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Archivio Maggio 2007

Sinistra di governo

31 Maggio 2007 Commenti chiusi


di Franco Astengo

Alcuni compagni mi hanno chiesto di delineare una idea possibile di ?sinistra di governo? rapportata alle esigenze dell’oggi e alla profonda crisi che la sinistra ?ufficiale? sta attraversando, in Italia.
Ho aderito all’invito, pur mantenendo ferma la mia convinzione di fondo: oggi è necessaria, prima di tutto, una riaggregazione della sinistra sul versante dell’opposizione. Il sistema politico italiano è monco, manca una capacità di rivendicazione sociale e politica ?da sinistra? che è necessario urgentemente rimettere in piedi e per la quale, i dati a nostra disposizione lo indicano chiaramente, esiste uno spazio importante anche sul terreno meramente elettorale.
?Dixit et servavi anima mea?.
Seguono dunque le considerazioni sulla possibile ?sinistra di governo?.
Ci si interroga su quali possano essere, a larghe maglie, le caratteristiche di una ?sinistra di governo? adeguate alle esigenze di un pianeta in profonda trasformazione, lacerato da contraddizioni evidentissime che pongono a rischio le stesse condizioni minime di vivibilità per miliardi di donne e uomini.
In questa occasione limitiamo, però, il nostro raggio d’osservazione al ?caso Italiano?: laddove, da un anno il centro ? sinistra governa, dopo un risicata vittoria elettorale, in una condizione che sicuramente suscita, nei militanti della sinistra, perplessità e preoccupazione.
Non analizzo, anche se sarebbe necessario in una ipotesi di lavoro d’analisi politica maggiormente approfondita, le scaturigini di questo centro ? sinistra, a partire dalla tradizione storica del movimento operaio italiano, dalla sua evoluzione nella forma di grandi partiti democratici all’indomani della Resistenza cui fornirono un contributo del tutto decisivo e del varo della Costituzione Repubblicana che rimane il punto di riferimento essenziale per qualsiasi politica di rigore morale, di pace, di equità sociale si voglia portare avanti nel nostro Paese e dalla successiva trasformazione del sistema politico, avvenuta a cavallo degli anni’90, con la caduta di questi grandi partiti e la loro riduzione in soggetti ben diversi e ben lontani dal punto di vista dello spessore politico e del radicamento sociale, anche quando questi soggetti ne rivendicano storia e continuità.
Mi limito alla stretta attualità, non senza rilevare come, per poter pretendere di essere sinistra di governo, sia necessaria una analisi realistica delle condizioni vere nelle quali è avvenuta la profonda trasformazione del sistema politico cui si faceva cenno poc’anzi.
Intendiamoci bene: sono cambiate le condizioni storicamente oggettive del quadro internazionale, dell’innovazione tecnologica, del ruolo dei mezzi di comunicazione di massa all’interno di quel fenomeno che, molto sbrigativamente, si denomina come ?globalizzazione?.
Di tutto ciò va preso, realisticamente, atto: ma non bisogna assolutamente dimenticare come la sinistra debba sempre corrispondere alle esigenze sociali che tradizionalmente le appartengono in termini di solidarietà, eguaglianza, garanzie sociali.
Ci troviamo in una crisi profonda di queste istanze, nella dimensione internazionale, ed in particolare in quelli che abbiamo sempre definito ?punti alti? dello sviluppo: Francia, Inghilterra, Germania.
Questa crisi, evidente, non costituisce, però, una buona ragione per rispondere allo sfrangiamento sociale in atto con un adeguamento di tipo corporativo, come quello che sta realizzando il centrosinistra italiano sul modello del centrodestra, inseguendolo su temi delicati del vivere quotidiano: occorrono proposte forti, unificanti, visibili, provviste di una effettiva carica progettuale.
La sinistra deve saper ?trasformare?: il suo ruolo di governo non può limitarsi a modificare elementi parziali dell’esistente. La necessaria gradualità nell’azione di cambiamento deve, sempre e comunque, essere orientata all’apertura di una ?fase di transizione? verso un diverso modello di sviluppo economico e sociale, di superamento di quello capitalistico.
Il riferimento decisivo per una ?Sinistra di Governo? deve essere quello del contesto internazionale: un governo di sinistra deve nascere provvisto della forza necessaria per sviluppare una politica di pace, rifiutando qualsiasi coinvolgimento più o meno fittizio in operazione di guerra sia pure mascherate da ?missioni di pace?, disarmo, ruolo autonomo dell’Europa (lo scioglimento della NATO appare, in questo senso, un passo indispensabile), saldatura di relazioni con il Sud America ed i paesi in via di sviluppo.
Alle spalle di un governo di sinistra deve esserci la forza di un sistema politico fondato su soggetti profondamente ancorati alla realtà sociale, in grado di ?fare cultura?, promuovere iniziative e aggregazione, combattere fino in fondo i fenomeni degenerativi cui stiamo assistendo e che rischiano, ormai, di trasformarsi in fenomeni strutturali.
In questo quadro appare essenziale la centralità di ruolo delle istituzioni rappresentative e delle assemblee elettive, dai Consigli Circoscrizionali fino al Parlamento; dicendo no al presidenzialismo, no alle elezioni dirette (in ogni caso, comprese le cosiddette ?primarie?), no al sistema elettorale maggioritario.
Sistema elettorale proporzionale, monocameralismo (400 deputati), nessun sbilanciamento a favore del ruolo di governo nell’equilibrio dei poteri. La governabilità dovrà essere garantita da un leale esercizio del concetto di rappresentanza.
L’autonomia della magistratura, l’ineleggibilità per chi si trova in ?conflitto d’interessi?, la concretezza di una politica intesa come ?servizio? abolendo tutto il castello di privilegi che hanno portato alla formazione di un ceto separato che alimenta se stesso e si forma per cooptazione, rimangono i capisaldi per garantire il Paese dai pericoli di una ?questione morale? strisciante, che rischia, di inquinare ancora una volta il clima sociale, politico, culturale dell’Italia.
