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Archivio Febbraio 2007

Genova: incontro con Omri Evron al Circolo Prc di Marassi

28 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Venerdì 2 marzo alle 18,30
Circolo Prc Bianchini
P.zza Romagnosi 2/canc
Genova Marassi

Incontro con
OMRI EVRON

Omri è un refusnik diciannovenne, di Tel Aviv.
L’anno scorso ha vissuto 14 giorni di isolamento
in un carcere militare per essersi rifiutato di indossare
la divisa dell’esercito israeliano, in polemica con l’Occupazione dei
Territori
e l’oppressione esercitata dall’esercito israeliano sul popolo palestinese.
E’ in Italia per un tour che toccherà tutte le principali città italiane.

Introduce
Marco Veruggio
Comitato Politico Nazionale Prc-Se

Seguirà cena sociale

Per informazioni tel 3337914004

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(Corsera) Vendola: Casini è il benvenuto

28 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Lo stesso Sansonetti oggi su Liberazione è costretto a prendere le distanze da questa intervista che dà una misura dello stato di avanzamento della crisi di Rifondazione Comunista. E’ evidente come orami l’unico obiettivo sia il governo.

Il governatore del Prc
Vendola: Casini è benvenuto
I Dico possono attendere

ROMA ? «In questi giorni mi sento come alla scomparsa di una persona preziosa: solo quando viene a mancare ti accorgi di quante virtù avesse…». La persona preziosa, per fortuna vivente o almeno risorgente, è Romano Prodi. Lui è Nichi Vendola, presidente della Puglia, unico amministratore importante espresso dalla sinistra radicale. Che paradossalmente esce indebolita da una crisi innescata da richieste e proteste scaturite dal proprio alveo: i 12 punti su cui Prodi chiede oggi la fiducia segnano una torsione verso il centro; dei Dico non si parla più; e se nell’immediato si stringe a sostegno del governo, Bertinotti fa capire che in futuro ne potrebbe uscire. Una prospettiva che Vendola dice di condividere «in via metodologica e astratta, ma che non è certo all’ordine del giorno. Anzi».

«La questione del governo non riguarda solo la sinistra riformista, che rischia di farne una finalità ossessiva; riguarda anche noi, che rischiamo di amplificare le domande senza cercare le risposte. Ma il governo non deve diventare un feticcio, un idolo da adorare o da abbattere. Questo è per noi un passaggio particolarmente delicato: siamo condannati a governare, senza divenire subalterni a un governismo senza profilo. Come si fa? La ricetta non è il potere di interdizione, non sono i veti dei piccoli partiti, come si usava nella prima Repubblica e si usa nella seconda. Non credo alla prospettiva di governare guardando solo le dinamiche di Palazzo; ma con i dati oggettivi del Palazzo si devono fare i conti. L’estrema risicatezza dei numeri al Senato rende necessaria un’iniziativa politica che aiuti il governo». Per questo l’arrivo di Follini gli pare un’ottima notizia, anzi, «si è sbagliato a non tentare subito di coinvolgerlo. Una personalità di raffinata cultura democratica come la sua non poteva restare a lungo nel centrodestra». Ma, se Diliberto distingue tra l’arrivo di Follini e quello di un intero partito ? l’Udc ? che gli pare una iattura, Vendola fa un ragionamento diverso.

«Dobbiamo essere consapevoli che nel centrodestra si è aperta una frattura. La leadership berlusconiana è in crisi; e l’Udc è stata la prima forza a denunciare questa crisi. La nostra coalizione resta alternativa al centrodestra, ma dobbiamo coglierne i punti di frattura. Dialogare. Interloquire, per costruire anticorpi civili e culturali e forme più avanzate di convivenza. C’è bisogno di offrire governabilità al Paese. E lo si può fare innalzando il livello della discussione pubblica. Siamo d’accordo o no che la politica estera di Prodi e D’Alema è in sintonia con quanto di nuovo accade nel mondo, il Congresso che si ribella a Bush, Blair che ritira le truppe dall’Iraq? Vogliamo superare la rappresentazione della guerra civile simulata? La vogliamo cambiare o no la legge elettorale?». Vendola vorrebbe la stessa legge di Casini: il sistema tedesco. Che porterebbe a un superamento del bipolarismo e alla nascita di diversi blocchi: la destra, il centro cattolico, il partito democratico, la sinistra radicale. A chiedergli se il centrosinistra attuale potrà aprirsi all’Udc, Vendola risponde che «per il momento è l’Udc a chiamarsi fuori. Ma credo che presto possa determinarsi un’implosione di quello che oggi chiamiamo centrodestra. E con i settori del centrodestra che sono espressione di cultura democratica non possiamo perdere le comunicazioni. Ha ragione Follini, la mediazione non si fa per tenere insieme una coalizione da De Gregorio a Turigliatto; si fa sulle questioni reali, sui corpi e sui luoghi dell’Italia di oggi. Trovare un punto di equilibrio tra culture diverse non è un’attività ignobile; è la politica».

I 12 punti di Prodi non gli sembrano la paventata svolta centrista. «Sono una sintesi di priorità. Non sono né una smentita né un ribaltamento del programma dell’Unione. Consentono di uscire fuori da una navigazione a vista e di riprendere in mano la bussola e il timone». Mancano i Dico, ma Vendola non se ne scandalizza, anzi considera un errore averli affidati a un disegno di legge governativo: «Sulle questioni eticamente sensibili meglio scegliere il canale parlamentare, piuttosto che quello del governo. Così si è iperpoliticizzata la questione dei Dico, e la si è ricondotta allo scontro tra maggioranza e opposizione, rendendo più difficile entrare nel merito». Né la sinistra deve aver paura della Chiesa: «Se ci sono tentazioni neoclericali, bisogna evitare di replicare con tentazioni iperlaiciste, come se si fosse tutti chiamati a raccolta attorno al simulacro della breccia di Porta Pia». Vendola non vede una frattura con i movimenti pacifisti e no global.

