sempre più spazio nello sfruttamento del greggio africano. Mentre la Cnpc è impegnata in prospezioni nel Sud del Ciad e nell?Etiopia occidentale, la Cnooc ha firmato nel gennaio scorso un accordo miliardario con la Nigeria per comprare il 45% della concessione di proprietà della South Atlantic Petroleum che comprende importanti giacimenti offshore sia di petrolio che di gas.

Accanto alle risorse energetiche però c?è dell?altro. I soldi cinesi stanno trasformando il paesaggio di molte capitali africane (da Yamoussoukro, in Costa d?Avorio, dove sono già in costruzione gli alloggi per i 225 deputati ivoriani, a Luanda, in Angola, dove aziende cinesi stanno restaurando un intero quartiere), in un make-up che rispecchia anche all?esterno un cambiamento radicato nel tessuto economico. Ma anche fuori delle capitali i cambiamenti sono visibili: sono cinesi i capitali e l?ingegneria della ferrovia costruita in Angola, ad esempio, o delle strade e dei ponti eretti in Ruanda, come anche dell?autostrada in Etiopia e di buona parte della rete dei trasporti dello Zimbabwe. La buona tecnologia a prezzi contenuti che la Cina offre nei suoi prodotti ha anche significato per molti paesi poter saltare alla telefonia cellulare senza passare dalla rete telefonica tradizionale, ancora largamente insufficiente anche in molte capitali africane.

Il rapporto tra Cina e Africa, quindi, è interessante per entrambe le parti. Ed è questa situazione che il documento programmatico pubblicato il 12 gennaio fotografa. Il ?nuovo modello di partnership strategica? che il ?libro bianco? propone non tralascia nessun possibile ambito di cooperazione: politica, economica, sociale, infrastrutturale, culturale e via dicendo, per un totale di circa trenta diversi settori. E non c?è dubbio che ai paesi africani la proposta possa apparire allettante, tanto più che Pechino non pone condizioni politiche. O, meglio, ne pone solo una, facile da rispettare: aderire al principio di ?una sola Cina?, rifiutando di avere relazioni ufficiali con Taiwan. Una scelta che, a conti fatti, evidentemente è conveniente fare, se la stragrande maggioranza dei paesi africani preferisce Pechino a Taipei.

L?ultimo in ordine di tempo a rompere con Taiwan per riaprire i rapporti diplomatici con la Cina popolare è stato il Senegal, che è stato subito premiato. Nella sua visita in Africa di metà gennaio il ministro degli Esteri Li Zhaoxing ha fatto tappa anche a Dakar, dove ha dichiarato che la Cina vuole espandere la cooperazione tra i due paesi in qualsiasi campo, dall?agricoltura all?istruzione e dalla sanità alla cultura. Nel frattempo, ha firmato assieme alla sua controparte senegalese un accordo di cooperazione economica e tecnologica.

La mancanza di condizioni politiche, one China principle escluso, è ribadita anche dall?enfasi che la Cina pone a ogni buona occasione sul mutuo rispetto dei confini territoriali, della non aggressione e (soprattutto) della non interferenza negli affari interni dei singoli paesi. Il che significa non fare questioni né porre condizioni di nessun tipo neanche a governi non democratici, violatori dei diritti umani o altamente corrotti. L?esempio sudanese non è l?unico neanche in questo senso. La politica dello ?sguardo a oriente? inaugurata da Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe, in risposta al progressivo boicottaggio e isolamento internazionale con cui i paesi occidentali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno reagito alle ripetute frodi elettorali e alla violenza usata dal regime per espropriare i settlers bianchi ha ricevuto un caloroso benvenuto a Pechino.

