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Archivio Gennaio 2007

Novartis contro l’India, questione di brevetti

31 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Riportiamo questo articolo tratto da Il Manifesto. Novartis non è l’unico esempio della mafia di Big Pharma. Le aziende farmaceutiche rappresentano uno dei poteri forti del capitalismo internazionale, anto più disgustoso in quanto esercita il suo potere di ricatto facendo leva sulla salute di milioni di persone. E sui suoi rapporti privilegiati con la politica. Per fare solo un esempio, la Fondazione Italianieuropei dei ministri D’aAlema e Amato è sostenuta da Pharmacia & Upjohn (Monsanto) e Glaxo Wellcome (l’azienda coinvolta qualche anno fa in una vasta catena di arresti per comportamenti illeciti dei suoi dipendenti). A proposito di conflitto di interessi: nessuno ha da dire niente in proposito?

da “il manifesto” del 31 Gennaio 2007
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Novartis contro l’India, questione di brevetti

Marina Forti
Novartis versus l’India. Rischia di diventare una causa «celebre», quella che oppone l’azienda svizzera, terza multinazionale farmaceutica al mondo, allo stato indiano. In gioco è una questione di brevetti. Le udienze sono cominciate questa settimana presso l’Alta corte di giustizia di Chennai (la città dell’India meridionale già nota come Madras); il processo nasce dalla causa depositata nell’agosto 2006 da Novartis contro le autorità indiane che avevano rifiutato di brevettare un suo farmaco anti tumorale, una formula «migliorata» del Glivec. Una questione di diritto della proprietà intellettuale, che però ha una portata politica più ampia perché è in gioco, di nuovo, la possibilità per le aziende farmaceutiche indiane di produrre farmaci di qualità e a basso costo.
Novartis infatti impugna la legge indiana sui brevetti, approvata nel 2005. Fino ad allora l’India non riconosceva brevetti sui medicinali ed è grazie a questo che le industrie locali hanno potuto produrre (legalmente) versioni «generiche» di farmaci – dai più comuni antibiotici ai farmaci anti-retrovirali (usati nella terapia Aids) e altro – a prezzi molto più bassi di quelli coperti dal brevetto. Nel 2005 però finiva il periodo transitorio concesso all’India dall’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), e anche New Delhi ha dovuto adeguarsi alle norme internazionali sulla proprietà intellettuale. La legge sui brevetti approvata allora dal parlamento indiano mantiene però certe salvaguardie: una è quella generale (riconosciuta dalle norme del Wto) che permette a un paese di sospendere l’efficacia dei brevetti e autorizzare la produzione di generici in caso di energenza sanitaria nazionale; ma non è questo il caso ora in gioco nel tribunale di Chennai. La norma impugnata da Novartis è quella che riconosce il brevetto solo ai prodotti davvero innovativi, quindi non a farmaci che siano solo banali miglioramenti di sostanze già note. Ed è appunto il caso del Glivec «migliorato» della Novartis, a cui le autorità indiane rifiutano il brevetto.
Così l’azienda farmaceutica svizzera è ricorsa al tribunale. Novartis vorrebbe mantenere la cosa nei termini di un semplice contenzioso legale, di quelle questioni tecniche che appassionano solo gli esperti in diritto proprietari, ben separata dalla questione più generale dell’accesso dei paesi poveri ai farmaci essenziali. Anzi: fa notare che spende 750 milioni di dollari all’anno in azioni sanitarie contro lebbra, tubercolosi, malaria (malattie da paesi «poveri») e che dona il Glivec in diversi paesi dell’Agrica e dell’Asia.
Il fatto è che se Novertis dovesse vincere la sua causa, l’India dovrebbe modificare quella legge sui brevetti e di fatto scoraggiare la produzione locale di «generici». E’ per questo che il processo cominciato a Chennai ha suscitato ben altra attenzione in India, e non solo: Médecins sans Frontières, insieme a due reti di attivisti indiani (quella per la lotta all’Aids e il People’s Health Network, rete per la medicina popolare), ha lanciato una petizione internazionale perché Novartis rinunci alla sua azione legale contro l’India, e ha raccolto ormai 250mila firme «eccellenti» in 150 paesi. Senza i farmaci a basso prezzo prodotti in India, fanno notare, molti programmi di lotta all’Aids nei paesi poveri andrebbero in bancarotta.
Il processo Novartis versus India comincia così ad assomigliare pericolosamente a quello intentato nel 2001 da ben 39 multinazionali farmaceutiche (tra cui la stessa Novartis) contro l’Africa del Sud, che aveva autorizzato la produzione o acquisto di farmaci antiretrovirali generici per il sistema sanitario pubblico: un vero disastro di relazioni pubbliche per le aziende farmaceutiche, che alla fine hanno deciso di ritirare la loro causa.

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Lanzillotta: sull’acqua il Prc ha "equivocato"

31 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Liberazione 30 gennaio 2007

LA MINISTRA LANZILLOTTA: “NIENTE MORATORIA BISOGNA PRIVATIZZARE L’ACQUA

di Claudio Jampaglia

C’e’ un equivoco nel governo e si chiama privatizzazione dell’acqua.
Secondo la Ministra degli Affari Regionali, Linda Lanzillotta, l’equivoco l’avrebbero commesso Rifondazione Comunista e Verdi (con le rispettive delegazioni al governo) credendo che ci fosse un accordo per una “moratoria”riguardante i servizi idrici nel suo testo di riforma dei servizi pubblici degli enti locali.
Ovvero un’indicazione chiara che dalle liberalizzazioni dei servizi, che spesso finiscono in privatizzazioni con gare poco trasparenti, sarebbe stata esclusa l’acqua potabile e le fognature.
Ebbene questa esclusione non ci sara’.
Cosi’, secondo la ministra, giovedi il Consiglio dei Ministri dovrebbe dare il via libera al suo ddl e inviarlo alle Camere dove potrebbe trovare quei “consensi piu’ ampi a sostegno delle azioni necessarie alla crescita e la modernizzazione dell’Italia.”, che Lanzillotta auspica dopo aver partecipato al primo tavolo dei “riformisti volenterosi”, ieri a Milano.
Da tempo sulla liberalizzazione dei servizi si concentrano gli sforzi di settori trasversali alla politica per cercare di svecchiare l’economia da quei retaggi novecenteschi che sono i poteri politici, il welfare, le proprieta’ pubbliche e le ricadute sociali della gestione economica.
Ci hanno provato con i Gats in Europa e adesso ci si prova in Italia la Lanzillotta e i volenterosi, con la sponda dichiarata di Casini.
Non a caso, bozze alla mano, la segreteria di Rifondazione Comunista, per bocca di Michele De Palma, esprime sia “la sorpresa e profonda contrarieta’” del partito sul punto acqua, ma anche su un secondo aspetto non da poco: la limitazione della gestione diretta dei servizi pubblici da parte degli enti locai.
Esattamente quello che chiedevano i centristi volonterosi.
Rifondazione sostiene l’iniziativa di movimenti, associazioni, comitati, radicati in tutta Italia per la “ripubblicizzazione dell’acqua” che in queste settimane propone a tutti i cittadini di firmare un progetto di legge di iniziativa popolare sull’acqua bene comune.
Quindi difficilmente accettera’ altro da una moratoria sulla liberalizzazione.
Allora l’equivoco signora ministro, qual’e'?