«Il rapporto tra politica e società deve valere per tutti: per il governo, perché è nella ragione sociale di un governo di centrosinistra non perdere i contatti con i movimenti; e per i partiti, che non possono usare il prodigarsi della cittadinanza attiva come un supplemento di potere di veto, di interdizione». Sarebbe sbagliato e abusivo usare la piazza per fare pressione sul governo, «per aumentare il nostro potere contrattuale dentro il Palazzo; ma so che non è questa l’idea del mio amico di giovinezza Franco Giordano». Lei però sarebbe andato a Vicenza? «Trovo le ragioni della manifestazione molto fondate; ma non sovrappongo la mia parzialità politica al senso di quella manifestazione, non la piego a ragioni di bottega. Il governo fa bene a tenerne conto: nel discorso di D’Alema al Senato c’era un’apertura significativa. E’ importante che il Palazzo sia permeabile alla società, ma è importante che la politica mantenga l’obbligo di individuare una sintesi, di scegliere. Tutti siamo chiamati, anche noi, a ridefinire la sinistra. La logica del tanto peggio tanto meglio sarebbe una catastrofe». E se i duri e puri si preparassero a scindere Rifondazione? «La vera scissione che temo è con la società, con i sentimenti della nostra gente, che ci chiede di reggere la prova del governo».
Aldo Cazzullo
27 febbraio 2007

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Bloccato un film sui portualii genovesi?

28 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Minacce “preventive” per bloccare la presentazione pubblica
di un film sul lavoro portuale a Genova

di Pietro Orsatti

Per un anno ho lavorato alla realizzazione di un documentario sulla realtà del lavoro del porto di Genova, “De Mä, trasformazione o declino”. Fin dall’inizio non ho voluto seguire la via tradizionale dell’inchiesta giornalistica patinata, con un pastone di dichiarazioni dei vari soggetti istituzionali, imprenditoriali e sindacali; ho voluto invece immergermi nelle storie dei lavoratori, raccogliendo racconti e immagini di lavoro e di vita, dando voce a chi spesso non ne ha. E molti lavoratori in questa lenta costruzione narrativa mi hanno accompagnato, offrendo il proprio volto e la propria esperienza personale con generosità, a volte con dolore e altre con allegria. Quello che è uscito fuori da questo lungo anno di lavoro ha confermato la sensazione che fin dalla prima bozza di stesura del documentario: non solo la stagione eroica dei camalli genovesi, dell’élite della classe operaia, era tramontata, ma che la trasformazione verificatasi a Genova negli ultimi 10 anni ha consentito il formarsi di un intreccio incredibile e pericoloso di precarietà, assenza di diritti, discriminazioni, degenerazioni politiche ed economiche, mancanza di sicurezza sul lavoro.
Tutto questo a fronte di una crisi, confermatasi ormai da sei anni almeno, dell’intero settore della portualità italiana che non riesce a reggere minimamente il confronto con i porti francesi e spagnoli. I dati parlano chiaro: 24 morti in porto in cinque anni; nell’ambito della Compagnia Unica (la mitica compagnia dei dockers genovesi) centinaia di incidenti all’anno su circa mille lavoratori; cattiva gestione del sistema portuale; autoproduzione (caso unico in tutta Europa) da parte dei terminalisti e armatori privati; cottimo; precarietà diffusa; mancata applicazione della legge 84/94 che prevede il contratto nazionale del lavoro portuale e l’istituto del mancato avviamento. Questi dati hanno trovato completa conferma nelle voci delle decine delle persone intervistate e delle immagini filmate durante la lavorazione.
Chiaramente mi aspettavo critiche, anche polemiche feroci: sono consapevole che in ogni caso il film ha per la prima volta svelato interamente un mondo assolutamente sconosciuto se non al ristretto ambito degli addetti ai lavori. Per questa ragione stavo cercando di organizzare una presentazione pubblica, invitando autorevoli interlocutori per aprire un dibattito aperto sull’iniziativa, e contemporaneamente stavo realizzando da alcune settimane piccole proiezioni private per calibrare al meglio il lavoro e ne ho messo parte (una versione completa a bassa risoluzione) su un indirizzo internet per raccogliere opinioni e contributi.
Ma non sono arrivati commenti o critiche, anzi. Quelle che sono arrivate sono state minacce e intimidazioni, sia verbali che scritte sui muri, ai lavoratori che avevano raccontato davanti alla telecamera la propria esperienza umana e lavorativa. Minacce chiare tese a far spaventare questi lavoratori, in particolare i giovani più esposti, per costringerli a fare un passo indietro, a “farsi togliere” dal film. La cosa più grave è che queste minacce sono state fatte sul posto di lavoro da altri lavoratori, e che le scritte sono comparse proprio nei locali della Compagnia Unica, addirittura una è stata anche posta nello spazio della bacheca ufficiale alla Chiamata, praticamente nel luogo più conosciuto e frequentato di questa sorta di “tempio” della classe operaia genovese. Scritte non generiche, ma con insulti e minacce e con il nome del destinatario in bella evidenza. Nomi di lavoratori, persone che hanno raccontato liberamente la propria condizione di lavoratori.
Una campagna assurda e vigliacca, una sorta di guerra preventiva e, questo il paradosso, ancor prima che venisse reso pubblico e presentato l’intero film.
Per questa ragione ho dovuto bloccare temporaneamente la presentazione di questa versione del film e sono tornato in montaggio: sto sostituendo le sequenze di quei lavoratori che, spaventati, si sono tirati indietro. Non li biasimo, anzi, fin dall’inizio ho sempre dichiarato a tutti che ero disponibile a ogni modifica funzionale alla loro tutela. Altri lavoratori, invece, hanno accettato di continuare, non vogliono retrocedere nonostante le gravissime pressione ricevute negli ultimi giorni.
Avevamo previsto la presentazione del film il 16 di marzo a Genova. In ogni modo cercheremo di mantenere l’impegno: lo dobbiamo soprattutto a quelle tante persone che hanno offerto il proprio volto e la propria voce all’obiettivo di una telecamera, e lo dobbiamo a tutti quei lavoratori che ogni giorno, in ogni ora del giorno della notte, in tuta e guanti rischiano la vita in porto, fra container e fasci di tubi di acciaio, pilastri di cemento e mezzi pesanti, gru e montagne di carbone e caolino. “Sono diventati come soldati per lavorare – mi ha raccontato un vecchio sindacalista che la trasformazione del porto l’ha vissuta tutta sulla propria pelle – vivono come bestie e si fanno male come bestie”. Anche e soprattutto per loro è stato girato questo film.