Non solo a parole: quando nel luglio 2005 Mugabe si è recato in visita ufficiale in Cina, ha ricevuto tutti gli onori riservati a un capo di Stato, ma non è neanche stato lasciato tornare a casa a mani vuote. In cambio di concessioni minerarie, Mugabe ha ottenuto prestiti (tra cui uno da sei milioni di dollari da usare per importare mais) e accordi commerciali, un?iniezione vitale per l?asfittica economia di un paese ormai ridotto alla fame, privato da qualche anno degli aiuti economici occidentali e dell?assistenza finanziaria di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Il radicale cambiamento nell?orientamento della politica estera del paese si è rispecchiato anche nelle scelte del ministero dell?Istruzione, che nel gennaio 2006, in occasione dell?inizio del nuovo anno scolastico e accademico, ha annunciato che il cinese diventerà materia di studio in tutte le università del paese, per favorire il turismo e gli scambi commerciali con Pechino.

Le cose non sono andate molto diversamente neanche in Angola, il secondo produttore di petrolio africano dopo la Nigeria, che sta risorgendo dalle sue ceneri dopo una guerra civile quasi trentennale. Il forte indebitamento del paese e la totale mancanza di trasparenza, che ? non è un mistero ? nasconde un sistema altamente corrotto, impediscono di fatto all?Angola di accedere all?assistenza finanziaria del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, come anche ai crediti dei principali paesi donatori. Il vuoto che le regole del club di Parigi hanno creato è stato prontamente riempito dalla Cina: nel marzo 2004 la banca cinese Eximbank ha concesso al governo di Luanda una linea di credito di più di due miliardi di dollari, da utilizzare, progetto dopo progetto, per ricostruire le infrastrutture (rete elettrica, strade, ponti, aeroporti, ferrovie e così via) del paese devastato dalla guerra. In realtà, però, i dettagli dell?accordo non sono mai stati resi noti. Ciò che si sa è che il credito ricevuto viene ripagato con forniture di petrolio alla Cina. Tanto che le importazioni del greggio angolano sono andate crescendo, fino ad arrivare a toccare, nei mesi di gennaio e febbraio 2006, 456mila barili al giorno, una cifra che basta a coprire il 15% del fabbisogno giornaliero cinese. L?Angola è così diventata il principale fornitore di greggio di Pechino, superando non solo il Sudan, finora il principale fornitore africano della Cina, ma anche Iraq e Arabia Saudita .

Legami economici e commerciali, investimenti nelle infrastrutture, cooperazione tecnica e militare, copertura politica senza fare domande: sono questi i punti di forza del rapporto di crescente amicizia tra la Cina e l?Africa. E non manca neanche l?elemento più strettamente diplomatico. A cinquant?anni dall?instaurazione delle prime relazioni diplomatiche tra Pechino e un paese africano, la Cina si pone quindi come reale alternativa al monopolio Usa. Ed è ormai chiaro anche per Washington che non si tratta di una concorrenza che riguardi solo l?ambito economico. Un?inequivocabile offerta di sostegno in ambito internazionale arriva anche dal documento programmatico del 12 gennaio, che afferma che ?la Cina rafforzerà la cooperazione con l?Africa all?interno delle Nazioni Unite e in altri sistemi multilaterali, assicurando sostegno alle giuste richieste reciproche e alle posizioni ragionevoli?, mentre in un altro passaggio, i policy-makers di Pechino ribadiscono la disponibilità di ?continuare a rinforzare la solidarietà e la cooperazione con i paesi africani nell?arena internazionale e a cercare posizioni comuni sulle principali questioni internazionali e regionali?.

Una tale apertura di credito, questa volta politico, non è certo destinata a passare inosservata agli occhi di molti regimi africani, visto che la copertura diplomatica in tutte le piazze che contano, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell?Onu di cui Pechino è uno dei membri con diritto di veto, non è un elemento di poco conto per governi che, in molti casi, hanno parecchie cose da nascondere. E i paesi africani sanno che la Cina non promette invano. Anche in questo caso è l?esempio sudanese a fare scuola. Con l?escalation della guerra in Darfur, nell?estate 2004, gli Stati Uniti hanno ripetutamente proposto al Consiglio di Sicurezza di adottare delle sanzioni economiche contro il Sudan per indurlo a più miti consigli. Si era parlato di un embargo sul settore petrolifero, su quello degli armamenti e di misure finanziarie mirate contro i principali esponenti del governo. L?adozione di qualsiasi sanzione, anche la più leggera, è stata però bloccata dalla minaccia di veto della Cina, pronta a difendere a spada tratta quello che al momento era ancora il suo principale fornitore di greggio in Africa.