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Genova. Zara (ex Confindustria): no alla quotazione di Fincantieri

31 Gennaio 2007 Commenti chiusi

COMUNICATO STAMPA

Oggi 30 gennaio la RSU della Fincantieri di Sestri Ponente hanno incontrato il candidato sindaco Stefano Zara. Lo stesso avverrà domani e dopodomani con Marta Vincenti e Edoardo Sanguineti.
L?incontro con Zara è stato interessante per i temi affrontati ed il merito del confronto: dall?ospedale di Sestri agli appalti nel cantiere navale, dalla condizione degli immigrati al futuro di Fincantieri ed alla sua quotazione in Borsa.
In particolare sulla quotazione in Borsa Stefano Zara giudica non percorribile anzi pericolosa l?andata in Borsa di Fincantieri: per la particolarità della produzione a bassa redditività ed alto impiego di manodopera, per il rapporto fondamentale di Fincantieri con un monopolio mondiale nel settore crocieristico e per un mercato che oggi è sicuramente in espansione, ma che prima o poi avrà termine.
Per Zara Fincantieri deve consolidarsi nelle attuali produzioni, con diversificazioni mirate e produzioni di qualità, senza inseguire concorrenti impossibili come la Cina, la Corea, ecc.
Lo stesso annuncio aziendale dell?acquisizione del cantiere navale in Ucraina, 5 volte più grande del più grande cantiere navale italiano (Monfalcone) lo ha lasciato stupito e preoccupato: un cantiere cosi gigantesco va alimentato con tante produzioni di scafo rischiando di svuotare le produzioni nazionali.
Si è convenuto che se oggi Fincantieri ha delle difficoltà industriali la risposta non può che essere industriale, con un confronto di merito con il Sindacato, le città marinare che ospitano Fincantieri e con il Governo.
Zara ha condiviso la posizione del Sindacato che ritiene il Cantiere di Sestri vitale per l?economia di Genova affermando che se Genova vedrà andare in crisi la sua produzione di navi, le conseguenze non saranno solo per i dipendenti diretti e degli appalti, ma per la città intera e la sua qualità della vita.

Bruno Manganaro
Segreteria Fiom Cgil Genova

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L’appello per la manifestazione del 17/2 a Vicenza

31 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Controcorrente – Sinistra Prc aderisce all’appello e invita tutti i compagni a inviare la loro adesione (nodalmolin@libero.it) e soprattutto ad esserci!

APPELLO ALLA MOBILITAZIONE
17 FEBBRAIO: MANIFESTAZIONE NAZIONALE A VICENZA
IL FUTURO è NELLE NOSTRE MANI:
DIFENDIAMO LA TERRA PER UN DOMANI SENZA BASI DI GUERRA
Presidio Permanente, Vicenza
23 gennaio 2007

Dopo che per mesi Governo e Comune si sono rimpallati la responsabilità della decisione, l?Esecutivo nazionale ha ceduto all?ultimatum statunitense: «il Governo non si oppone alla nuova base Usa», ha sentenziato Romano Prodi. Dopo appena due ore, migliaia di vicentini sfilavano per le strade del centro cittadino. Chi pensava di aver chiuso la partita ha dovuto ricredersi, perché Vicenza si è mobilitata, ha Invaso le strade, ha costruito il presidio permanente.
Otto mesi di mobilitazioni, culminate con la grandiosa manifestazione dello scorso due 2 dicembre
? quando 30 mila persone sfilarono dalla Ederle al Dal Molin, hanno dimostrato la forte contrarietà della popolazione alla nuova installazione militare. Ma il Governo, dopo aver più volte ribadito la centralità dell?opinione della comunità locale, ha ceduto agli interessi economici e militari.
In tutto questo pesa come un macigno anche la posizione dell?Amministrazione Comunale che, forte dell?assenso dato dal Governo Berlusconi all?operazione, prima ha nascosto ai cittadini il progetto per tre anni e poi, snobbando la contrarietà della popolazione, lo ha approvato durante un Consiglio Comunale blindato e contestato; infine ha negato ai cittadini la possibilità di esprimersi attraverso il referendum.
Nonostante tutto questo a Vicenza è successo qualcosa di nuovo: Vicenza non si è arresa alle imposizioni. In questo percorso abbiamo trovato donne e uomini, studenti e anziani, lavoratori e professionisti; li abbiamo incrociati nelle mobilitazioni, abbiamo discusso con loro alle assemblee pubbliche ed ai convegni. Insieme abbiamo costruito il Presidio Permanente, un luogo attraversato da migliaia di persone in pochi giorni.
Vicenza non si è arresa alle imposizioni.
Vicenza non vuole una nuova base militare al Dal Molin.
Vicenza si è mobilitata.
Migliaia di persone hanno occupato i binari della stazione appena due ore dopo la conferenza stampa di Romano Prodi; e nei giorni successivi una serie di iniziative, dalla manifestazione degli studenti ai presidi in Municipio e in Prefettura, hanno confermato la determinazione dei cittadini.
La nostra città ha riscoperto la dimensione comunitaria e popolare, ha riattivato le reti di solidarietà che in altri contesti ? per esempio a Scanzano Ionico o in Val di Susa ? hanno permesso di fermare dei progetti devastanti.
Da ogni parte d?Italia ci è arrivata un immensa solidarietà, un caloroso sostegno. Manifestazioni e presidi si sono svoltI in questi giorni in ogni angolo del Paese. Contro una scelta contrastata dalla comunità locale ovunque si manifesta e si discute.
Il nostro cammino è appena all?inizio. Nulla si è concluso con l?espressione del parere governativo.
Cittadini, associazioni e organizzazioni sindacali hanno deciso di opporsi; molti parlamentari si sono auto-sospesi. Vicenza vuole fermare questo scempio, se necessario anche seguendo l?invito di molti a mettere pacificamente in gioco i propri corpi.
Vogliamo dare una voce unitaria, pacifica e determinata a questo sdegno. Vicenza chiama tutti a mobilitarsi contro la militarizzazione di una città, contro la costruzione di una base che sorgerà a meno di due chilometri dalla basilica palladiana, consumerà tanta acqua quanta quella di cui hanno bisogno 30 mila cittadini, costerà ai contribuenti milioni di euro (il 41% delle spese di mantenimento delle basi militari Usa nel nostro territorio è coperto dallo Stato Italiano), sarà l?avamposto per le future guerre.
Vicenza vuole costruire una grande manifestazione nazionale per il 17 febbraio; vogliamo colorare le nostre strade con le bandiere arcobaleno e quelle contro il Dal Molin, ma anche con quelle per la difesa dei beni comuni e della terra, del lavoro e della dignità e qualità della vita. Un corteo plurale e popolare, capace di aggregare le tante sensibilità che in questi mesi hanno deciso di contrastare il Dal Molin, perché siamo convinti che le diversità siano un tesoro da valorizzare così come l?unità sia uno strumento da ricercare per vincere questa sfida.
Ai politici e agli uomini di partito che condividono la responsabilità di Governo locale e nazionale rivolgiamo l?invito a partecipare senza le proprie bandiere; vi chiediamo un segno di rispetto verso le tante donne e i tanti uomini che in questi giorni si sono sentiti traditi dai partiti e dalle istituzioni;vi chiediamo, anche, di valorizzare la scelta di quanti, in questi giorni, hanno scelto di dimettersi o auto-sospendersi in segno di protesta. Una protesta che, auspichiamo, dovrà avere ulteriori riscontri se il Governo non recederà dalle sue decisioni.
Noi siamo contro il Dal Molin per ragioni urbanistiche, ambientali, sociali; ma, anche, perché ripudiamo la guerra. Proprio per questo non accettiamo alcun vergognoso baratto con il rifinanziamento della missione in Afghanistan.
La nostra lotta non si è esaurita. A Vicenza, il 17 febbraio, contro ogni nuova base militare, per la desecretazione degli accordi bilaterali che regolano la presenza delle basi, per la difesa della terra e dei beni comuni, per un reale protagonismo delle comunità locali e dei cittadini.
Il futuro è nelle nostre mani: difendiamo la terra per un domani senza basi di guerra. Il 17 febbraio tutti a Vicenza!