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I Cobas sui diktat di Epifani

27 Febbraio 2007 Commenti chiusi

Epifani: vietato scioperare e manifestare con i Cobas

Che la Cgil non fosse “un sindacato antagonista” lo sapevamo da decenni. E sapevamo anche, fin dalla loro nascita, che invece i Cobas lo sono. Ma sentirselo dire platealmente da Epifani, segretario del sindacato concertativo e “non antagonista” più grande d’Europa, fa comunque un certo effetto. Nel suo discorso a Mestre, il segretario generale Cgil ha affermato che l’obiettivo della sua organizzazione “è fare accordi, non fare antagonismo”. Peccato che non abbia aggiunto come questi accordi, almeno nell’ultimo ventennio, siano stati tutti “a perdere” per i lavoratori/trici: i quali infatti hanno ora livelli salariali e garanzie del lavoro nettamente peggiori che negli anni ’60 e ’70, visto che la Cgil, insieme a Cisl e Uil, più che fare accordi, in questi anni ha semplicemente sottoscritto quello che i padroni privati e pubblici hanno voluto. Ma fin qui, appunto, siamo nel già noto. La vera e gravissima novità è il divieto per ogni iscritto/a della Cgil, d’ora in poi, a manifestare o scioperare con i Cobas, “che fanno dell’antagonismo la propria bandiera”. Questo è davvero inaudito: mai un sindacato “di sinistra” dell’Europa occidentale (ad Est il problema non si è posto perchè c’era il sindacato unico di Stato) aveva osato avanzare un simile diktat repressivo. Dunque, la Cgil, non contenta di esercitare con Cisl e Uil l’assoluto monopolio dei diritti sindacali, di aver imposto provvedimenti liberticidi per togliere ogni spazio di azione ai Cobas e ad altri sindacati, di aver scippato ai Cobas persino il diritto di assemblea, oggi impone ai suoi anche l’apartheid sindacale e politico. Speriamo che tanti lavoratori/trici prendano alla lettera Epifani, scioperino e manifestino con i Cobas e, anticipando l’espulsione, se ne vadano dalla Cgil, lasciandolo a concertare con i padroni e il governo “amico”.

Confederazione Cobas

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Crisi di governo e riallineamento sistemico

27 Febbraio 2007 Commenti chiusi


di Franco Astengo

In questo momento non siamo in grado di prevedere l’esito della campagna acquisti in corso al Senato della Repubblica (degna dei bei tempi del mitico ?Gallia?: l’albergo milanese dove, negli anni’60, si contrattavano i passaggi di società dei calciatori) per reperire una qualsiasi maggioranza favorevole al governo Prodi: possiamo, però, provare a sviluppare una analisi più approfondita, e un poco controcorrente, rispetto a quelle circolanti sui giornali e nei comunicati delle direzioni dei partiti.
Con buona pace dei ?senatori dissidenti?, dei leader movimentisti, dei sommovimenti interni alla sinistra critica, non è la loro la responsabilità della crisi; così come non è dei senatori a vita che hanno abbandonato il governo, dei transfughi alla De Gregorio, o degli oscillanti alla Pallaro.
Egualmente: gli oggetti del contendere non sono i DICO-PACS, la base di Vicenza, la missione in Afghanistan o quant’altro. Tanto meno i 12 punti del cosiddetto ?Bignami? del muovo programma di governo.
In realtà è in corso da tempo un processo di ?riallineamento sistemico? del quadro politico italiano, che prende le mosse dalle modificazioni nel rapporto economia/ politica a partire dalla metà degli anni ’90, dal prevalere del concetto di governabilità su quello di rappresentanza (con quello che ciò ha comportato in materia di meccanismi elettorali e di funzionamento delle istituzioni): soprattutto, come ci è capitato di far notare in altre occasioni, si è profondamente modificato il rapporto tra struttura e sovrastruttura, portando l’insieme dell’attività politica ad essere ? sostanzialmente ? un’industria (ricordate le polemiche sul partito ? azienda? Ebbene questo processo si è, più o meno, completato) e, di conseguenza, la logica nella gestione del potere ha assunto i tratti caratteristici dei, per così dire, ?consigli d’amministrazione? e non certo di quelli tradizionali derivanti dalle assemblee elettive (in questo senso impallidiscono, o meglio risultano proprio di altra natura, termini aborriti: quali partitocrazia e consociativismo; vocaboli ormai scomparsi dal lessico abituale in uso alla scienza politica, dopo aver dominato la scena per qualche decennio).
Attorno a questi elementi di fondo è avvenuto l’adeguamento dei partiti di sinistra allo stato di cose correnti e, dunque, tutte le loro mosse non avvengono per opportunismo o, ancor peggio, per ?tradimento del popolo?, ma in un ossequio ad una logica assunta da tempo, introiettata, metabolizzata culturalmente e già alla prova da tempo, almeno dall’adeguamento compiuto da Rifondazione Comunista alle logiche del maggioritario (poi ci furono scarti, impennate, bizze, anche per tenere assieme il più possibile anime diverse: ma la strada era stata tracciata).
Torniamo, quindi, alla crisi di governo e al ?riallineamento sistemico?: la vera posta in gioco, l’effettivo elemento che segnerà un punto di svolta, sarà la formazione del Partito Democratico e gli equilibri che si produrranno al suo interno.
Badate bene: questi equilibri e la lotta in corso sono finalizzati alla costruzione di un centro di potere nella logica della ?politica/struttura?, quindi si tratta del controllo di banche, della gestione dei grandi servizi pubblici (in una logica di privatizzazioni di stile ex-sovietico), di relazioni privilegiate con le grandi lobbies.
Ciò che si determinerà a quel livello poi assesterà tutto il resto: la Sinistra Europea, aggregando l’attuale opposizione nei DS e Rifondazione, parteciperà marginalmente a questo tipo di discorso, ricavandone vantaggi elettorali (che serviranno alla logica del ?partito ? azienda ? ricordiamolo sempre), senza preoccuparsi minimamente dei contenuti (anche perché, appunto, quelli che possono apparire come importanti contenuti programmatici, risultano del tutto ininfluenti attorno ai grandi nodi del contendere).
Nel centro ? destra è in atto un processo analogo: paradossalmente con la progressiva marginalizzazione di Berlusconi (ricco di suo, inventore del ?partito ? azienda?, ma adesso più utile al centro ? sinistra come spaventapasseri da presentare come bersaglio ai propri elettori, che alla propria parte politica) e le mosse di UDC e AN, che fra l’altro presentano ? nelle loro logiche sostanziali ? sempre più forti affinità con la Margherita e con parti dei DS (qui, dunque, la formazione del PD conterà anche sul piano degli equilibri politici).
In ultimo il tema della legge elettorale: nella situazione che ho cercato di presentare pare proprio che, al di là delle resistenze verbali, il bipolarismo non regge e non reggerà, non è più utile. Quindi, la previsione più probabile è quella di una svolta in ?senso tedesco?.
Detto questo: che fare a sinistra?
Una questione deve essere chiara: il movimentismo non serve, non può essere il modello. Ci saranno momenti efficaci di dimostrazione in campo aperto, ma lo schema dei movimenti che premono sulla rappresentanza non è efficace; meno che mai quello che i movimenti si rapportano a partiti (e di conseguenza governi) ?amici?.
Abbiamo individuato un preciso oggetto del contendere: quello di una idea della politica che torni ?sovrastruttura?; o meglio di una soggettività politica che riprenda il marxismo, ne verifichi le contraddizioni, le adegui all’oggi, senza attardarsi nelle disamine relative agli errori del ’900 (soprattutto quelli legati ai tentativi di inveramento statuale).
Attorno a questo elemento servirebbe un forte impegno che potrebbe venire da più versanti soprattutto sul piano della ricerca teorica: contemporaneamente però si aprono spazi sul terreno di una ?contropolitica? immediata che proponga una opposizione di merito, per la quale esistono condizioni sicuramente importanti nella situazione attuale.
Servono, per perseguire entrambi gli obiettivi, soggettività adeguate: ebbene, questo è il punto sul quale avviare una ricerca concreta, di raccolta di forze che appare quanto mai urgente.