Sta soprattutto in questi punti appena sopraesposti ,la questione della ?sicurezza? tante volte invocata a sproposito per difendere i nostri ?fortini? e non certo nella mano libera per colpire deboli ed inermi, ed aprire vere e proprie ?cacce alle streghe? ogni qualvolta se ne presenti l’occasione: occasioni, in molti casi, create ad arte dai mezzi di comunicazione di massa che dilatano fatti ed episodi che, poi, alla prova della realtà si rivelano del tutto infondati.
Una sinistra di governo deve esaltare il ruolo pubblico in economia. Un ruolo da esercitarsi in due direzioni: quello della programmazione relativa ai grandi settori (l’Italia è, sotto questo aspetto, in ritardo su tutto o quasi) e dell’intervento diretto nel settore dei servizi e delle ?utilities? (sanità, trasporti, telecomunicazione, rifiuti, energia, ecc..).
La tassazione deve essere usata nel senso indicato dalla Costituzione, quindi per ridurre progressivamente gli squilibri economici. Serve una tassa patrimoniale permanente ed una fortissima vigilanza su tutte le operazioni finanziarie.
Va rifiutato il monetarismo, resi flessibili i vincoli europei e quelli derivanti dal ?patto di stabilità?. Serve un uso intelligente, senza demonizzazioni, del debito pubblico, operando anche in regime di ?deficit spendig? purché questo sia utilizzato per ridurre le diseguaglianze sociali e garantire livelli concreti di stato sociale universalistico.
Debbono essere varati ?piani di settore?, con la partecipazione dello Stato e degli Enti Locali, nel campo della tutela dell’ambiente e del recupero del territorio (assetto idrogeologico, ammodernamento della rete di trasporti, salvaguardia delle coste, recupero dei centri urbani).
Va fermata la speculazione edilizia, incentivata la costruzione di edilizia popolare. Deve essere ripristinato l’equo canone.
La tutela dei diritti civili deve essere garantita attraverso la salvaguardia piena del concetto di laicità dello Stato, anche abolendo il Concordato ( o i Concordati, con le diverse confessioni) e garantendo a questo modo anche il massimo di libertà nell’espressione religiosa.
Il sistema delle autonomie locali è chiamato a riflettere sulla fallimentare politica portata avanti nel corso di questi anni (a partire dalla modifica del titolo V della Costituzione), rivedendo profondamente il quadro dell’articolazione dei poteri nel pieno rispetto della centralità della Repubblica.
Il sistema pensionistico va separato, immediatamente, da quello assistenziale. Debbono essere eliminati gli squilibri, posto un tetto al massimo delle pensioni (che non sia proporzione 1 a 50 tra il massimo ed il minimo, beninteso), mantenuto il concetto di pensione di anzianità.
Rispetto al mondo del lavoro: il Governo deve operare per mantenere il contratto nazionale di lavoro per le categorie quale fulcro delle relazioni industriali. Va abolita la legge 30 sul precariato, operando per combattere efficacemente il lavoro nero e tutte le forme di grave sfruttamento che stanno avanzando in questo periodo,sia per le donne, sia per i giovani, sia per i lavoratori tutti.
Il tema del lavoro non può essere disgiunto da quello dell’integrazione dei cittadini stranieri presenti in Italia, che deve essere attuato costruendo, in collaborazione tra Stato ed Autonomie Locali, condizioni di vivibilità, di lotta allo sfruttamento, di apertura culturale, sapendo che la chiave di volta di questo processo è rappresentato dal tema del lavoro per gli adulti e della scuola per i giovani.
La multiculturalità nella scuola dell’obbligo appare, quindi, elemento essenziale nella prospettiva di adeguamento nella qualità dell’insegnamento, in Italia, alle prospettive per il futuro: per la scuola superiore occorre superare il concetto di separazione introdotto recentemente dal centrodestra, così come occorre una riforma radicale dell’Università e della Ricerca scientifica.
Un governo di sinistra, infine, può e deve nascere soltanto se è prevalente la convinzione, tra i cittadini che hanno espresso il consenso, le forze politiche che lo appoggiano, i settori sociali di riferimento, che una operazione politica complessa e delicata come quella della formazione di un governo in un paese delle dimensioni e dell’importanza dell’Italia e nel contesto europeo, che ci si muove per una nuova fase di trasformazione radicale degli equilibri: che le aspirazioni dei ceti lavoratori presenti nei punti più alti dello sviluppo capitalistico possono congiungersi con i movimenti di lotta e con le aspirazioni di giustizia, di progresso umano e civile delle masse povere e oppresse, bersagliate dalla guerra, dell’immensa area del sottosviluppo.
Occorre uscire da visioni politiciste, dalle illusioni del ?una testa, un voto? per eleggere improbabili capi esprimendo una ?partecipazione una tantum?, dall’angustie di visioni eurocentriche e corporative, o di pura propaganda.
Un governo di sinistra deve saper affermare i valori di un modo nuovo di organizzare lo Stato e la società: l’aspirazione all’eguaglianza non può essere tendenza all’uniformità e all’appiattimento, ma lotta contro le ingiustizie e le sopraffazioni, affermazione delle capacità di ciascuno, rispetto della diversità.
Un governo di sinistra deve appoggiare la necessaria rivendicazione di nuovi rapporti di produzione che non deve significare statalismo e burocratismo, ma rafforzamento della responsabilità dei singoli in un quadro di democrazia economica, di autogestione, di programmazione democratica.
Infine: la democrazia politica, che naturalmente è perseguibile ed attuabile in forme istituzionali , diverse, rimane un valore universale.
La lotta di emancipazione non solo non può essere in contraddizione con le garanzie democratiche, ma rimane il presupposto fondamentale, al di là dei colori del governo, per arricchire la democrazia politica e la libertà di ciascuno.