Presidio Permanente contro il Dal Molin
Per info e adesioni nodalmolin@libero.it
Web www.altravicenza.it

APPEAL FOR A NATIONAL MANIFESTATION IN VICENZA
The 17th of FEBRUARY 2007
THE FUTURE IS IN OUR HANDS:
LETS DEFEND OUR LAND FOR A FUTURE WITHOUT MILITARY BASES AND WAR

A permanent sit in started in Vicenza on 23 January 2007
After the Central Government and the City Government have bounced back and forth the responsibility of deciding on the American proposal for enlargement of the Ederle USA base in Vicenza to its double, the Executive in the person of Romano Prodi has yielded to the American ultimatum and has communicated that: “the Government is not opposed to the new USA base”.
It has taken hardly two hours, for thousands of citizens of Vicenza to parade in protest for the roads of the center of town. If the Prime Minister thought to have closed the issue with his communication, he was wrong, since Vicenza’ citizens stood up against his decision. People invaded the roads, and started a permanent presidium.
Eight months of mobilizations culminated immediately before this desicion in the huge manifestation on December 2, 2006, with 30 thousand participants who marched from Camp Ederle, the old base to Dal Molin, the location where the base would extend. This event showed the widespread opposition of the population to the new military installation.
Nonetheless even if the Government has often spoken of the relevance of widespread acceptance from the local community, it yielded to the economic and military interests. In this, it was a tombstone the decision of the Communal Administration that, with the consent from the previous Government and of Berlusconi to the operation, kept hidden for three years the base extension plan to the citizens and successively, notwithstanding the opposition of the population, has approved the plan in Council session closed to the public and finally refused the request advanced by city caucuses to hold a referendum on the issue.
But Vicenza has not surrended to the impositions of the USA base. Rather, women and men, old and young, workers, students and professionals started meeting in demonstrations and discussed in public assemblies and conventions and eventually merged in establishing the permanent presidium, a place visited by thousands of people in the few days of existence. The shared position is that the citizens of Vicenza do not want a new military base at Dal Molin. Vicenza has moved, in mass citizens occupied the railroads of the station two hours after Prodi hold the press conference. In the next days a series of initiatives were organized, including a students’ demonstration and a presidium at the Municipality and the Prefettura. Our city has discovered in this instance the dimension of communitarian aims and has established anew the nets of solidarities that we had seen acting recently in Italy around other issues of large concern for all ? like in Scanzano about toxic wastes and in Val di Susa around the building of a new rail road. In those cases the mobilization of people has been able to stop the plans of devastating of the territory.
We were also joined by the solidarity and the presence of people from other parts of Italy, we received from them a warm support. Others supported our opposition to the new base with sit ins and demonstrations in their cities.
Our way is just at the beginning. The issue will not be closed with the decision of the Government. Citizens, associations and labor organizations will oppose it. Among parliamentarians many self-suspended from work. Vicenza wants to stop this plan and, if necessary, people are ready for non violent civil disobedience. We wish to give an unitary, pacific and determined voice to our disdain. We call everybody to mobilize against the militarization of the city, against the construction of a new installment at less than two kilometers from the Basilica of Palladio, a base that will consume as much the city water as that needed for 30thousand people, that will cost to tax payers millions of euro (since according with the bilateral Italy-USA agreements 41% of the expenses of maintenance of the military bases USA in our territory will be covered by the Italian State Budget), and that will be the starting point for future wars. Vicenza calls to build a national manifestation on 17 February.
We want to color our roads with the rainbow flags and with placards against the El Molin, with placards for the defense of the common goods and the earth, for the defense of the jobs and of the dignity and quality of the life.
A plural and popular march will take place; we are convinced that the diversities are a treasure to value therefore we wish for unity in this march. We also invited politicians and the men and women of the left that share responsibility in local and national Government, we invited them to come without their party’s flags in sign of respect towards the many women and the many men who feel betrayed from parties and Institutions. We ask to give value to the parliamentary who self-suspended in protest for the decision of the Government.
We hope that this protest will make the Government to step back from its decision to give way to the new USA base.

We are against Dal Molin for urban, ecological and social reasons but also because we repudiate war. For this same reason we do not accept the refinancing by our Governement of the mission in Afghanistan. Our struggle against war will not stop.

We invite you to come to Vicenza, on February 17th,
Against every new military base,
For the publication of the bilateral agreements that regulate the presence of the USA bases,
For the defense of the earth and the common goods
For a real partecipation in the choices of the local communities and the citizens.