Savona, li 25 Febbraio 2007

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E. Quadrelli su operai, ultras e terrorismo

26 Febbraio 2007 Commenti chiusi

Pubblichiamo volentieri queste brevi ma interessanti riflessioni che Emilio ci ha inviato.

Nelle giornate immediatamente successive all?operazione dei magistrati milanesi contro una quindicina di operai accusati di appartenere alle nuove Brigate Rosse, molti dei quali iscritti alla CGIL, numerose trasmissioni televisive hanno puntato i riflettori sul maggiore Sindacato dei lavoratori che, un po? da tutti, è stato posto con le spalle al muro con un accanimento a dir poco sospetto. Tanto che, anche uno spettatore non troppo smaliziato, ha finito con il coltivare il dubbio che l?obiettivo politico reale dell?operazione giudiziaria fosse proprio quest?ultimo. Un?ipotesi neppure troppo fantasiosa se il Sindacato, o ciò che ne resta, sembra essere l?ultimo impaccio e impiccio, socialmente legittimato, alla piena realizzazione delle politiche riformiste e/o neoliberiste sul piano interno e all?adesione entusiasta a tutte le ?missioni di pace? a dominanza yankee sul piano internazionale.
In quel clima d?assedio, gran parte dei sindacalisti chiamati in causa ha risposto offrendo risposte a dir poco convenzionali, ovvie e ampiamente scontate con l?eccezione di uno che, con buona dose d?acume, ha cercato di spostare l?attenzione su un clima sociale a dir poco disastroso e assumendo i ?fatti di Catania? come paradigma non improbabile del nostro futuro prossimo. Un ragionamento subito zittito dai presenti, sia di destra sia di sinistra, il quale, con ogni probabilità, conteneva però ben più che un grano di verità.
Forse è pensabile che, l?ipotesi guerrigliera delle nuove Brigate Rosse, non trovi troppe sponde tra la gioventù operaia e proletaria ma la stessa cosa non può dirsi per fatti come quelli recentemente accaduti a Catania. Per capirlo, in realtà, non occorre neppure troppo acume o uno sguardo sociologico particolarmente allenato, ma è sufficiente avere una certa frequentazione delle periferie metropolitane.
Venerdì 2 febbraio, a Genova, mentre a Catania gli scontri erano ancora in corso, per chiunque si mostrava facile osservare il ?tifo? che, quote non risibili di gioventù operaia e proletaria, stavano mettendo in scena in solidarietà con i loro coetanei siciliani. Fatto inoltre non trascurabile, il ?tifo? ha finito ben presto con il contaminare anche coloro che, abitualmente, non riservano troppe attenzioni al calcio. Più prosaicamente, i ragazzi di Catania si stavano scontrando, e a quanto pare con un certo successo, con la polizia e questo, a molti, sembrava essere sufficiente per stabilire da quale parte stare. Cori e brindisi hanno così finito con il contaminare i più.
Il lunedì successivo, alla ripresa del campionato, gli ?esempi? forniti dai Boys della Roma e i fischi lanciati della curva granata durante i minuti di silenzio per onorare la memoria dell?ispettore Raciti, sono diventati in breve oggetto di discussione da parte di molti. Un dibattito facilmente udibile nei bar, nelle strade, nelle piazzette dei quartieri periferici, o in alcune zone non bonificate del centro storico che, sembra quasi superfluo ricordarlo, mostrava non pochi apprezzamenti verso le iniziative dei Boys e dei Granata.
Una serie di comportamenti che, se non sono di buon auspicio per i teorici della ?lotta armata per il comunismo?, ancor meno lo sono per le donne e gli uomini del Palazzo che, nei confronti di mondi sociali non secondari, mostrano una conoscenza e sensibilità che ricorda assai da vicino quella manifestata dall?ultima regina di Francia. Ma la stessa sinistra cosiddetta radicale non sembra passarsela meglio, per almeno un paio di motivi. Il primo, in gran parte scontato, è il ritiro ?cognitivo? della sinistra dalla periferia in quanto luogo non appetibile per un?attività politica che mira sostanzialmente a essere riconosciuta dal Palazzo o, come avrebbero detto i Nomadi da: ?Una politica che è solo far carriera?. Il secondo aspetto è forse più interessante, meno noto e richiama alla mente le giornate drammatiche del luglio 2001. Non pochi tifosi, infatti, rimproverano ai militanti della sinistra l?averli lasciati soli a fronteggiare la polizia nelle fatidiche giornate del 20 e del 21 luglio 2001 ma non solo. Se l?abbandono del campo è considerato da alcuni un atto grave di codardia, non aver difeso sul piano pubblico (giuridico e politico) il ?diritto di resistenza? messo principalmente in atto da queste quote di gioventù proletaria, della quale Carlo Giuliani ne rappresenta una buona sintesi, è stato percepito da tutti come un vero e proprio tradimento. Non stupisce pertanto che, a Genova, tutta quella quota di proletariato giovanile abbia repentinamente optato per scelte esistenziali lontano dalla politica o, anche se fortunatamente solo in minima parte, indirizzando le loro simpatie verso la ?destra radicale?.
Ci troviamo sempre più di fronte a una gioventù operaia e proletaria ?incazzata?, anche se sostanzialmente politicamente acefala, ma pur sempre pronta a ?incendiare la prateria? portandosi dentro una serie di contraddizioni al limite della schizofrenia. Sempre rimanendo a Genova, lo stesso giovane operaio che, in fabbrica o sul posto di lavoro, si scontra con i capi e i guardiani, mettendo in atto pratiche di resistenza come il pestaggio dei vigilantes o il danneggiamento dell?auto del capetto, all?esterno è capace di partecipare a una manifestazione anti-Moschea organizzata dalla Lega nord con relativa ronda anti-immigrati così come, al contempo, è lo stesso che tiene in scacco la città e la polizia, in seguito alla sentenza che spedisce il Genoa in serie C.
L?intreccio di questi temi meriterebbe un?indagine di ben altro spessore tuttavia, sulla base del poco che conosciamo è per lo meno legittimo affermare che, le nostre società, sembrano ben lontane dall?essersi lasciate alle spalle il conflitto ma, al contrario, hanno creato le condizioni ideali perché, in un qualunque momento e per qualsiasi motivo, le periferie metropolitane prendano fuoco. Nel Sindacato almeno uno sembra averlo intuito. Non a caso è stato immediatamente zittito.inviato.