Dopo molti tira e molla, il 30 luglio 2004 il Consiglio di Sicurezza ha adottato, con 13 voti a favore ma con l?astensione di Cina e Pakistan, la risoluzione 1556 che concedeva a Khartum trenta giorni di tempo per riportare l?ordine in Darfur e imbrigliare le milizie janjawid, i ?diavoli a cavallo? diventati tristemente famosi negli ultimi anni per le atrocità commesse ai danni delle popolazioni africane della regione, promettendo in caso di mancato adempimento ?ulteriori azioni, incluse quelle previste dall?articolo 41 della Carta delle Nazioni Unite?. Khartum ha risposto alla minaccia con deboli misure di facciata, che non hanno di fatto cambiato la situazione sul campo. Il governo sudanese era sicuro di avere le spalle coperte dall?appoggio della Cina e, in seconda istanza, della Russia, dalle cui società il Sudan ha spesso acquistato armi pesanti. Così in effetti è stato: nonostante l?inadempienza di Khartum, in settembre il Consiglio di Sicurezza ha adottato un?altra risoluzione di contenuto simile a quello della 1556, senza però prevedere alcuna delle ?misure ulteriori? annunciate a fine luglio.

Anche le velate minacce dell?estate sono state alla fine sacrificate sull?altare degli equilibri diplomatici in seno all?Onu, sempre per la strenua opposizione della Cina a ogni misura anche blandamente punitiva contro Khartum. Alla fine di una molto pubblicizzata riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza a Nairobi, la quarta fuori dal Palazzo di Vetro in tutta la storia dell?organizzazione, il 19 novembre 2004 è stata adottata all?unanimità una risoluzione totalmente ?annacquata?, da cui era stato eliminato qualsiasi riferimento a eventuali future sanzioni, mentre in Darfur la situazione non accennava a migliorare.

di Irene Panozzo

Tratto dal n.3/2006 della rivista di geopolitica Limes

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Domani su Liberazione l’inserto sul dibattito interno

29 Dicembre 2006 Commenti chiusi

Domani, 30 dicembre, Liberazione pubblica l’inserto contenente i documenti presentati all’ultimo Cpn e i materiali relativi alla Conferenza d’Organizzazione che inizierà ai primi di febbraio nei circoli e si concluderà nel fine settimana a cavallo tra marzo e aprile. E’ contenuto nello speciale anche il documento firmato dai compagni Veruggio, Ghaderi, Minghetti e a partire dal quale Controcorrente – Sinistra Prc lancia a tutti i compagni critici presenti nel Partito la proposta di una battaglia unitaria per difendere il modello di una rifondazione comunista ancorata alla difesa degli interessi di classe dei lavoratori e dei ceti popolari. Un partito che non sia paralizzato dalla cosidetta sindrome del Governo “amico”.

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Controcorrente: Tassisti col Centrodestra? Sarebbe un errore

29 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Tassisti col Centrodestra?
Non è l’alternativa alle liberalizzazioni

Ho letto su Il Secolo XIX la notizia di una probabile candidatura alle
prossime amministrative di Valter Centanaro, presidente della cooperativa
dei tassisti genovesi, nelle liste del Centrodestra.

A luglio non ebbi alcun problema a schierarmi pubblicamente – credo unico
esponente di sinistra a Genova – a fianco dei tassisti in lotta contro le
liberalizzazioni volute dal Governo. E lo feci in barba all’assioma
(presente anche nel mio Partito e nella sinistra) secondo cui i tassisti
sono una lobby paragonabile a quelle dei notai e dei farmacisti e quelle
manifestazioni erano “di destra” . Non ci vuole il Premio Nobel per capire
che in realtà erano e sono persone con un tenore di vita solitamente più
vicino a quello di un lavoratore dipendente che a quello di un facoltoso
professionista. Che combattevano contro un provvedimento sbagliato e
pericoloso per loro stessi ma anche per il servizio pubblico che è loro
affidato.