The future is in our hands: we defend the earth for a tomorrow without military bases and without war.
The permanent presidium against Dal Molin

February 17 come to Vicenza!
For info and adhesions nodalmolin@libero.it Web www.altravicenza.it

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Refusnik tour: antimilitaristi israeliani

30 Gennaio 2007 Commenti chiusi


?Molti giovani israeliani non hanno mai visitato una città palestinese o parlato con un palestinese?. – dice Omri Evron ? ?Molti non sanno come si vive dall’altra parte del confine. Ma io ci sono stato e so quanto i palestinesi soffrono a causa dell’occupazione. Ecco perchè non diventerò un soldato nell’IDF (Israelian Defence Force), semplicemente non posso?. Omri è uno degli oltre 250 studenti liceali israeliani che si sono organizzati e hanno firmato una lettera aperta nella quale hanno dichiarato di rifiutare ?di prendere parte alla politica di occupazione e di oppressione? contro i palestinesi.

In un paese dove il servizio militare è obbligatorio per tutti e dove non viene riconosciuta l’opzione dell’obiezione di coscienza, coloro che rifiutano di arruolarsi, chiamati ?refusnisk” sono di solito processati e rischiano il carcere o sono umiliati e riformati in quanto, arbitrariamente considerati mentalmente disabili. Solo quelli che pretendono il riconoscimento delle ragioni politiche del loro rifiuto, sono processati senza soluzione di continuità sino al loro cedimento.

Con due di questi ragazzi stiamo organizzando un tour in italia, si chiamano Lior Volinich e Omri Evron, entrambi di 19 anni; quest’ultimo ha appena scontato il primo mese di carcere (compreso un periodo in isolamento) e nella sua lettera di rifiuto scrive:
?Il mio rifiuto serva a portare l’attenzione sul fatto che non tutti sono pronti a farsi indottrinare e cooptare per cause nazionaliste e razziste?. A Lior, invece, è stato riconosciuto lo status di ?Obbiettore per motivi politici? ed è stato riformato perchè ?contrario all’occupazione dei territori e non perchè disabile mentale?. E’ la prima volta che succede nella storia d’israele.

In europa ci si interessa poco di questa resistenza interna con forme di lotta diretta e non violenta, eppure, non c’è un’opposizione più pertinente di questo rifiuto, dato che Israele si sostiene da sempre sull’esercito e solo grazie all’esercito, cioè alla politica di forza, per imporre le sue ?soluzioni? contro il popolo palestinese. Nel febbraio-marzo 2007 questi due ragazzi saranno in giro per l’italia in un tour. Vogliamo portarli nei luoghi pubblici che riusciremo a ?conquistare? (comprese le scuole) per confrontarci con loro e confrontare la loro esperienza anche con quella di tanti loro coetanei.

Vogliamo dare voce al loro rifiuto di servire l’esercito occupante, alle loro lotte quotidiane, anche insieme ai palestinesi in percorsi solidali, fuori da qualsiasi dirigismo e qualsiasi illusione che governanti e uomini in divisa possano portare pace, cooperazione e mutuo appoggio, concreto e reale, tra le persone e le comunità.

Non vogliamo dimenticare la pratica dell’antimilitarismo e dell’azione diretta anche adesso, che in italia, il servizio di leva non è più obbligatorio, anche e soprattutto mentre continuano le missioni militari ?di pace? e i cori del pacifismo peloso e di moda sono silenti.

Potete sostenere il tour facendo versamenti sul:
conto corrente postale num. 37158185
intestato a: ?Circolo Culturale Biblioteca Francisco Ferrer?.
Specificare sempre nella causale ?Pro Refusnik Tour?.

Per contatti e maggiori info: elisabettafilippi1@hotmail.com

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Astengo: serve un nuovo soggetto politico di sinistra

29 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Una chiara prospettiva politica
(29 gennaio 2007)

Siamo in molti (e da tempo) ad essere d’accordo: serve alla sinistra italiana una nuova, e chiara, prospettiva politica.
Una prospettiva politica che si colloca fuori dal quadro attuale, anche rispetto al rapporto ? eventuale ? tra governo e ritorno all’opposizione di una parte di quella che è stata definita ?sinistra radicale?.

Sorprende che intellettuali esperti e preparati come Cremaschi e Revelli si misurino ancora (vedi il Manifesto del 26 Gennaio) con questo tipo di problema: ponendo il voto sulla missione in Afghanistan come possibile metro di misura (quasi una ?ultima spiaggia?, a leggere attentamente).
Le cose non stanno più così ( o, forse, non sono mai state così): siamo, ormai, alla vigilia di una fase di riallineamento del sistema politico italiano, che segnerà ? in maniera definitiva ? uno spartiacque, con Partito Democratico e Sinistra Europea del tutto interni a quella logica ?bipolare? dell’autonomia del politico, cui del resto già Rifondazione Comunista si era allineata fin dal 1996 (esprimendo formulazioni ambigue, come quella delle ?due sinistre?).
Il punto non è ciò che può venire da quel versante, ma ciò che ne è già fuori: sul piano politico, dei movimenti, del sindacato di base, delle situazioni più diverse di opposizione e contestazione.

Ha torto Eugenio Scalfari: anche se dovesse cadere il governo Prodi, la sinistra non sparirà dalla scena politica italiana; però occorre costruire questa sinistra, capace di non sparire e di non ridursi a mera marginalità.
La prospettiva politica è, dunque, chiara ed è necessario cominciare ad approfondire : prima di tutto serve un soggetto politico.

Chi scrive ha rivolto, ormai da molto tempo, una critica serrata ai partiti, alla loro conformazione attuale, ma, nello stesso tempo, ha sempre proclamato l’indispensabilità dei partiti, quali strumento dell’organizzazione politica: nulla è stato inventato, ancora, di diverso e di più efficace.
Quindi, si può dire che il soggetto politico che serve può essere un partito.
Un partito , però, non escatologico: con la rivoluzione come prospettiva cui legare il proprio percorso politico, senza definire tappe intermedie e fasi di transizione.
Su questo terreno va recuperata la parte migliore della tradizione del movimento operaio, senza soffermarsi più di tanto su concetti tipo quelli della ?rivoluzione tradita?, ma usando gli strumenti dell’analisi, della dialettica, della sintesi propositiva.
Nessuno, in questo momento, tra quelle varie forze di sinistra politica, sindacale, sociale potenzialmente disponibili alla costruzione di questa soggettività politica di cui si sta discutendo, dispone di quei dati di identità compiuta sufficienti a proporre una egemonia: i dati di identità debbono essere costruiti collettivamente, in uno sforzo ? non certamente ecumenico ? ma finalizzato e definire una visione per il futuro, basata sull’esperienza che ci viene dai dati di fatto.