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(Mercantile) Rifondazione Comunista, rabbia ad alta tensione

26 Febbraio 2007 Commenti chiusi

Preoccupazione fra gli iscritti riuniti alla Bianchini, ?Siamo con le spalle al muro?
Pastorino: ?Il dibattito su Turigliatto è chiuso?.
Veruggio: ?Si vuole azzerare il dissenso?
Nesci: ?No a soluzioni sanzionatorie?
Lo spettro della scissione

?Adesso questo partito è più di prima con le spalle al muro e dobbiamo ingoiare?. A fotografare il dramma è il consigliere regionale Marco Nesci. Nella sezione Bianchini di piazza Romagnosi, in Valbisagno, ieri pomeriggio, in un clima tesissimo, si consuma, infatti, un altro atto del dramma che Rifondazione comunista sta vivendo da meroledì pomeriggio, da quando il non voto del senatore Franco Turigliatto sulla politica estera ha contribuito a far cadere il governo Prodi. Dramma che riguarda l?identità e il futuro del partito e su cui aleggia anche lo spettro di una nuova ?scissione?. Alla riunione straordinari dell’attivo degli iscritti arrivano amministratori locali, dirigenti del partito, la senatrice Haidi Giuliani e semplici iscritti. ?Quello che è accaduto è paradossale perché, anche se a far cadere il Governo Prodi è stata una ?congiura di palazzo?, sembra esserci, invece, una responsabilità del nostro partito? afferma il segretario provinciale Bruno Pastorino, nella relazione introduttiva. ?Il punto – sottolinea – è che, con il non voto di Turigliatto e Rossi (ex Pdci), la maggioranza non si è dimostrata compatta e i senatori a vita si sono sentiti più liberi?. La discussione su Turigliatto, però, dice Pastorino ?è chiusa dopo che la direzione nazionale del partito lo ha deferito al collegio di garanzia. Adesso il giudizio di ciascuno di noi è sospeso e, quindi, basta con le dichiarazioni pubbliche sia di censura che di sostegno?. Pastorino ribadisce poi le critiche al capogruppo di Rc in Rovincia, Aurelio Macciò (già invitato a dimettersi) per le sue dichiarazioni pro Turigliatto esponente, come Macciò, della componente Sinistra Critica, e chiede se anche a Genova c?è chi condivide la posizione di Salvatore Cannavö, il quale ha annunciato che considererebbe valide anche per sé eventuali sanzioni verso Turigliatto. Il che significa che un?eventuale espulsione di Turigliatto potrebbe portare altri fuori da Rc.
«Se si evoca la scissione si compie un?altra rottura e il dibattito fra noi fatica a partire? osserva Pastorino. Messaggio ribaltato da chi gli risponde che forse qualcuno nel partito vorrebbe mandare via qualcun altro.Ma Turigliatto ha sbagliato spiega Pastorino ?perché questa volta il partito aveva chiesto di votare sì e nelle assemblee elettive si rispetta il vincolo di mandato?. II segretario però, non si nasconde, però, che ?i 12 punti di Prodi hanno peggiorato il programma ma ? insiste – dobbiamo difendere il governo Prodi, perché è comunque il più avanzato possibile, come ci dicono associazioni di massa e movimenti. Dubito. però, che questi vicenda non abbia effetti per noi alle amministrative. e dobbiamo impegnarci per ridurre al minimo le conseguenze?. Nesci concorda ma avverte: ?adesso dobbiamo evitare soluzioni sanzionatorie.
Spero che la discussione resti sul piano politico e credo che avremmo dovuto fare di più per respingere gli attacchi a Rifondazione, che non è responsabile della caduta del governo Prodi?.
Franco Ferrara e lapidario: ?Dopo questa vicenda nulla potrà essere più come prima, non possiamo apparire come un?armata Brancaleone, un partito che non ha una linea politica e le linee politiche si decidono nei congressi». Marco Veruggio, portavoce nazionale di ControCorrente sinistra di Rc, capovolge la prospettiva: ?C?è una distanza siderale tra il nostro dibattito e la maggioranza della nostra gente che dice che la crisi era inevitabile per le politiche del Governo. Noi ? afferma – giochiamo a cercare il colpevole legittimando una campagna contro il nostro partito. Si mira ad azzerare il dissenso. Chi ha dato a Giordano il mandato per sottoscrivere i 12 punti di Prodi? Noi rischiamo di mantenere falce e martello nel simbolo ma di sparire dove falce e martello esistono nella socetà. Più d?uno applaude. Altri ?mugugnano?. Oggi volantinaggio in piazza. Per provare a spiegare.
[a.c.]