Allo stesso modo la scelta – pur legittima e in qualche modo anche
comprensibile – di tradurre politicamente quella lotta in un sostegno
elettorale al Centrodestra finirebbe tuttavia per confermare proprio
quell’immagine corporativa e un po’ egoista che si cerca indebitamente di
appiccicare addosso ai tassisti italiani. Le spinte moderate presenti
all’interno dell’Unione vanno combattute. Si può e si deve chiedere alla
sinistra di fare la sinistra. E cioè di difendere gli interessi dei
lavoratori e dei ceti popolari dagli appetiti dei grandi gruppi economici.
Ma certo non si può chiedere alla destra di fare le veci della sinistra.
Genova, 29 dicembre 2006

Marco Veruggio
Segreteria Regionale Prc
Portavoce nazionale Controcorrente – Sinistra Prc

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Istat: il 50% delle famiglie vive con 1800 euro al mese

28 Dicembre 2006 1 commento

Un’agenzia Reuters riassume i risultati dell’indagine Istat sui livelli di reddito degli italiani. Risultati emblematici soprattutto se raffrontati ai dati (pubblicati oggi da Repubblica) sui patrimoni degli investitori di Borsa italiani. La Famiglia Rocca (Tenaris, Impregilo), prima della lista, ha registrato nel 2006 una crescita del 100% del suo patrimonio, che è stimato in 14 miliardi di euro.Il patrimonio dei primi quattro in lista (Rocca, Benetton, Del Vecchio, Berlusconi) supera l’importo della Finanziaria 2007. In questo quadro qualcuno ci spieghi perché bisogna ridurre la spesa sanitaria oppure andare in pensione più tardi per “mettere a posto” i conti dell’Inps.

Italia, 15% famiglie arriva con difficoltà a fine mese – Istat

ROMA, 28 dicembre (Reuters) – A fine 2005, il 14,7% delle famiglie italiane dichiara di “arrivare con molta difficoltà a fine mese e il 28,9% di non essere in grado di affrontare una spesa imprevista di 600 euro”.

Lo dice Istat in una ricerca sulle condizioni economiche e di vita in Italia. Segnali di disagio molto marcati si registrano nelle regioni meridionali e insulari.

“Il 22,8% delle famiglie meridionali e insulari arriva con grande difficoltà alla fine del mese e il 42,5% dichiara di non poter far fronte a una spesa imprevista di 600 euro”, dice Istat.

Istat nota poi, in riferimento a dati del 2004, che oltre il 60% delle famiglie italiane ha percepito un reddito netto inferiore a 2.340 euro.

“Nel 2004 le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito netto, esclusi i fitti imputati, pari in media a 28.078 euro, circa 2.340 euro al mese”, dice Istat.

“Tuttavia, la maggioranza delle famiglie italiane (62,3%) ha conseguito un reddito inferiore all’importo medio appena indicato, a causa della distribuzione diseguale dei redditi”.

Considerando anche il valore mediano del reddito, “risulta che il 50% delle famiglie ha percepito nel 2004 meno di 22.353 euro (circa 1.863 euro al mese”, precisa l’Istituto di statistica.

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(AdnKronos) Somalia: Etiopi verso Mogadiscio

27 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Adnkronos conferma la veloce avanzata delle truppe etiopi, spalleggiate dagli Usa e dalla comunità internazionale. Nigeria e Corno d’Africa ci danno la misura che il prossimo teatro di guerra potrebbe essere proprio il continente africano, strategico sia per la sua collocazione (la Somalia ad es. si affaccia sullo Stretto che conduce al canale di Suez, sia per le sue risorse (petrolio e materie prime). La Somalia è tradizionalmente zona di influenza dell’imperialismo italiano. Il video qui a fianco, un servizio apparso su Raitre in merito all’omicidio di Ilaria Alpi ce lo ricorda senza mezzi termini.