Da dove ripartire, allora?
Propongo due punti di riflessione:
Il primo sulla metodologia dell’esercizio della politica. I temi sono ben presenti a tutti: per riassumere, si tratta di proporre un esercizio della politica come rappresentanza e proposta, e non come pura competizione per il potere. Competizione del potere che, nella segmentazione economica e sociale di oggi, finisce con il consegnare il tutto alle lobbies (a tutti i livelli: ci siamo accorti che il gioco principale della globalizzazione è in mano alle lobbies sovranazionali. Soprattutto che è in mano alle lobbies sovranazionali l’intreccio più importante nelle relazioni internazionali, che certo non sono determinate dai Governi?);
Il secondo sulla questione dello Stato. Abbiamo dibattuto a lungo, in tempi apparentemente lontani, sull’esistenza di una ?teoria marxista? dello Stato. Non si tratta, però, di ripartire da quel punto, bensì molto più dal basso: dall’affermazione dell’ideologia dello ?stato minimo? e dalla fine (ovviamente, in quelli che avevamo definito ?punti alti? dello sviluppo) dell’intervento pubblico in economia, che ha provocato una colossale privatizzazione degli ex-diritti e un calo vertiginoso della remunerazione del lavoro rispetto al capitale. Insomma: uno squilibrio fortissimo nei rapporti di forza reali, tra le classi. Perché la differenza sta proprio qui: non basta un processo di redistribuzione, senza la determinazione dei rapporti di forza. E la determinazione dei rapporti di forza può avvenire soltanto sul campo della battaglia politica.
Ecco, molto modestamente, questa mi sembra una prospettiva chiara, verso la quale lavorare con impegno.

Savona, li 27 Gennaio 2007

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(rassegna stampa) Fincantieri:la Fiom resiste

28 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Corriere Mercantile

Fincantieri: piano da 800 milioni
Stato di agitazione nel gruppo

Fincantieri illustra i suoi progetti ai sindacati: un piano quinquennale di investimenti da 800 milioni per migliorare i cantieri e fare acquisizioni all’estero. Risorse che si potranno trovare solo con la quotazione in Borsa. Un progetto complessivo che però ha già fatto proclamare a Fim, Fiom e Uilm lo stato di agitazione del gruppo, anche se nel
dettaglio le posizioni sono diverse. ?I dati sono interessanti, ma potremo dare la nostra valutazione quando il piano industriale ci sarà presentato nel dettaglio – dice Tiziano Roncone, segretario regionale della Fim Cisl – sapendo da subito che è Positivo l’intento di investire nei cantieri italiani e liguri?. Ci sono però perplessità su organici
e appalti. E invece un giudizio critico, preoccupato, quello della Fiom Cgil. ?L’azienda rilancia sulla quotazione in Borsa, su cui siamo contrari, e in più manda un messaggio: per ridurre i costi mi serve un cantiere all’estero, in Ucraina ? commenta Bruno Manganaro, della segreteria Fiom Cgil di Genova ? Visto che i dipendenti Fincantieri
normalmente costruiscono lo scafo e gli allestimenti li fanno le ditte di appalto, se gli scafi li costruiranno in Ucraina, le ditte italiane cosa faranno? E un quadro che cambia rispetto ad un anno fa. Non c’e più solo la quotazione in Borsa a preoccuparci, Fincantieri propone un ridisegno complessivo del modello produttivo, con un’organizzazione che porterà ancora appalti e possibili delocalizzazioni
della produzione?.

Il Secolo XIX
Fincantieri, sul piano industriale la Fiom Cgil punta i piedi
La Fiom vede nero e proclama lo stato di agitazione. «Non ne
sappiamo nulla e non è il caso», replica la Fim Cisl

GENOVA. Due giorni di conclave per illustrare con calma il nuovo piano quinquennale alle organizzazioni sindacali, ma al “liberi tutti” è già polemica. Se la strategia di Fincantieri era quella dei piccoli passi, ma fatti tutti insieme, non ha funzionato: a
puntare i piedi è stata Fiom-Cgil, che ha criticato punto per punto i vari passaggi del piano industriale, rischiando poi, con un annuncio repentino, di mettere a repentaglio i buoni rapporti con le altre sigle sindacali. A infiammare il venerdì di passione
della navalmeccanica, e probabilmente l’intero weekend, è stato l’annuncio,
a firma di Bruno Manganaro (responsabile Fiom della cantieristica per la provincia di Genova), di uno stato d’agitazione per l’intero gruppo concordato con Uilm e Fim-
Cisl.
«Non ne sappiamo nulla – fa sapere Tiziano Roncone, segretario regionale
di Fim-Cisl per la Liguria – e non abbiamo intenzione di agitare le acque visto che abbiamo già fissato una data per ridiscutere i punti del piano quinquennale rimasti oscuri e appianare le divergenze con i vertici della società».
Il nuovo incontro è previsto per il 21 febbraio prossimo. E sebbene anche per quella data non vedrà la luce un piano dettagliato, Roncone si dice fiducioso: «I1 piano industriale che Fincantieri ha intenzione di attuare è interessante e anche i numeri
riferiti agli investimenti che il gruppo vuole fare nei prossimi cinque anni lo sono, soprattutto alla luce dei dati del 2005 (con un utile pari a 51 milioni). Ovviamente saremo vigili affinché quello che ci è stato presentato a Roma avvenga anche nella pratica».
Fincantieri investirebbe circa 800 milioni per finanziare la ricerca e fare acquisizioni all’estero (si parla con insistenza di Brema e delle Bahamas, ma anche di una sistemazione low cost in un Paese dell’Est europeo o in Asia). Ma una larga parte delle risorse (600 milioni) sarebbe destinata ai cantieri italiani. «Una spesa che garantirebbe
la tenuta tecnologica e produttiva della nostra navalmeccanica?, aggiunge Roncone, che benedice l’attenzione rivolta verso l’estero dall’amministratore delegato Giuseppe Bono, vicino ormai all’acquisizione di un cantiere navale specializzato in costruzioni militari in Michigan, e alla creazione di una joint venture nel settore meccanico in India. Le stesse idee sono state invece maldigerite da Fiom-Cgil che ha messo sul piatto il rischio di una crisi occupazionale in Italia. Dove Fiom vede nero (?I nuovi presidi potrebbero anche servire a delocalizzare attività in territori maggiormente competitivi dal punto di vista del contenimento del costo del lavoro?), Cisl sembra aver un approccio più sereno: ?L’espansione negli Usa permetterebbe l’acquisizione di 26 pattugliatori per la marina americana. Una commessa che darebbe lavoro agli stabilimenti di Sestri Levante e del
Muggiano, con entrate nelle casse del gruppo pari a 15 milioni di euro per ogni unità navale».
I1 fronte sindacale si ricompatta poi su questioni più interne, e considerate centrali per il futuro aziendale, come gli organici, gli appalti o l’assistenza sanitaria integrativa. «Su questi argomenti siamo ancora distanti dalla dirigenza e compatti tra noi – dice Roncone -. La nostra idea era quella di portare a termine un documento unitario, ma senza urlare. Da parte di Fiom, parlare di stato d’agitazione, è stato perlomeno avventato». Fincantieri, intanto, fa presente che, allo stato attuale, solo l’ingresso di un azionista forte e un aumento di capitale metterebbero in cassa soldi sufficienti per portare a termine tutte le operazioni previste dal piano quinquennale. ?Altrimenti queste risorse saremo
costretti a chiederle al mercato, quotandoci in Borsa! ha chiosato Bono.
ROBERTO SCARCELLA