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Genova. Lavoratori Fincantieri occupano la Prefettura

30 Maggio 2007 Commenti chiusi


Stamane circa 300 lavoratori provenienti dai cantieri di Sestri Ponente e Riva Trigososi sono recati in corteo al palazzo della Prefettura, dove erano in corso i lavori del Consiglio regionale. La delegazione guidata dalla Fiom ha chiesto ai rappresentanti della Giunta regionale se – come ha sostenuto il Governo – la Regione Liguria avesse dato il suo assenso alla quotazione in Borsa di Fincantieri. Sull’argomento Rifondazione Comunista aveva depositato un’interrogazione chiedendo lumi in proposito. Durante alcuni momenti di tensione i lavoratori sono entrati nel cortile della Prefettura fischiando e urlando “Buffoni. Andate a lavorare!”. Il presidente Burlando era assente e in sua vece hanno risposto gli assessori all’industria Guccinelli e l’assessore al Lavoro Vesco.Presente anche il vicepresidente della giunta regionale Costa. La Giunta ha smentito di essere stata consultata dal Governo e Guccinelli ha sottolineato come il problema non sia la privatizzazione ma il iano industriale presentato da Fincantieri. Bruno Manganaro della Fiom, Marco Nesci, capogruppo Prc in consiglio regionale e Sergio Olivieri, deputato ligure del Prc intervenuto nellamanifestazione dei lavoratori hanno sostenuto al contrario che prima di discutere il piano industriale bisogna sospendere la quotazione in Borsa. Una posizione che alla fine è stata messa nero su bianco in un ordine del gionro approvato a larga maggioranza dal Consiglio regionale con la sola astensione di Forza Italia. Evidentemente il risultato elettorale dei giorni scorsi ha indotto i liberisti di sinistra a miti consigli! Giovedì prossimo a Genova un convegno nazionale organizzato dal Prc per ribadire la prorpia contrarietà alla quotazione e il 15 sciopero nazionale indetto dalla Fiom con manifestazione a Roma.

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Elezioni. Per la sinistra è l?inizio della fine?

30 Maggio 2007 Commenti chiusi


di Marco Veruggio

Le elezioni amministrative non hanno significato semplicemente l?altolà lanciato dall?elettorato di sinistra a un governo indecente. Hanno soprattutto visto materializzarsi e imporsi un vero e proprio salto di qualità nel processo degenerativo della sinistra e del suo modo di fare politica. Gli aspetti quantitativi in realtà non rendono sufficientemente conto di quanto è successo nei seggi. Perché se è vero che la sinistra e la stessa Rifondazione Comunista perdono elettori e consenso in particolare nel nord operaio possiamo dire che questo era largamente prevedibile e non rappresenta nulla di sconvolgente. Ma quel che è successo va ben oltre. I dati relativi a Genova sono emblematici, non solo perché nel capoluogo ligure si svolgeva uno dei test elettorali principali insieme a Palermo, ma anche perché Genova era stata individuata dal gruppo dirigente nazionale del Prc come il principale laboratorio sperimentale della Sinistra Europea e della ?cosa rossa? che il Presidente della Camera ha funambolicamente tirato fuori dal cilindro qualche mese fa.

In provincia di Genova sono 40 mila gli elettori che l?ultima volta avevano votato e stavolta invece hanno deciso di disertare le urne. Su circa 523mila aventi diritto hanno votato quindi 323mila, cioè il 61%. Un dato da cui andrebbe sottratta almeno una parte delle circa 65mila schede bianche e nulle che si sono contate nei seggi. A fronte di un piccolo avanzamento del Pdci (da 5176 voti e 1,77% a 6428 e 2,49%) il Prc scende da 21369 voti e 7,3% a 15600 voti e 6,04% e i Verdi passano da 6399 voti e 2,19% a 5776 e 2,24%. Un andamento analogo a quello nazionale dunque. Per quanto riguarda Rifondazione Comunista bisogna tenere in considerazione tuttavia che almeno altri 1500-2000 voti sono stati persi ma compensati dall?inserimento nelle liste di un pezzo di apparato staccatosi qualche mese prima dalla sinistra Ds (una ventina di consiglieri circoscrizionali, consiglieri comunali, un assessore comunale e uno provinciale, il presidente del Consiglio regionale e un consigliere regionale) con al seguito la propria cospicua dote elettorale. Ma sulla base delle posizioni politiche espresse da questi nuovi arrivati possiamo tranquillamente affermare che si tratta di voti persi a sinistra e recuperati a destra. Analogamente nelle liste del Pdci affluiscono gli uomini e i voti legati al parlamentare Aleandro Longhi, staccatosi dai Ds un paio di mesi prima delle consultazioni. Voti che contribuiscono dunque alla mutazione genetica delle organizzazioni verso cui migrano.

La ragione di tutto ciò l?ho toccata con mano anche per esperienza diretta. Dopo una campagna elettorale molto positiva in termini di contatti, riconoscimento politico, rapporto con settori ampi di lavoratori, il dato politico che emerge è che anche nelle situazioni in cui hai costruito negli anni un insediamento sociale, dove sei riconosciuto come un punto di riferimento politico serio e coerente anche a costo di sfidare apertamente la direzione del tuo stesso partito, tutto ciò non basta a convincere la gente ad andare a votare e a votarti. Per il semplice motivo che quella gente al momento non ritiene che la politica (meglio sarebbe dire ?questa? politica, ma di fatto i due concetti oggi si sovrappongono) rappresenti uno strumento in grado di dare risposte ai suoi problemi sociali. Il risultato negativo dei candidati di Controcorrente Sinistra Prc in queste elezioni genovesi ? aldilà dei nostri limiti politico-organizzativi ? è il prodotto di questo scenario.