(Agenzia Adnkronos) Gli islamisti si ritirano da Jowhar
Somalia, truppe etiopi avanzano verso Mogadiscio
Nessun accordo su risoluzione Onu: il Consiglio di sicurezza non trova l’intesa per una tregua tra le forze governative e le corti islamiche. Rischio emergenza umanitaria

Un campo profughi in Somalia (Infophoto)Mogadiscio, 27 dic. (Adnkronos/Ign) – Dopo aver conquistato Jowhar, le truppe etiopi e i governativi somali avanzano verso Mogadiscio. Lo hanno dichiarato residenti di Balad, centro 30 chilometri a nord dalla capitale somala che è dallo scorso giugno in mano agli islamisti delle Corti Islamiche, specificando che le forze etiopi sono al momento a circa 20 chilometri dalla loro città. Intanto, si hanno notizie dell’avvio di un ritiro degli islamisti anche da Mogadiscio.

Dopo una battaglia in cui sono morti 60 islamisti e 45 militari fedeli al governo transitorio di Baidoa, le forze delle Corti Islamiche si sono appunto ritirate da Jowhar, 90 chilometri a nord da Mogadiscio. Secondo le testimonianze di alcuni residenti, i soldati etiopi avrebbero ”ucciso combattenti islamici rimasti feriti sul campo di battaglia”. ”Quando sono entrati in città – hanno raccontato sempre i testimoni – ci hanno detto che ora possiamo guardare alla televisione il calcio e i film che erano stati vietati dagli islamisti”. Le Corti Islamiche hanno imposto la legge islamica in tutte le zone della Somalia da loro controllate.

Il ritiro da Jowhar avviene a un giorno di distanza dalle dichiarazioni del primo ministro etiope Meles Zenawi, che ha affermato che le sue truppe non hanno intenzione di conquistare Mogadiscio e che il loro compito, proteggere il debole governo transitorio e l’Etiopia dalle ‘forze terroriste’, è per metà compiuto. ”I guerriglieri islamisti insieme alle loro tecniche hanno lasciato la città, salutando i residenti, noi stiamo ora aspettando che gli etiopi entrino a Jowhar”, ha detto un reporter dell’agenzia somala Shabelle.

Le forze islamiste somale – che hanno preso il controllo di Mogadiscio e poi di gran parte del sud del Paese dove hanno imposto la legge islamica – e quelle del governo transitorio avevano iniziato gli scontri la scorsa settimana a Idale, a 60 chilometri da Baidoa. L’Etiopia, dopo aver per lungo tempo negato ogni coinvolgimento militare nel Paese confinante, nei giorni scorsi aveva ammesso di aver inviato truppe e condotto raid aerei.

Durante la riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza, comunque, nessun accordo è stato raggiunto per una risoluzione che richieda l’immediato cessate il fuoco e il ritiro di tutte le truppe straniere dalla Somalia. La discussione continuerà oggi. Francois Lonseny Fall, l’inviato Onu in Somalia, ha chiesto al Consiglio di chiedere appunto l’immediato cessate il fuoco tra le forze dell’Etiopia che sostengono il debole governo transitorio di Baidoa e quelle delle Corti Islamiche.

All’orizzonte si profila anche il rischio di una emergenza umanitaria. Il World Food Programme, infatti, è stato costretto a sospendere i lanci di aiuti alimentari e a far uscire dal Paese i suoi dipendenti internazionali a causa dei combattimenti. Il Wfp ed altre agenzie dell’Onu stanno portando aiuti alle popolazioni somale colpite dalle inondazioni. Già nei giorni scorsi avevano paventato il rischio che gli scontri in atto tra forze etiopi governative e corti islamiche potessero avere ripercussioni sul loro lavoro.

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Atesia: i lavoratori respingono l’accordo

27 Dicembre 2006 Commenti chiusi

Le lavoratrici ed i lavoratori di Atesia respingono l?accordo-truffa voluto da padron Tripi e firmato da CGIL-CISL-UIL

Nei giorni di giovedì 21 e venerdì 22 dicembre si è svolto in Atesia, organizzato dalla CGIL, il referendum sull?accordo firmato da sindacati ed azienda il 13/12/2006.