Riferimenti: Fiom. Campagna contro la privatizzazione di Fincantieri

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(Il Manifesto) Cremaschi-Revelli: "La sinistra impari a dire no"

27 Gennaio 2007 Commenti chiusi


E’ arrivata l’ora di fare sul serio
articolo Lettera aperta ai «compagni di sinistra nel governo»
«Vicenza è uno spartiacque: così non si va da nessuna parte. Ci vuole un segnale di discontinuità che elimini ogni possibile ambiguità (la vera, più grave colpa, in politica estera): non votate il rifinanziamento delle missioni militari»

Giorgio Cremaschi
Marco Revelli

Care amiche e cari amici della sinistra della coalizione di governo, ci rivolgiamo a voi con questa definizione un poco logistica, perché non ne troviamo altre ugualmente sintetiche e non vogliamo far nostra quella serie di aggettivi – sinistra «radicale», «estrema», «massimalista» – che oggi vanno per la maggiore. Quegli aggettivi, anzi, ci paiono fuorvianti dello stato reale delle cose, anche perché sono utilizzati ogniqualvolta si voglia far credere che è questa sinistra a determinare le scelte di fondo del governo Prodi (insieme, s’intende, ai suoi guai…). Proprio qui sta, per noi, la questione di fondo. Secondo Berlusconi, la Confindustria, Corriere, Stampa, Repubblica, i riformisti e la Conferenza episcopale, il governo sarebbe ostaggio della sua sinistra estrema. Siccome a noi pare esattamente il contrario, scriviamo queste note sperando di ottenere chiarezza.
Vicenza, secondo noi, segna uno spartiacque. Di stile oltre che di contenuto. Di metodo prima che di sostanza (che pure è spessa e pesante, incrociando valori e programmi, interessi e passioni). Fino alla decisione di Prodi di dire sì all’amministrazione Bush e alla sua politica di guerra, poteva ancora aver luogo una certa confusa doppiezza, soprattutto sul piano dell’immagine. Ora però questa breve stagione finisce: concretezza e simbolismo delle scelte vengono sempre più a coincidere: il significato esplicito dell’esternazione di Bucarest è una porta sbattuta in faccia a tutti quelli che credono in qualcosa: ai cittadini che difendono il loro territorio (la «questione urbanistica», appunto, derubricata a «intendenza» di napoleonica memoria, che seguirebbe docile una volta definita la strategia da parte dello Stato maggiore) e ai pacifisti che continuano ad avere il torto d’indignarsi di fronte ai mattatoi a cielo aperto moltiplicati anche in questi giorni. A chi si batte per difendere la propria «qualità della vita» nel luogo in cui abita, e a chi lotta per dare un senso a quella vita.
Un pugno in faccia a tutti quelli che nutrivano aspettative, in nome – si dice – dell’«interesse superiore». Del «concerto tra le potenze». Della «necessaria» sottrazione dei temi generali di politica estera al controllo e al consenso di quei cittadini di serie B che non siedono in alto, sulla cuspide della piramide decisionale ma che sono condannati a subirne le ricadute nei propri territori. Anche perché così pretendono i poteri forti interni ed esteri che condizionano la politica del nostro paese. E che sempre più aggressivamente intimano: o di qua, o di là, senza finzioni o confusioni; d’ora in poi, come chiedeva san Paolo, i sì devono essere sì, i no, no.
Purtroppo il governo Prodi giunge a questa stretta avendo già disperso un vasto patrimonio di fiducia e speranza. Per cause squisitamente politiche, per l’incapacità di dare una qualche risposta in positivo ai movimenti che in questi anni hanno percorso il paese. In questi anni non si è lottato solo contro Berlusconi e la sua politica per l’orrore morale, estetico e culturale che suscitano, ma anche per chiedere un cambiamento più profondo di quello definito da una semplice alternanza di governo. I movimenti che si sono sviluppati non erano naturalmente portati alla sintesi, anzi spesso si disponevano su piani differenti. Il no alla guerra, la richiesta di democrazia e di diritti civili, il rifiuto del liberismo nell’economia e nel lavoro, la nuova affermazione di cittadinanza delle popolazioni sui propri territori, non coinvolgevano sempre le stesse persone, le stesse organizzazioni, le stesse culture, anzi.
L’interlocuzione mancata
Una politica «alta» – come s’accaniscono a considerare il proprio ruolo i politici «di governo» – avrebbe dovuto costruire non diciamo una sintesi – di cui la Politica oggi è probabilmente strutturalmente incapace, e di cui d’altra parte i movimenti non saprebbero che farsene nella loro autonomia tematica – ma quantomeno un’interlocuzione. Un focus d’attenzione. La selezione di qualche punto significativo, di qualche tematica condivisa su cui avviare un percorso discorsivo, innescare la traccia di una qualche capacità di rappresentanza. Il segnale che almeno un segmento – non chiediamo tutto, ci limitiamo al minimo possibile – del discorso elaborato «dal basso» possa essere introdotto nel campo chiuso della sfera istituzionale al livello decisionale più alto. Che, appunto, quel «campo» possa essere, anche solo per uno spiraglio, «aperto». Che su almeno un tema qualificante si mostri di parlare un linguaggio simile, o almeno compatibile: non il muro impenetrabile che ha dominato finora sui grandi temi che hanno visto le mobilitazioni più recenti, dalla pace all’ambiente, dalla Tav a Vicenza, appunto. Il programma di 300 pagine non è riuscito a incrinare quel muro (è rimasto cosa per gli addetti ai lavori, codice interno per piantare bandierine, ognuno dei contraenti sui propri temi identificanti). Ed il governo successivo ci è riuscito ancora meno.
Questo perché per costruire una politica che governi con il consenso, trovando mediazioni condivise con i diversi segmenti e soggetti individuali e collettivi che si muovono nel sociale, è indispensabile un punto di vista. Bisogna cioè decidere – in qualche misura – di stare da una parte, di rappresentare una parte della società . Delle sue sensibilità, dei suoi valori e delle sue aspettative, anche se si va al governo. Proprio perché si va al governo.
Questo, sull’altro versante, fa Berlusconi. Egli rappresenta fin nelle sue forme più scostanti ed ottuse il popolo liberista. Le sue passioni, torbide ma concrete. I suoi interessi, egoistici fino al limite della dissoluzione del legame sociale, ma plasticamente materiali. Persino le sue nevrosi. Sa benissimo qual è «la sua gente». Il suo popolo (se così si può dire). Lo porta alla politica, non si dimentica di esso quando governa.
Il centrosinistra invece fa l’opposto. Quando sta all’opposizione aderisce a tutte le mobilitazioni. Quando si trova al governo comincia a obiettare che il paese è impazzito (e pure lo è, in alcune sue componenti, ma non certo nei settori che si sono mobilitati per la qualità della vita e per la pace, per garanzie sociali e pensioni); che bisogna dargli buone medicine, anche se dolorose. Che, insomma, la rappresentanza politica deve astrarsi da chi vuole essere rappresentato e definire una sua tecnocratica astratta compatibilità, da somministrare a un popolo riottoso. Paradossalmente questa concezione del governo produce antipolitica così come il barbaro populismo di Berlusconi. Quest’ultimo, infatti, semplifica all’estremo la funzione della rappresentanza: all’opposto il centrosinistra la complica al massimo. Entrambi così riducono a zero lo spazio per la partecipazione consapevole e incarnano una deriva oligarchica drammaticamente visibile nelle trasformazioni istituzionali degli ultimi due decenni.
Scegliere di fare sul serio
Nonostante tutto, continuiamo a credere che, in sé, il centrosinistra non fosse inevitabilmente condannato alla politica attuale. Avrebbe potuto scegliere alcuni terreni parziali su cui fare sul serio. Avrebbe potuto fare sul serio sulla pace, o sui diritti civili, o sulla lotta alla precarietà, o ancora coinvolgere le popolazioni della Val di Susa e di Vicenza nelle proprie decisioni. Avrebbe potuto scegliere una sola cosa su cui fare sul serio – su cui, appunto, lanciare un segnale – e vivere per un po’ di rendita sul resto. Ma neppure questo ha fatto. Su ogni terreno di conflitto di questi anni il governo appare incerto, confuso, pasticcione, incapace di produrre un vero progresso, anzi spaventato persino quando, magari per caso, decide qualcosa che va nella direzione di quel che veniva chiesto.
Certo non è colpa solo di Prodi se l’equilibrio politico del nostro paese si è spostato in questi anni così a destra da far considerare – nel chiacchiericcio mediatico – come unico modello di sinistra accettabile quello rappresentata da Tony Blair. Solo in Italia si può usare il termine «deriva zapaterista» per definire una politica estremista di sinistra da cui cautelarsi. Nel resto d’Europa ridono di questo paragone. Diventa però una colpa distruttiva non capire che fronteggiare Berlusconi dentro queste coordinate politiche significa rafforzare le sue ragioni e smontare le nostre. Questo è il danno più grave di questi mesi. Esso è ben rappresentato dal sorrisino che sull’autobus, al lavoro, al mercato, si dipinge sui volti di coloro che ci dicono «è bello chiedere quando si è all’opposizione, ma al governo è un’altra cosa». Sì, così si producono in quantità industriali rassegnazione, rabbia e disincanto. E, al di là dei destini personali dell’ex presidente del consiglio, si alimenta la ripresa della destra.
Siamo arrivati al dunque: le prossime settimane, da Vicenza alla Val di Susa, dalle missioni militari alle privatizzazioni, alle pensioni e ai Pacs, vedremo sempre lo stesso filmato. A un certo punto i poteri forti diranno basta, siate seri, siate europei, siate occidentali; e il governo si piegherà. Magari rinfacciando, a chi lo accusa di non essere abbastanza riformista, di non aver capito quanto siano avanzate le scelte adottate.
No, così non si va da nessuna parte e per questo chiediamo alla sinistra della coalizione di scegliere un tema su cui fare sul serio. Suggeriamo la pace e la guerra, la dimostrazione di una svolta esplicita rispetto alla politica di guerra del precedente quinquennio, di uno strappo perché politica «di pace» non può che voler dire soluzione di continuità nella deriva bellica che ha dominato l’inizio del secolo. Ci vuole una netta e comprensibile inversione di tendenza, spinta fino al ritiro delle truppe da quell’Afghanistan dove l’occidente sta ripercorrendo esattamente la stessa strada dell’Urss, usando addirittura le stesse argomentazioni per giustificare la guerra. Scegliete un punto e su quello non mollate. Pretendete un segnale forte e inequivocabile di discontinuità che non sia l’eterno «ni» dell’inaffidabilità italiana, che tagli la strada a ogni possibile segno di ambiguità – la vera, più grave colpa, anche in politica estera: non votate il rifinanziamento delle missioni militari e cambiate così, almeno qui, l’agenda e gli equilibri della politica. E se non siete in grado di fare questa o altre scelte di analogo rigore, ditelo. Non fingete di contare quando non è vero. Non rivendicate la devastante politica della riduzione del danno, che per tanto tempo assieme abbiamo considerato uno dei mali della nostra democrazia, sempre più priva di reali alternative.