L?altro aspetto significativo, strettamente collegato, è che invece la politica viene ritenuta molto utile per dare risposte ai propri problemi individuali e in questo modo una logica anche moderata e compromissoria di rappresentanza sociale tende a lasciare posto a una logica schiettamente marchettara da lobbies affaristiche e clientelari. Il fatto che tra gli esponenti politici vengano eletti col maggior numero di preferenze gli ex assessori e che invece rimangano o rischino di rimanere fuori molti anche tra quelli che socialmente rappresentano (magari anche pessimamente) qualcosa o qualcuno (tra cui a Genova un esponente di spicco di LegaCoop e del Forum del Terzo Settore) è emblematico. In altre parole la politica non ti garantisce rispetto alla privatizzazione del servizio pubblico o alla chiusura della tua azienda ma ti risponde se hai bisogno della sponsorizzazione, della corsia preferenziale, del favore (e se sei disponibile a dare qualcosa in cambio, s?intende). E tu da elettore la utilizzi per quello che la politica ti può dare. Le lobbies poi entrano nei partiti tradizionali, spesso favorite da gruppi dirigenti che le utilizzano per risolvere i propri problemi interni, e una volta dentro fanno il bello e il cattivo tempo. I partiti si trasformano in agglomerati di comitati elettorali in lotta tra di loro, su base personale piuttosto che su base politica. La ?crisi? di cui si parla tanto oggi è tutta qui. E ? a dir la verità ? non è la politica che entra in crisi (che a dire il vero sta benissimo) quanto la gente che nella politica pensava di poter trovare delle soluzioni. Un fatto su cui la sinistra dovrebbe cercare di farsi qualche esamino di coscienza. Anche perché se a questo fenomeno non si trova una credibile risposta da sinistra rischiamo di trovarci con armi e bagagli a rincorrere Travaglio o Grillo. Ormai abbiamo stomaci di ferro, ma se fosse possibile evitarselo?

C?è poi una riflessione che è legata più strettamente al dibattito interno a Rifondazione Comunista in merito alle prospettive politiche generali. Primo: nonostante quello che il Presidente della Camera oggi ci manda a dire su Liberazione per bocca di Giordano e per la penna di Ritanna Armeni, la ?cosa rossa? e l?unificazione della sinistra (almeno così come lui ce la propone) non rappresentano la medicina ma il virus. I dati che davo all?inizio dimostrano che, mentre in aritmetica 2+1 fa sempre 3, in politica a volte 2+1 fa uno e mezzo. Vale per il Partito Democratico, ma vale anche in quello che la stessa maggioranza di Rifondazione aveva indicato come un test nazionale sulla Sinistra Europea. Pertanto saggezza consiglierebbe di non perseverare. Ma non basta. La politica di ?apertura? a soggetti esterni organizzati (a fronte della rituale denuncia delle componenti organizzate dentro) fa sì che una volta spalancata la porta ci si trovi di fronte a ospiti che spesso entrano e si accomodano mettendo i piedi sul divano. A Genova su tre consiglieri eletti nelle file di Rifondazione non c?è n?è uno iscritto al Partito e lo stesso capita nelle file del Pdci. E? la nemesi storica della Bolognina. Gli ex alfieri della demolizione del Pci oggi occupano tutte le posizioni, dal Partito Democratico a Rifondazione Comunista ai Comunisti Italiani, col risultato che a Genova in consiglio comunale non vi sarà un solo comunista. Un fatto di fronte al quale mi sembra che Taranto e L?Aquila rappresentino una consolazione soltanto per il mio segretario nazionale. Ma ciò pone anche altri problemi. Si dovrà decidere l?atteggiamento del gruppo consiliare di fronte a una proposta del sindaco, al bilancio del Comune, a una delibera? Bene, da dirigente di Rifondazione Comunista non ho una sede democratica (cioè in cui si discute e si vota) in cui confrontarmi coi tre consiglieri sul da farsi e che soprattutto sia in grado di vincolare i loro comportamenti in Consiglio. Il che significa che la Sinistra Europea non è un partito, è burocrazia mascherata da partito e imbellettata di movimentismo.

Se Genova era un test nazionale sarebbe bene farne tesoro. Invece di premere il piede sull?acceleratore dell?unificazione a sinistra (e far finta di non vedere gli ammiccamenti di Mussi e Salvi ai postcraxiani Boselli e De Michelis) sarebbe bene fermarsi un attimo a fare il punto della situazione. Nessuno mette in dubbio la necessità di un processo di riaggregazione a sinistra. Le elezioni francesi ci hanno dato il segno di quanto i processi di frantumazione nell?area anticapitalista ne?intacchino la credibilità. Ma la prima questione è: riaggregazione sì, ma su quali basi politiche? E? il metodo che va capovolto. Invece di selezionare prima gli interlocutori di questo processo sulla base di un calcolo elettorale (?se vogliamo arrivare al 15% dobbiamo metterci d?accordo con questo, quello e quell?altro?) e poi definire i contenuti politici adattandoli alla necessità di tenere insieme tutti (?liberté, egalité, fraternité e delle privatizzazioni non se ne parla sennò va tutto all?aria!?) sarebbe un tantino più sensato definire prima una base politico-programmatica e a partire da questa selezionare gli interlocutori, a quel punto trovando anche delle mediazioni (mediazione non significa pateracchi!). Il secondo interrogativo è: riaggregazione sì, ma per fare cosa? Parafrasando chi diceva ?Datemi una leva e vi solleverò il mondo? il presidente della Camera e Diliberto oggi dicono ?Dateci l?unità e vi sposteremo Prodi a sinistra?. Ma trent?anni di conoscenza del personaggio e soprattutto un?analisi degli interessi materiali che stanno dietro ai presidenti del Consiglio e agli schieramenti politici che li sostengono ci dicono che per ottenere quel risultato non basterebbe neanche una gru. Oggi anzi Prodi, dopo la batosta, ribadisce su Repubblica di essere un genio incompreso e rilancia sulle politiche di taglio alla spesa pubblica (anzi si rammarica di non aver tagliato a sufficienza!), accusa di irresponsabilità i sindacati più filogovernativi della storia d?Italia, chiede che i ministri tacciano per sempre e lascino chiacchierare soltanto il suo chiacchierato portavoce unico, insiste sulla riforma delle pensioni e dice che gli italiani tra quattro anni (trascorsi al lavoro, senza ombra di dubbio!) apprezzeranno le meraviglie che certamente ne scaturiranno.