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Poste Italiane: la privatizzazione colpisce i lavoratori

26 Febbraio 2007 Commenti chiusi


Riproduciamo il contributo inviatoci da Patrizia Granchelli, segretaria del Circolo Prc dei Lavoratori delle Poste Italiane di Milano, contributo presentato qualche settimana fa nel corso di un convegno svoltosi a Jesolo.

Il contributo del circolo PT di Milano a questo convegno vuole affrontare alcune delle problematiche che a nostro avviso necessitano di una risposta politica seria, credibile e forte.

Non vogliamo soffermarci, oggi, sull?analisi dettagliata del processo di privatizzazione delle Poste, perché, diamo per assunto da parte del nostro Partito, che essa è rientrata nel quadro generale all?attacco allo stato sociale e al costo del lavoro.
Diamo per assunto che tale privatizzazione si è collocata a pieno titolo nella destrutturazione dei diritti dei lavoratori e della modifica delle leggi in materia di lavoro.

La privatizzazione di Poste Italiane non è altro che la finanziarizzazione della più grande azienda di servizi del Paese.

Per noi lavoratori comunisti non è altro che il rapporto perenne Capitale ? Lavoro.

Piccola rassegna stampa:

Il Tempo del 3/10/2006
?Poste, l?utile cresce del 72%. Il risultato tocca quota 379 milioni.
SDA +9,6 dei ricavi?

Il Giornale del 3/10/2006
?POSTE: Profitti in crescita del 72,6 per cento?

Chiediamoci come si sono raggiunti questi risultati.
Di sicuro, come si evince dagli articoli, l?azienda sostiene che gli investimenti in innovazione, l?efficienza dei prodotti e dei servizi lanciati sul mercato hanno alimentatoli circolo virtuoso.
Noi, invece, riteniamo che tale circolo, che di virtuoso non ha proprio niente, è stato alimentato solo e soltanto dai sacrifici dei lavoratori, di quel 72% in più di ricavi, nelle tasche dei lavoratori non è andato NIENTE.
Si può quindi ben dire; POSTE ITALIANE SPA, UN?AZIENDA RISANATA TOTALMENTE DAI SACRIFICI DEI LAVORATORI.

Per noi postali la fine della fatidica terza settimana è un miraggio, e dire che periodicamente, l?amministratore delegato scrivendo a noi dipendenti (per comunicarci l?andamento positivo dell?azienda) ci chiama ?colleghi?.
Noi lavoratori saremo colleghi dei Sarmi di turno, quando il nostro salario sarà uguale al loro.

La storia della privatizzazione delle Poste è fatta di precarizzazione e di esternalizzazioni.

Per quanto riguarda il ricorso alla mano d?opera precaria l?azienda ha fatto largo uso di tutte le leggi che prevedono questo istituto, tanto che il suo ricorso da strumento straordinario è diventato ordinario, e mentre da un lato assumeva e assume lavoratori con contratto a tempo determinato,
dichiarava e dichiara esuberi.
Gli ultimi esuberi dichiarati risalgono al 22 Dicembre 2006 e ammontano a 4800 unità, mentre il 26 Gennaio 2007 comunica alle RSU l?assunzione a tempo determinato (nella sola città di Milano) di circa 600 unità.
Qualcosa non torna: o si è ?esuberanti? o si è ?carenti?.

Questione esternalizzazioni:

Poniamoci una domanda: ?chi ci ha guadagnato??
Per quella del settore pacchi, come dimostra il bilancio in attivo, di sicuro la SDA.
Non si può dire la stessa cosa per i lavoratori (appaltati e subappaltati) e tantomeno per i clienti-utenti che hanno visto un incremento delle tariffe spropositato in confronto ad un servizio che lascia al quanto desiderare.

Sulla stessa scia è la cessione-vendita dei beni delle Poste e in modo particolare la vendita degli immobili che davano alloggio ai dipendenti a fitti accessibili al proprio stipendio.
A Milano esistono centinaia di appartamenti che l?azienda mantiene vuoti, costringendo i lavoratori a sobbarcarsi spese di alloggio esorbitanti.
La stessa politica è estesa ai presìdi sociali delle casealbergo, che hanno ospitato e forse ospiteranno ancora per poco i dipendenti che, prevalentemente, dal sud sono emigrati al nord. Entro il 2009 quasi sicuramente tali realtà saranno smantellate e messe in vendita.
Per farne cosa?
Ad oggi non ci è dato saperlo.
Noi, naturalmente, alla svendita di questi presìdi sociali ci opporremo con tutti i mezzi a nostra disposizione.
Così come una della nostre battaglie dovrà essere indirizzata affinché l?azienda metta a concorso, come succedeva precedentemente, gli alloggi che risultano vuoti.
Un piccolo inciso: queste strutture furono pagate dai lavoratori che mensilmente hanno versato dalle proprie buste paga una parte del proprio stipendio ad un fondo istituito apposta.

E sempre sull?onda ?privato è bello? il 15 settembre 2006 viene firmato un accordo tra azienda e sindacati (concertativi e collaterali) che sancisce il taglio di 2250 zone di portalettere e la chiusura di 5000 uffici postali, che hanno un?unica colpa: quella di essere collocati in zone commerciali poco appetibili.
In fin dei conti, se invece di parlare di servizi, si parla di prodotti (prodotti finanziari e prodotti postali) il metro di riferimento non sono i cittadini- utenti ma i clienti e il mercato.