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(canisciolti.info) "Sinistra radicale". Eppur sta ferma…

26 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Incollati alla poltrona

Nel penoso panorama politico italiano continua ad esistere un’entità ectoplasmatica di difficile interpretazione impropriamente definita “sinistra radicale” da tutti i mestieranti che a vario titolo discettano di affari politici con indubbia capacità di analisi e proprietà di linguaggio.

Sostanzialmente l’ectoplasma si dovrebbe ricondurre a tre partiti, Rifondazione Comunista, Verdi e PDCI, storicamente portatori (almeno a parole) di alcuni valori fondanti da sempre patrimonio del moderno pensiero di sinistra.

Tali valori quali il rifiuto della guerra, la difesa dei diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, la solidarietà con i popoli oppressi, l’attenzione per i diritti dei più deboli non hanno in sé alcun contenuto radicale e dovrebbero per forza di cose fare parte del bagaglio di qualsiasi formazione politica intenda accreditarsi come parte della sinistra o del centrosinistra.

Sarebbe perciò molto più corretto all’interno della coalizione di governo definire l’ectoplasma semplicemente sinistra e chiamare i suoi alleati con il loro vero nome riguardo al quale potremmo sbizzarrirci a piacimento, purché ogni definizione non manchi di contenere il prefisso “ex”. Il vero problema non alligna però nell’impropria definizione di cui la sinistra radicale è oggetto quando tanto Berlusconi quanto gli alleati di governo la elevano a capro espiatorio della mancata “modernizzazione” ed americanizzazione del nostro paese, ma piuttosto nella coerenza che i tre partiti di sinistra dimostrano rispetto alle proprie idee o meglio a quelle degli elettori che li hanno portati al governo.

In questo ambito alla protesta “urlata” non segue mai una reazione fattiva che possa rischiare di mettere a repentaglio l’attaccamento (in questo caso veramente radicale) che questi signori mostrano alla propria poltrona. Il governo Prodi, ancora lontano dal compiere il primo anno di vita, ha fino ad oggi disatteso in tutto e per tutto anche le più tiepide aspettative di qualsiasi elettore di sinistra, mostrando una disarmante continuità con il governo precedente, tanto in politica estera quanto negli affari di casa nostra.