La sinistra oggi è di fronte a un bivio. O sacrificare tutto sull?altare della governabilità e diventare sempre più un conglomerato di comitati elettorali vieppiù integrati nell?apparato dello Stato o dire no a Prodi e fare opposizione alle politiche dettate al Governo da Confindustria, costi quel che costi. La teoria dei sistemi chiama feedback positivo quel meccanismo che tende a incrementare all?infinito una variazione che si verifica nel sistema. Sarebbe un fenomeno di feedback positivo un termostato che invece di ?regolare? la temperatura di una caldaia, cioè abbassare il livello di riscaldamento una volta che sia stata raggiunta una determinata temperatura, facesse esattamente il contrario. La scienza dice che il feedback positivo conduce i sistemi verso l?autodistruzione. La sinistra italiana oggi appare precisamente un sistema a feedback positivo. La deriva moderata mina le basi del tuo rapporto coi tuoi settori sociali di riferimento, che ti puniscono, e tu rispondi alla batosta spostandoti ancor più verso il centro. La sinistra quindi sta andando dritta verso l?autodistruzione. Il tempo che rimane non è molto. E? come se ci fossimo buttati dal culmine di un grattacielo: ormai siamo arrivati ai piani bassi. O lo si apre immediatamente o il paracadute non serve più. Il presidente della Camera e Diliberto non sembrano intenzionati ad aprirlo, forse anche perché loro di paracadute ne hanno ben altri. Noi dobbiamo prendere in mano la cordicella e tirare. Al più presto va aperta una discussione nella base della sinistra politica e sociale, una discussione che si sviluppi dentro e fuori quei partiti della sinistra che sono sempre più contenitori vuoti, per discutere della prospettiva della costruzione di una forza unitaria della sinistra anticapitalista in grado di dare voce e rappresentanza agli interessi dei lavoratori e dei ceti popolari, dei movimenti e delle forme di organizzazione del conflitto nei territori che si sono sviluppate in questi anni, da Scanzano a Melfi, dalla Val di Susa a Vicenza fino a Serre. Nella logica di costruire l?opposizione alle politiche neoliberiste, non di cambiarne le virgole e i decimali. A tutti quei soggetti politici e sociali che oggi tengono ferma l?idea di una sinistra in grado di assicurare massa critica e quindi credibilità a questa prospettiva, oltre ogni settarismo minoritario ma anche oltre ogni inciucismo cialtrone, proponiamo di costruire e di dare forma organizzata a questa discussione. Che facciamo il bastone e la carota di Prodi e Padoa Schioppa siamo stufi noi ma soprattutto sono stufi i lavoratori italiani.

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(Ansa) Inchiesta su Eni per truffa. Scaroni indagato

28 Maggio 2007 Commenti chiusi


GAS: PERQUISIZIONI ENI, ALTRE SOCIETA’ PRESUNTA TRUFFA
MILANO – Perquisizioni e acquisizioni da parte della Gdf di Milano sono in corso nel capoluogo lombardo e a Roma negli uffici dell’Eni e di altre società del settore energia per una presunta truffa sui sistemi di misurazione del gas. L’inchiesta è condotta dalla Procura di Milano.

SCARONI INDAGATO IN INCHIESTA PM MILANO
Il numero uno dell’Eni, Paolo Scaroni risulta fra gli indagati nell’inchiesta sulle misurazioni del gas avviata dai pm milanesi e che coinvolge anche Snam Rg e Italgas. Lo si legge in una nota del gruppo petrolifero.

ENI, INDAGINI NON SU MISURAZIONI BOLLETTE CONSUMATORI
Gli strumenti messi sotto indagine dalla Guardia di Finanza ”non incidono sulle misurazioni relative alla bolletta dei consumatori”. E’ quanto precisa l’Eni in un comunicato. ”Nell’ambito di un’indagine avviata lo scorso anno dalla Procura della Repubblica di Milano, sugli strumenti di misura del trasporto e della distribuzione del gas naturale utilizzati in Italia dalle imprese del settore – dice la nota del Cane a sei zampe – oggi il Nucleo della Guardia di Finanza ha operato un sequestro di documenti presso gli uffici di varie societa’ operanti in questo mercato, tra cui societa’ del gruppo Eni, con particolare riguardo a documentazione a partire dal 2003. Gli strumenti sotto indagine – continua la nota – sono i cosiddetti misuratori venturimetrici, da sempre utilizzati in Italia e all’estero, e che non incidono sulle misurazioni relative alla bolletta dei consumatori”. ”Per quanto riguarda il gruppo Eni le societa’ coinvolte sono Snam Rete Gas e Italgas. Tra le persone oggetto di indagine, oltre ad altri manager, risulta anche Paolo Scaroni, in qualita’ di legale rappresentante della capogruppo Eni Spa”, conclude la nota.