Malgrado la calata massiccia in azienda di sindacalisti esterni ad affiancare le RSU di COS, malgrado il tentativo di falsare i risultati sia facendo votare capi e dirigenti del gruppo sia inserendo nel referendum anche la contrattazione di 2° livello per chi è già dipendente, la maturità delle lavoratrici e dei lavoratori di Atesia, sia con contratto a progetto che con altre tipologie contrattuali si è chiaramente espressa con il 60% di NO (612 voti) contro il 40% di SI (426 voti).

Il Collettivo PrecariAtesia si è mobilitato in questi giorni affermando con chiarezza che dell?accordo del 13/12/06 andava conservato solo il contratto a tempo indeterminato mentre andava espresso un chiaro NO alle modalità di applicazione (550 ? di salario, su turni h24 e rinuncia a tutto il pregresso con la firma della liberatoria).

Le lavoratrici ed i lavoratori hanno ancora una volta come in tutti questi due anni di lotta affermato che solo l?autorganizzazione nel collettivo rappresenta le loro richieste.

Dopo questo importantissimo risultato la lotta continua per contratti a tempo indeterminato per tutte e tutti con le seguenti caratteristiche:

Contratti full o part time per singoli lavoratori/trici che ne facciamo richiesta
Recupero di almeno una parte del pregresso
Turni fissi
A queste condizioni si aggiunge la richiesta di reintegro per tutti/e coloro che nell?ultimo anno e mezzo sono stati licenziati da Atesia in tronco o tramite mancato rinnovo contrattuale.

La lotta sta pagando

ora spetta ad Atesia pagare!

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Sulla vicenda dell’Acquedotto pugliese

27 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Inseriamo due interventi interessanti, il primo per il giudizio politico che esprime sulla vicenda dell’Aqp, il secondo per la valutazione “tecnica” che introduce e cioè che – a differenza di quanto si dice – è proprio il mantenimento della forma della Spa che spinge l’Aqp – a causa del Decreto Bersani – verso la privatizzazione.

IL CORAGGIO CHE NON C’E’

La discussione sulla forma giuridica dell’AQP è tutt?altro che oziosa! Essa costituisce il punto nodale per un governo pubblico dell?acqua.

Questo era stato già sottolineato più di un mese fa con un appello indirizzato alla Regione e continuiamo a sottolinearlo con forza all’indomani delle dichiarazioni del governo della Regione su quella che viene definito il dibattito ?spa si, spa no? riacceso in seguito alle dimissioni del Prof. Petrella, presidente dell’AQP.

La discussione sulla forma dell’ente gestore dell’acqua è talmente centrale, al contrario di quanto sostenuto dal Presidente Nichi Vendola, che ha portato alla rottura della condivisione del percorso di ripubblicizzazione avviato un anno e mezzo fa con la nomina da parte della Regione del Prof. R. Petrella alla Presidenza dell’AQP e con le dichiarazioni rese in più occasioni dal Presidente Vendola o altri rappresentanti regionali (come per esempio ai Cantieri per la Democrazia dell?autunno 2005, alla Conferenza organizzata al Politecnico nel dicembre 2005, ed al Forum di Sbilanciamoci del settembre di quest?anno) non solo sul riconoscimento dell?acqua bene comune ma sulla necessità della gestione pubblica e partecipata.

Attualmente, l?AQP è una società per azioni che gestisce il servizio idrico con un affidamento cosiddetto in house (il cui capitale è totalmente pubblico, detenuto dalla Regione).

Per noi, cittadini pugliesi, conta indubbiamente l’efficienza nella gestione dei servizi idrici, la riduzione delle perdite, il funzionamento reale del ciclo di depurazione, ma crediamo che tali esigenze non solo non siano in contrasto con una gestione effettuata da un ente di diritto pubblico, ma che questo rimanga l’unico che per sua natura giuridica possa garantire realmente un governo pubblico dell’acqua e dei servizi idrici.

Al contrario una spa a capitale interamente pubblico resta, comunque, una società di diritto privato che, come tale, risponde alle norme a garanzia dell’interesse dei privati e non del rispetto dell’interesse della collettività nel suo insieme. La spa è una società finalizzata per legge al conseguimento del profitto (indipendentemente dalla natura dei suoi azionisti), mentre ai cittadini interessa che l’acqua ed i servizi idrici siano governati da un ente che garantisca gli interessi di tutti e non di pochi.