Perfino Berlusconi ed i suoi accoliti, sia pur avvezzi a praticare l’opposizione pretestuosa, si sono ritrovati quasi totalmente privi di argomenti e per orchestrare qualche rimbrotto si sono visti costretti a rispolverare l’ectoplasma della sinistra radicale che terrebbe in ostaggio non si sa bene chi o che cosa.

L’approvazione alla costruzione della nuova base americana di Vicenza, il proseguimento a tempo indefinito della missione di guerra/pace in Afghanistan, la nuova missione di guerra/pace in Libano, l’assoluto disinteresse per il precariato ed i diritti dei lavoratori, lo scippo del TFR, una finanziaria disastrosa che penalizza tutti ma soprattutto i poveri attraverso ticket e balzelli che colpiscono il cittadino in maniera non proporzionale al suo reddito, l’emanazione dell’indulto allargato ai reati finanziari, la pervicacia nel sostenere la prosecuzione della truffa del TAV sono tutti atteggiamenti che sebbene in perfetta sintonia con il pensiero di Berlusconi, sembrerebbero non esserlo altrettanto con un programma elettorale che ha raccolto consenso professando intendimenti totalmente antitetici.

Di fronte a questo scempio ecco la sinistra ectoplasmatica che continuando ad avere due facce, una per la piazza ed una per le stanze del potere, finisce per non possederne più nessuna. I Bertinotti,i Pecoraro Scanio, i Diliberto, i Migliore, i Cento, i Rizzo continuano da mesi a contestare l’operato del governo, quasi si trattasse di un corpo estraneo con il quale nulla hanno a che fare, salvo poi nel momento in cui si tratta di decidere e votare restare incollati alla propria poltrona, simili ad una scultura materica inamovibile per l’eternità.

La sinistra radicale che non esiste ma tutti fingono non sia così, si rivela dunque il vero pilastro sul quale continua a reggersi questo stato di cose.

Indispensabile per il centrodestra che continua a denunciarne gli strepiti per convincere il proprio elettorato di quanto sia ferale il pericolo “comunista”, irrinunciabile per il governo Prodi che raccogliendone i voti può continuare a portare avanti indisturbato la propria politica di guerra e consolidamento dei grandi poteri economici e finanziari, così comoda per i suoi rappresentanti adagiati su poltrone tanto morbide da indurre pian piano alla letargia.

Marco Cedolin

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(Il Secolo XIX) Genova: operai contro i tagli alla sanità di Burlando

26 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Operai mobilitati
«Sbagliato tagliare il Padre Antero»
Malumore a Ilva e Fincantieri: in gioco la nostra salute
Dopo le proteste il ridimensionamento sarà più lieve

Non si rassegnano e non capiscono. Fanno un’equazione semplice semplice. ?Tutte le volte che abbiamo sentito la parola razionalizzazione ci siamo accorti che significava soprattutto perdere servizi ed assistenza? spiega Armando Palombo rappresentante sindacale dell’Ilva. Se c’è una battaglia da combattere questa volta è sociale, non sindacale. Così sono gli oltre quattromila operai di Ilva e Fincantieri a trasformarsi in pretoriani del Padre Antero Micone, l’ospedale di Sestri ponente. La Regione ha deciso: il Micone cambierà pelle. Anche se non sarà la muta ipotizzata in un primo tempo. Per le ipotesi dell?ultima ora, a tempi brevi, dall?ospedale di mezza costa spariranno soltanto i 10 posti letto di cardiologia e gli 8 di Utic (unità di terapia intensiva coronorica) destinati a Voltri. Ieri mattina nei reparti dell’llva, stabilimento più o meno a metà strada tra il padre Antero Micone e il Villa Scassi di Sampierdarena, circolava un ciclostilato della Rsu a sostegno della petizione promossa per l’ospedale dalla Croce Verde sestrese. ?Quell’ospedale è di tutti: non ce lo possono chiudere solo perché da qualche parte bisogna pur risparmiare?. Di mezzo ci sono i lavoratori, ma anche le loro famiglie: ?Molti noi abitano qui in zona e l’idea di avere un pronto soccorso a mezzo servizio, che chiude durante la notte, non ci piace -prosegue Barbi- Chi lo ha pensato non sa che si può, stare male anche di notte?. I1 pronto soccorso è in cima alla lista: le voci che hanno creato turbolenze a Sestri sostenevano che dovesse restare aperto solo durante il giorno. ?Il nostro è un pronto SOCCOTSO prestigioso e per noi operai di Ilva e Fincantieri è indispensabile ? attacca Armando Palombo della Fiom-Cgil – Sappiamo benissimo che soprattutto sugli infortuni di lavoro è il primo intervento quello che conta e al Micone abbiamo sempre ricevuto le risposte necessarie?. Dall’Ilva partono bordate politicamente pesanti: verso la giunta regionale che sta studiando la riorganizzazione del sistema ospedaliero e
verso i sindacati confederali: «Mi piacerebbe sapere perché stanno zitti» conclude Palombo.
Se all’Ilva giravano i fogli per la raccolta firme, alla Fincantieri (850 dipendenti diretti e 2000 operai delle
ditte subappaltatrici) ieri si calcolava l’incidenza degli infortuni sul lavoro: «Per i dati ufficiali c’è un mese di infortunio ogni 500 lavoratori ? spiega Bruno Manganaro della segreteria Fiom Cgil di Genova – è per questo che
il consiglio di fabbrica lotterà per mantenere aperto l?ospedale di Sestri.
L’assessore alla Salute Claudio Montaldo, che in queste ore sta lavorando alla fase 2 del piano di riorganizzazione
della rete ospedaliera (250 posti letto in meno in tutta la Regione), fa leva sui dati (pubblicati nella tabella)
in mano alla Regione. ?A Sestri lavoriamo per dare una risposta ai casi di bassa complessità perché già oggi
quelli più complessi vengono indirizzati altrove. La riorganizzazione che stiamo studiando si sviluppa in un ambito di 10 chilometri dove sono presenti
due punti di emergenza?.
Attualmente il Padre Antero Micone è composto da cardiologia (10 posti letto), medicina generale; (26),
neurologia (25), oculistica e otorino (12 + 12). psichiatria (21) e utic (8). A fine gennaio la chirurgia è stata trasferita al San Carlo di Voltri. Nei prossimi mesi dovrebbero seguirla anche cardiologia e Utic, nel giro di almeno un anno anche neurologia. Mentre, al contrario delle voci iniziali, non dovrebbero essere spostate né otorino néoculistica, la prima con una percentuale di occupazione del 121% e la seconda vicina al1’80%. Faranno parte del grande dipartimento di chirurgia in day surgery multidisciplinare (un giorno solo di ricovero) immaginato dalla Regione.
ALESSANDRA COSTANTE

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