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Fincantieri: Giordano, no a Borsa e privatizzazione

26 Maggio 2007 Commenti chiusi


(Ansa) – Ancona, 25 mag, 14.50 ? Il Prc è «nettamente contrario» alla quotazione in borsa di Fincantieri, «perché è l?avvio di un processo di privatizzazione che distruggerebbe un patrimonio di risorse, tecnologico e umano». Lo ha ribadito il segretario di Rifondazione Franco Giordano, che oggi ha partecipato ad una manifestazione davanti allo stabilimento di Ancona del gruppo cantieristico.
«Questo ? secondo Giordano ? significherebbe una contrazione drammatica dal punto di vista dell?occupazione, smembrerebbe l?unità produttiva, che invece, al contrario, andrebbe sostenuta, rilanciata, riqualificata. Bisognerebbe fare una lotta contro la precarietà ? ha incalzato ? investire sul lavoro, non competere solo sul prezzo».

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Ma tu Luchino quanto ci costi?

25 Maggio 2007 Commenti chiusi


Pubblichiamo l’ultima parte di un articolo di Vladimiro Giacché, pubblicato 5 anni fa ma ancora interessante, intitolato “Cent?anni di improntitudine. Ascesa e caduta della FIAT”. Il testo integrale lo si può trovare all’inidirizzo http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=206. Tra i dati riportati da Giacché c’è quello relativo agli 11mila miliardi di lire che la Fiat ha ricevuto dai vari Governi che si sono succeduti negli anni ’90, di destra e di sinistra. Montezemolo ieri evidentemente ha avuto un’amnesia.

14. Considerazioni conclusive

1) La mutazione della FIAT: da società industriale a holding finanziaria di partecipazioni

Recentemente, il giornale della Confindustria ha proposto una tesi degna di nota: la crescita dell?indebitamento della FIAT “non è venuta tanto dalla FIAT Auto, passata dai 15 miliardi di euro di esposizione del 1997 ai 17,3 del 2001, quanto dal tentativo di sviluppare e diversificare il gruppo in altri settori per cercare di sostituire con questi la redditività decrescente dell?automobile. Invece di utilizzare la leva debitoria per tentare di riportare in carreggiata la gestione industriale degli autoveicoli, la FIAT ha cominciato ad investire in altri campi”. [1] Per converso, “dal 1995 la FIAT ha investito sulle quattro ruote assai meno dei suoi principali concorrenti”. [2]

Il punto è questo: dalla fine degli anni Ottanta la regìa delle scelte di investimento finanziario del gruppo è stata orientata verso settori diversi da quello dell?automobile, secondo una logica che privilegia investimenti a maggiore o più certa redditività.

L?elenco di questi settori di investimento è lungo. Ecco i dati essenziali:

a) Assicurazioni. Controllo al 100% della Toro Assicurazioni e tentativo (fallito nel 2002) di creare il secondo polo assicurativo italiano, impadronendosi anche di SAI e Fondiaria.

b) Banche. Gli Agnelli sono azionisti di due tra i principali gruppi bancari italiani: di Capitalia (ex Banca di Roma), tramite la Toro, possiedono il 6,6%; del Sanpaolo-IMI, tramite le finanziarie di famiglia IFIL e IFI, circa il 5%.

c) Grandi magazzini. Negli ultimi mesi del 2002 (cioè mentre esplodeva la crisi di FIAT Auto) le finanziarie di famiglia degli Agnelli, IFI e IFIL hanno lanciato un?OPA sulla Rinascente (che già controllavano), per un impegno finanziario di 180 milioni di euro.

d) Macchine di movimentazione terrestre. Controllo di Case New Holland.

e) Settore aerospaziale. Controllo di FIAT Avio.

f) Settore turistico. IFIL possiede il 100% di Alpitour, il 25% di Sifalberghi, il 7,2% di Club Med.

g) Telecomunicazioni. FIAT non è riuscita a tenersi la Telecom (nonostante gliene avessero graziosamente regalato il controllo, al tempo della privatizzazione, contro il possesso dello 0,6% del capitale). In compenso ha il 33% di Atlanet, controlla Edisontel (tramite Edison), ed è presente con una quota di minoranza in IPSE.

h) Energia. Nell?estate 2001 ha comprato (assieme alla francese EdF) la Edison, secondo produttore italiano di energia elettrica. Probabilmente è proprio questa la scommessa più importante fatta dalla FIAT negli ultimi anni. Sembra che Paolo Fresco, nel famigerato incontro ad Arcore del 2 ottobre scorso, abbia detto a Berlusconi: “fateci fare dieci nuove centrali elettriche e noi riassumeremo una parte dei dipendenti licenziati da FIAT Auto”. [3]

2) La scialuppa di salvataggio delle privatizzazioni

Nella fuga dall?auto verso altri settori, le politiche dei governi che si sono alternati al potere da dieci anni a questa parte hanno grandemente contribuito. In particolare, le privatizzazioni e (semi)liberalizzazioni, hanno dato un formidabile contributo a questo processo, consentendo a capitalisti industriali in difficoltà di dirigersi su mercati sottratti alla concorrenza internazionale, quali quelli delle imprese di pubblica utilità (le public utilities). Ottenendo un duplice, brillante risultato: la creazione di oligopolisti privati nell?erogazione di servizi di pubblica utilità e la distruzione del tessuto industriale del nostro Paese.

Può sembra un?affermazione eccessiva. Però ormai queste cose le ammettono anche i quotidiani finanziari. Ecco, ad esempio, cosa scriveva Giangiacomo Nardozzi sul Sole-24 Ore lo scorso 20 ottobre: “la grande stagione delle privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi dell?industria, offrendo occasioni di più facili profitti”. E il Financial Times, già il 31 maggio scorso, dopo aver parlato di “un declino inevitabile del legame affettivo [sic!] della famiglia Agnelli nei confronti del business dell?auto”, notava che tale tendenza è “accentuata dal successo degli Agnelli nell?acquisire forti business al di fuori del settore auto”.