Si esce da questo ciclo infernale innanzitutto partendo da un punto cardine:
LA VITA E LA DIGNITA? DEI LAVORATORI NON E? NEGOZIABILE.
Non ci può essere risanamento possibile a prescindere dai diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Quindi è d?obbligo invertire marcia

Bisogna riaffermare il ruolo pubblico delle Poste, perché la comunicazione e i servizi oggi più di ieri sono una funzione fondamentale della società.

Alla barbarie del liberismo (vedi Lanzillotta e Bersani) si risponde con una politica che metta al centro del suo agire alcuni elementi fondamentali:
SALARIO, OCCUPAZIONE, DIRITTI.

LE NOSTRE PROPESTE:

1)SALARIO: Rompere con il contenimento salariale, introdurre leggi che adeguino il salario
E le pensioni al caro vita (scala mobile?) Eliminare il vincolo della produttività
(sistema premiante).
Il salario è un diritto dei lavoratori e non un premio o una gentile concessione che l?azienda elargisce.

2) OCCUPAZIONE: Abolire tutte le leggi e gli accordi che precarizzano i lavoratori (pacchetto
Treu e legge trenta). Blindare e estendere l?art. 18 statuto dei lavoratori.
Eliminare il ricorso al blocco del turn-over.

3)DIRITTI: Non si può parlare di diritti senza parlare di democrazia quindi:
a.Referendum pre-consultivo e vincolante sui contratti.
b.Reintroduzione per legge del concetto di rappresentatività ed estensione delle tutele e delle garanzie ai sindacati non firmatari di contratto.
c.I diritti acquisiti devono essere garantiti eliminando il concetto di flessibilità della condizione di lavoro (orario certo, ferie assicurate ecc.).

4)Non alla divisione del Bancoposta dal recapito. L?azienda è una e unica

Questi 4 punti per noi lavoratori comunisti delle Poste sono il punto di partenza per giudicare questo governo.

Noi, impegnati nella costruzione della Sinistra Europea, osiamo osare:
POSTE PUBBLICHE EUROPEE, DIRITTI EUROPEI, SALARI EUROPEI.

VIVA L?INTERNAZIONALISMO PROLETARIO.

Patrizia Granchelli
Segretaria circolo Poste Milano

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Ma non sarebbe meglio un’ "opposizione amica"?

25 Febbraio 2007 Commenti chiusi


di Marco Veruggio

Dopo la crisi di mercoledì scorso sulla politica estera Napoletano rinvia Prodi alle Camere per riguadagnarsi la fiducia ma ? a quanto è dato capire ? sul piano dei numeri il Presidente del Consiglio non potrà che riconfermare un Governo che rischia di andare casa alla prima epidemia di influenza. L?Unione, con questi numeri, non è in grado di assicurare un Governo, soprattutto in vista delle scelte impopolari che le vengono richieste e in piena crisi di consenso nel suo popolo. Quindi se il Governo otterrà la fiducia giovedì (cosa tutt?altro che scontata) la otterrà stipulando con Confindustria, il Vaticano, le gerarchie militari un contratto a tempo determinato. In queste condizioni reggere l?impatto di un crollo elettorale alle prossime amministrative, cioè di un?eventualità assolutamente probabile, sarebbe proibitivo. L?impressione è che l?asse Napoletano-D?Alema-Rutelli-Berlusconi stia semplicemente preparando la definitiva cancellazione di Prodi dalla scena politica italiana. L?ipotesi che il suo populismo pretesco, basandosi soltanto sui quattro milioni di voti alle primarie, potesse avere buon gioco, si scioglie come neve al sole.

Nel frattempo gli viene affidato il compito di ultimare il lavoro sporco, assestando il colpo di grazia alla sinistra e a quelle rappresentanze di classe ? Fiom in testa ? la cui resistenza rappresenta un fatto intollerabile per la borghesia italiana. Il comando capitalistico ? per utilizzare una formula un po? datata ma quanto mai rispondente alla realtà ? chiede di eliminare qualsiasi sacca di resistenza nei partiti di sinistra (di qui la richiesta di espulsione di Franco Turigliatto nel Prc e le dichiarazioni di D?Alema sulla ?sinistra che non serve?, a lui e ai suoi mandanti beninteso); nella Cgil (vedi la vergognosa campagna del Corsera contro la Fiom e le intimazioni di Epifani agli iscritti Cgil che scendano in piazza coi Cobas) e nella società (e qui è d?obbligo citare le esternazioni tardosovietiche di Napolitano mercoledì pomeriggio a Bologna sui pericoli di derive terroristiche che si anniderebbero nei movimenti).

Dico assestare il colpo di grazie perché la sinistra è già in trappola. Aveva due alternative. O far cadere il Governo da sinistra ed esporsi al massacro mediatico di cui il caso Turigliatto ha rappresentato un saggio oppure continuare a ingoiare polpette avvelenate e recidere ogni legame con la propria gente, polverizzando le basi del proprio consenso sociale. La sottoscrizione dei ?dodici punti? da parte di Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio significa che la sinistra ha scelto questa seconda strada, cioè ha deciso di staccarsi la spina. Dichiarare ? come fa oggi su La Stampa Giordano ? che i dodici punti sono semplicemente ?estrapolazioni? dal programma dell?Unione significa dire una cosa parzialmente vera dal punto di vista formale, ma vuol dire nascondere la testa sotto la sabbia dal punto di vista di una riflessione politica più generale. I dodici punti in realtà sono esplicitazioni di quanto nella stesura originaria del programma di Prodi non si era voluto dire in modo palese per riuscire a ottenere i voti della sinistra. Quindi c?è una continuità col programma dell?Unione ? è vero ? ma per chi legge la politica come un fatto non semplicemente formale c?è un salto di qualità nel mettere Prc, Pdci e Verdi con le spalle al muro e una pistola puntata contro la tempia: taglio delle pensioni e della spesa sociale in generale, mantenimento degli impegni internazionali in politica estera, alta velocità (a partire dalla Torino-Lione). Vengono colpiti scientificamente e ad uno ad uno tutti i legami di massa della sinistra di governo: la Fiom (e più indirettamente quindi la Cgil) e il sindacalismo di base, il movimento pacifista, i comitati no Tav e quelli contro la base di Vicenza. La ?dittatura democratica? (espressione non mia ma dei giornali) che Prodi reclama aggiunge un elemento di autoritarismo che rende la percezione delle differenze dal precedente governo sempre più un lavoro da sommelier.