Una spa può subire variazioni nella proprietà degli azionisti; per questo l’attuale amministrazione Regionale deve rendere definitiva la chiusura ad ogni processo di privatizzazione dell’AQP, al di là del proprio mandato. A questo aggiungiamo che siamo preoccupati per i prestiti finanziari da capitale privato a cui è ricorsa l’AQP, perchè chi finanzia gli investimenti può condizionare la linea politica dell’azienda.

A parte la dimensione territoriale, vogliamo ancora una volta ricordare come il principio secondo cui l?acqua è e deve rimanere pubblica nella proprietà e nella gestione, è contenuto nel programma elettorale del Governo nazionale ed ha trovato una conferma anche nel decreto Lanzillotta che ha escluso il servizio idrico dalle liberalizzazioni.

E? incomprensibile che in Puglia il progetto di fare dell?AQP il primo modello di gestione pubblico e partecipato si è arrestato, mentre a livello nazionale il Governo sta creando un nuovo quadro legislativo (che vieta la gestione privata dei servizi idrici) ed i Movimenti lanciano una legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione,

Più di un mese fa era stato inviato un appello, sottoscritto da decine di associazioni ed istituzioni, e centinaia di esponenti della società civile e della cittadinanza, per chiedere al Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, garante dell?impegno di ripubblicizzazione dell?AQP assunto verso i cittadini pugliesi, ed alla Giunta Regionale, di ricreare le condizioni politiche per far ritornare pubblico l?Acquedotto.

A tale appello non è seguita alcuna risposta. Ricordiamo ancora una volta al Presidente Nichi Vendola gli impegni da lui assunti e la sollecitazione che ci fece in occasione delle elezioni quando ci chiese di non essere lasciato solo e di essere vigili sulla coerenza delle attività di governo rispetto al programma.

Il non aver messo il prof. Riccardo Petrella nelle condizioni di portare a termine il suo compito è una drammatica resa alle logiche della privatizzazione.
OSSERVATORIO SUD
COMITATO TERRITORIALE CONTRATTO MONDIALE SULL’ACQUA

Gentile Vendola e gentili Assessori di più servizi

Come mestiere faccio il segretario comunale da 26 anni.

Da quattro anni, con nomina del Presidente della mia Regione Marche, lavoro in un gruppo tecnico misto di dirigenti regionali e di dirigenti di Comuni e Province, che esamina tutte le leggi e tutti i principali provvedimenti della mia Regione prima delle conferenze Regione-Enti Locali e prima che i provvedimenti vadano in Consiglio Regionale.

Nessuna presunzione. So quanto noi tecnici abbiamo assoluto bisogno di voi politici.

Sono però non meno convinto di quanto anche voi politici avete bisogno di noi lavoratori pubblici.

Bene, vedo che l’indispensabile rapporto politica-lavoratori pubblici (nel nostro caso, dirigenti pubblici) si è definitivamente rotto con l’introduzione, Bassanini e la sinistra ne sanno qualcosa, con lo spoil system. Ma la vita va avanti.

Detto questo, veniamo all’acqua e al vostro AQP.

Io non so che cosa hanno relazionato i vostri uffici legali e legislativo.

Io penso che non possono non conoscere il decreto Bersani, ora legge n. 248/06. In particolare i suoi articoli 13, 14 e 15.

Credo sappiano che quantomeno tre Regioni, Umbria e Friuli, ma credo anche tutte le altre, a seguito di questo articolo 13 della Bersani, si trovano a dover rivedere tutte le loro Spa interamente pubbliche e miste.

Inoltre, statene certi, da questo decreto, tutti i contratti non preceduti da riallineamento dei queste Spa o Srl interamente pubbliche o miste ai principi di questo articolo 13 e delle sentenze della Corte di Giustizia Ue, sono nulli.