A onor del vero, va aggiunto che la FIAT è in buona compagnia: fenomeni analoghi riguardano attualmente tanto il gruppo Pirelli (acquisto di Telecom), quanto il gruppo Benetton (Autogrill e Autostrade). È insomma l?intero gotha del mondo manifatturiero italiano che si trasforma in un “capitalismo delle bollette”.

3) Il basso costo del lavoro come unica leva competitiva

La “ritirata strategica” dal settore manifatturiero alle public utilities contribuisce a spiegare i mancati investimenti nel settore dell?auto, la politica di taglio dei costi senza respiro, la mancanza di una chiara e convinta visione strategica. Però non spiega come sia stato possibile per gli Agnelli credere (almeno sino al 2000 e all?accordo con GM) di poter mantenere comunque una presenza autonoma nel settore auto. A questo riguardo non vanno dimenticati gli incentivi pubblici, che hanno ritardato e occultato la crisi: basti pensare che soltanto negli anni Novanta la FIAT è stata destinataria di non meno di 11 mila miliardi di lire di agevolazioni pubbliche. [4] Ma è soprattutto un altro fattore che ha pesato nella scelta di FIAT di continuare sino all?ultimo su una strada rovinosa: mi riferisco alla riduzione del costo del lavoro, considerato come leva esclusiva per la competitività.

Di fatto, l?unica strategia perseguita con coerenza dalla FIAT in tutti questi anni, a partire dalla storica sconfitta operaia del 1980, è stata la compressione del costo della forza-lavoro. Attraverso salari tra i più bassi d?Europa nel settore, ed un uso molto spinto della cosiddetta “flessibilità”: licenziando e mettendo in cassa integrazione lavoratori assunti a tempo indeterminato, per sostituirli con il lavoro straordinario, con l?utilizzo di lavoratori precari e sottopagati e con l?esternalizzazione di parti sempre più importanti del processo produttivo. Il punto è che la FIAT, illudendosi di poter sostenere la competizione in questo modo, ha trascurato di fare i necessari investimenti in ricerca e sviluppo e si è trovata rapidamente fuori mercato. È importante sottolineare con forza questo aspetto della crisi FIAT. E questo per almeno due ordini di motivi. In primo luogo, perché l?ossessione del costo del lavoro e della flessibilità rappresentano uno dei più ricorrenti (e nauseanti) luoghi comuni della pubblicistica di questi anni. In secondo luogo, perché questa ossessione è stata riproposta proprio in relazione al caso FIAT – sfidando il ridicolo – da parte del governatore della Banca d?Italia e del presidente della Confindustria. In particolare al primo dei due, in quanto esperto di sacri misteri, vorremmo chiedere di spiegarci un fatto che ha del miracoloso: per quale motivo, pur essendo gli operai Volkswagen pagati un 30% in più degli operai FIAT, le Golf si vendono, e le Stilo no.

[1] G. Oddo, “La lunga marcia”, il Sole 24 ore, 17/10/2002 (corsivi miei). Vedi anche G. Bodo, “L?ansia di creare valore ha portato fuori strada”, Borsa & Finanza, 19/10/2002.

[2] V. Castronovo, “Le ragioni di Ghidella”, il Sole 24 Ore, 15/10/2002.

[3] Vedi L. Gianotti, “Dal 1980 in retromarcia. Un tramonto targato FIAT”, la Rinascita, 18/10/2002.

[4] Questa cifra, di fonte governativa, non tiene conto delle agevolazioni sulle joint venture tra imprese italiane ed imprese straniere, gestite dalla Simest, che sono destinate in gran parte a società “esterovestite” della stessa FIAT. Quindi il saldo totale dei trasferimenti dallo Stato alla FIAT è ancora superiore.

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(La Stampa) Bertinotti: la mia Cosa Rossa

24 Maggio 2007 Commenti chiusi


Ecco il manifesto scritto dal leader di Rifondazione: l’obiettivo è unire le forze a sinistra
RICCARDO BARENGHI
ROMA
E?il suo manifesto, il manifesto della sua ultima svolta. Quella definitiva. Non solo perché ha deciso di essere lui in persona il direttore della rivista, non solo perché nel suo editoriale non compare mai la parola comunismo (sostituito dal socialismo), ma soprattutto perché si tratta della base teorico-politica della sinistra radicale del prossimo futuro. I cui pezzi sparsi che oggi la compongono dovrebbero sbrigarsi a mettersi insieme. Lo scrive il Presidente della Camera, alias Fausto Bertinotti: «Non c?è solo un vuoto politico generale, ma c?è un vuoto politico anche a sinistra. E questo contribuisce a dilatare la crisi della democrazia. Questo vuoto politico può e deve essere colmato, in tempi relativamente brevi, da un nuovo soggetto della sinistra. Non si tratta soltanto di un impegno strategico, ma di una priorità».

Se ne deduce che Rifondazione comunista sia destinata a sciogliersi, «in tempi relativamente brevi», dentro questo nuovo soggetto, così come i Comunisti italiani, i Verdi, la Sinistra democratica di Mussi e tutti quelli che si considerano «A sinistra» (questo forse il nome della futura aggregazione) del Partito democratico. Ovviamente insieme a quei movimenti che, secondo Bertinotti, hanno segnato la storia politica e sociale negli ultimi dieci anni, in particolare quello «altermondialista» (i no global), «che da Seattle in poi è stato capace di mettere in discussione il potere economico che fino ad allora aveva operato incontrastato con modalità spesso occulte o invisibili». Il Presidente della Camera scende dunque in campo non solo nella politica di tutti i giorni (dalla quale non è mai uscito nonostante il ruolo istituzionale), ma direttamente nella costruzione del futuro della «sua» sinistra. Sa che non c?è tempo da perdere, e infatti scrive testuale: «Hic Rhodus, hic salta».