Il problema, per Prodi e anche per la borghesia italiana, è che non tutte le organizzazioni, i movimenti e i settori sociali che in questo modo vengono colpiti sembrano disponibili a ritirarsi con la stessa docilità della sinistra istituzionale. Riaprire i cantieri in Val di Susa e andare avanti sulla base Dal Molin a Vicenza significa andare incontro a problemi di ordine pubblico che le stesse questure guardano con una certa preoccupazione. Intervenire pesantemente sulle pensioni (e di conserva su ammortizzatori sociali e mercato del lavoro) rischia di mettere in moto situazioni alla francese in cui anche la Cgil potrebbe essere costretta a rincorrere o a subire un?emorragia di iscritti verso i sindacati di base. L?uccisione di militari italiani in Afghanistan (ci siamo andati vicini due giorni fa) o in Libano potrebbe far esplodere un effetto Madrid. Questo esecutivo non ha né i numeri né l?autorevolezza per affrontare queste eventualità e non è attribuendosi più autorità che Prodi può oltrepassare l?ostacolo. Non è un caso che la campagna acquisti dell?Unione abbia avuto scarsi risultati. A parte Follini non vi sono transfughi e la ragione è abbastanza evidente: nessuno ha interesse a saltare su una barca che fa acqua da tutte le parti.

Paradossalmente per parte sua la sinistra ha la possibilità di salvarsi soltanto se l?operazione della borghesia italiana va in porto e l?area ?radicale? viene espulsa dalla maggioranza di governo. Pur uscendone con le ossa rotte in questo caso avrebbe la possibilità di non azzerare completamente i suoi legami di massa e di provare a recuperare (ma non è semplice) quelli già persi. In ogni caso è necessario che parta al più presto un?iniziativa rivolta a tutte le aree e i soggetti critici presenti dentro e fuori la sinistra di governo per cercare di contrastare l?idea di fare concorrenza alla destra rincorrendola sul suo stesso terreno (e spingendo la sinistra verso l?autodistruzione), di costruire una rete di sostegno diffuso alle mobilitazioni sociali sulla base di una piattaforma semplice ma qualificata (difesa delle pensioni, no alla precarietà, alla guerra, alla devastazione ambientale e a svolte presidenzialistiche) e di creare un quadro di confronto il più ampio possibile in merito alle prospettive della sinistra in Italia e in Europa. Crollata l?illusione del governo ?amico? l?obiettivo da perseguire rimane quello di contemperare la necessità di un?opposizione amica (e sufficientemente efficace) con la possibilità di avere un governo ?non troppo nemico?. In Europa negli ultimi anni non c?è stato risultato, anche parziale, che non sia stato strappato dal versante delle lotte e dell?opposizione: da Melfi al mantenimento dell?articolo 18, dalla cancellazione del Cpe in Francia alla bocciatura della Costituzione europea in Francia e Olanda. Continuare a focalizzare tutta la nostra attenzione esclusivamente sulla questione del governo significherebbe rimuovere questo semplice dato di fatto. E preparare la strada non a un semplice ritorno del berlusconismo ma a una sua stabilizzazione.

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(finanzaonline) Prodi: ecco i miei 12 punti, prendere o lasciare

24 Febbraio 2007 1 commento


Prodi: ecco i miei 12 punti, prendere o lasciare

Finanzaonline.com

Romano Prodi stila una lista di 12 punti critici e salienti e dà un ultimatum a tutti i leader del centrosinistra, riuniti a Palazzo Chigi per trovare una soluzione alla crisi in corso: “Prendere o lasciare. Torno al Governo solo a queste condizioni. I punti sono prioritari e non negoziabili”. Ciò che ha subito stupito è che dall’elenco mancano i Dico, così come le politiche sociali, la politica del lavoro e il tema della lotta all’evasione fiscale, argomenti particolarmente sentiti soprattutto da alcuni esponenti della coalizione. Un altro punto che salta immediatamente all’occhio è che Prodi, in caso di contrasto tra esponenti della maggioranza, “ha l’autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del Governo in caso di contrasto”. Insomma, l’ultima parola spetterebbe sempre al premier. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, ha fatto sapere che dovrebbero essere state trovate le condizioni affinché il presidente del Consiglio “possa tornare alle Camere, ottenere la fiducia e uscire rapidamente dall?impasse di questi giorni”. Al tavolo delle trattative, infatti, “è stato raggiunto il pieno accordo di tutta la maggioranza del centrosinistra nel ribadire la fiducia a Romano Prodi, che avrà il sostegno leale e forte da parte di tutti i gruppi”.

Ma vediamo la lista punto per punto:

1. Politica estera: “Rispetto degli impegni internazionali e di pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan. Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all’estero”.

2. Scuola e cultura: “Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione”.

3. Infrastrutture e Tav: “Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione). Impegno sulla mobilità sostenibile”.

4. Fonti energetiche: “Programma per l’efficienza e la diversificazione delle fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e realizzazione rigassificatori”.

5. Liberalizzazioni: “Prosecuzione dell’azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell’ambito dei servizi e delle professioni”.

6. Mezzogiorno: “Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza”.

7. Riduzione della spesa pubblica: “Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)”.

8. Pensioni: “Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l’impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l’unificazione degli enti previdenziali”.

9. Politiche della famiglia: “Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l’estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido”.

10. Incompatibilità: “Rapida soluzione della incompatibilità tra incarichi, di governo e parlamentari, secondo le modalità già concordate”.

11. Portavoce: “Il portavoce del presidente (Silvio Sircana, ndr), al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell’esecutivo”.

12. Autorità del premier: “In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all’azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l’autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto”.

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