Per tutto questo, ho già scritto che il bravo Vendola, letti i suoi giudizi sulla rinuncia di Petrella alla presidenza dell’AQP, è come fosse privo di adeguati uffici legali e legislativi.

Ho pensato a questo dopo aver letto, ripeto, le sue risposte sul Manifesto alle dimissioni del Prof. Petrella. Unico Italiano che ai Social Forum di Parigi e di Londra da me seguiti aveva visibilmente una dimensione non solo europea, ma anche mondiale.

Insieme all’appello qui sotto dell’Osservatorio Sud, che ovviamente condivido, e al convincimento, non sono abituato a politicismi davanti a questioni tecniche, che la vostra Regione si è messa e, purtroppo, anche senza dubbi, in “cul de sac”, vi mando un po’ di materiali.

Se richiesto vi mando anche tutte le recenti sentenze della Corte di Giustizia Ue che sostengono questo mio assunto, cioè che con l’AQP Spa a capitale interamente pubblico in house si è messo in “cul de sac”.

Tengo a mandarvi subito due atti della Ue: 1) Una Comunicazione dell’aprile 2006 della Commissione Ue in tema di servizi sociali e loro modalità di gestione in Ue, 2) Una risoluzione di fine settembre 2006 del Parlamento Europeo sui Servizi di Interesse Generale.

Studiateli e troverete altri argomenti che sostengono il mio assunto. Cioè, che avendo rinunciato a ripubblicizzare l’AQP Spa ricreando un Consorzio, un Ente Strumentale, operazione giuridicamente fattibilissima e, strettamente, anche senza nessuna nuova legge, vi siete messi in un cul de sac.

Un saluto e un augurio di Buon Anno 2007

25 dicembre 2006 Luigi Meconi

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Savona: prosegue l’occupazione del Barricata

23 Dicembre 2006 1 commento


Prosegue l’occupazione dei locali dell’ex Mercato Civico di Villapiana da parte dei ragazzi del CSOA Barricata. In un clima di positiva integrazione nel quartiere rosso di Savona si susseguono iniziative e assemblee. Il clima sembra disteso anche nei rapporti col Comune. Giovedì pomeriggio una delegazione di Rifondazione Comunista composta dalla parlamentare Haidi Giuliani, da Marco Veruggio della segreteria regionale Prc e da dirigenti e rappresentanti istituzionali comunisti savonesi ha incontrato il Sindaco Berruti per esprimere il suo sostegno all’iniziativa dei ragazzi del Barricata ed esprimere soddisfazione per l’atteggiamento dialogante con cui l’Amministrazione Comunale sta affrontando la vicenda. La stessa Haidi Giuliani ha poi visitato il centro sociale incontrando un centinaio di giovani che si erano riniti in assemblea per fare il punto della situazione. Ora la palla va alla Circoscrizione. Se il parlamentino di Villapiana darà il suo parere positivo, nel giro di poche settimane si potrebbe arrivare ad un affidamento ufficiale della struttura agli occupanti. Riportiamo il volantino distribuito in questi giorni dal Prc nel quartiere di Villapiana.

Nel cuore di Villapiana

Savona ha da tempo bisogno di uno psaizo dedicato allo sviluppo delle attività sociali, soprattutto rivolte ai giovani.

Un gruppo di ragazzi del Collettivo “barricata” ha occupato in questi giorni lo stabile comunale dell’ex mercato di Piazza Bologna, creando le condizioni perdare una soluzione positiva al problema delle inziative dei giovani a Savona.

L’Amministrazione Comunale ha dimostrato di sapere gestire una sitazione sociale come tale, senza lasciarsi trascinare nelle maglia dell’ “allarme sicurezza” o dell’ “ordine pubblico”.

L’ottima risposta data dal quartiere di Villapiana ai giovani del collettivo è un’ulteriore sottolinetura della necesità della creazione di luoghi sociali che siano partecipati e vissuti da tutti.

Rifondazione Comunista sostiene le richieste del “Collettivo Barricata” e…

augura a tutti un felice anno nuovo di Pace.

Partito della Rifondazione Comunista
Federazione provinciale di Savona
Circolo “Bruno Luppi” Villapiana

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