La rivista si chiama Alternative per il socialismo (Editori riuniti, 140 pagine, 10 euro), è un bimestrale e uscirà venerdì primo giugno. Nella redazione nomi noti alla sinistra italiana: Ritanna Armeni, ex giornalista del manifesto e dell?Unità, oggi conduttrice di Otto e mezzo; Rina Gagliardi, anche lei firma storica del manifesto, poi condirettore di Liberazione, oggi senatrice del Prc; Aldo Garzia, altro ex del manifesto, oggi scrittore di libri politici (Zapatero, Olof Palme), giornalisti del quotidiano del Prc come Angela Azzaro e Anubi d?Avossa Lussurgiu, sindacalisti come Francesco Garibaldo e Tiziano Rinaldini, sottosegretari come Alfonso Gianni, collaboratori del Presidente come Fabio Rosati e Giuseppe D?Agata, parlamentari come Franco Russo, intellettuali come Giacomo Schettini e Domenico Jervolino (vicedirettore).

Un think-tank che conosce la sinistra, ha una cultura politica radicata e radicale, e soprattutto esercita una certa influenza sul mondo di Rifondazione. Ma il pezzo forte è l?editoriale del direttore. Il quale si sforza di attualizzare il socialismo: l?unico orizzonte in grado di proporre «un?alternativa di società (il riempimento del vuoto) al cuore della civiltà europea aggredito da un processo di modernizzazione capitalistico, al cui centro sono la dilatazione e la pervasività del processo di mercificazione». Dunque, «anche se non siamo ?pasticcieri dell?avvenire?, possiamo provare ? e riprovare ? a pensare alla società socialista come una società nella quale i diritti e i bisogni, materiali e immateriali, sono universalmente garantiti in forma demercificata». Nell?attesa di questo mondo nuovo, c?è però da fare politica pratica. Anche per costruire quel nuovo soggetto caro al Presidente della Camera. Un lavoro delegato a chi dirige oggi Rifondazione, non a caso il segretario Giordano ha proposto un vertice di tutti i leader per il 30 maggio. Lui, Mussi, Diliberto, Pecoraro Scanio si incontreranno per la prima volta tutti insieme: discuteranno del percorso che potrebbe portarli nello stesso Partito, o almeno nella stessa lista, alle Europee del 2009. E anche di come fronteggiare da subito il Partito democratico «che si arroga il diritto di guidare il governo».

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Fiom: Fincantieri ora vuole 1,6 miliardi

23 Maggio 2007 Commenti chiusi


Pubblichiamo il comunicato della Fiom dopo l’incontro di ieri con Governo e azienda. Oggi è stata alta all’adesione allo sciopero di due ore proclamato dai metalmeccanici della Cgil in tutt’Italia. In Liguria i lavoratori hanno deciso di presentarsi alla prossima riunione del Consiglio Regionale, dopo che il viceministro De Piccoli ha dichiarato che sulla quotazione c’era l’accordo anche delle regioni interessate.

L?incontro di ieri a Roma governo Fincantieri sindacati
Fincantieri raddoppia
800 milioni non bastano più

Man mano che si discute del piano industriale che dovrebbe motivare la quotazione in Borsa della società si scoprono altre cose. L?ultima sorprendente novità è emersa ieri in un incontro al ministero dell?Economia tra governo azienda e sindacati per un approfondimento sul piano.

Nella fase finale del confronto l?azienda ha dichiarato che il suo fabbisogno finanziario è raddoppiato rispetto agli 800 milioni di euro richiesti finora. L?azienda ha ammesso che 800 milioni potrebbero essere reperiti anche senza entrare in Borsa, ma ha aggiunto che ha bisogno di una cifra ulteriore equivalente ?per finanziare il capitale circolante?, vale a dire per la sua normale attività.

Quanto detto finora, a partire dall?audizione alla Camera dello scorso 18 ottobre, quanto scritto nel piano presentato al governo, ai sindaci e ai sindacati è destituito di fondamento. Adesso Fincantieri raddoppia e spiega che gli servono altri soldi per le sue necessità operative.

E? evidente che questo elemento cambia tutta la discussione, tanto più che dalla vendita in Borsa del 48,5% delle azioni, secondo la valutazione del governo, Fincantieri dovrebbe ricavare 400 milioni, mentre altri 200 andrebbero all?azionista e quindi nelle casse dello Stato. Insomma, se il fabbisogno diventa il doppio tutta l?operazione è priva di senso.

Ma questa novità emersa ieri conferma la valutazione che la Fiom ha posto tra i punti centrali del Libro Bianco sul caso Fincantieri: l?azienda ha dei problemi industriali che devono essere affrontati e risolti, la questione della Borsa deve essere accantonata, il piano industriale deve essere riscritto da capo.

Del resto nell?incontro di ieri, cui erano presenti il sottosegretario all?Economia, Massimo Tononi, il capo di gabinetto, Parlato, e il presidente di Fintecna, Maurizio Prato, la direzione di Fincantieri non è stata in grado di controbattere nel merito alle osservazioni avanzate dalla Fiom sulla debolezza strategica delle scelte internazionali, sui limiti e sulle contraddizioni del piano di investimenti e della politica degli organici, sulla possibilità di reperire in altri modi le risorse necessarie, soprattutto sul fatto che il piano non risponde ai problemi industriali che si manifestano continuamente nei cantieri e che sono stati puntualmente documentati dalla Fiom nell?incontro di ieri. L?azienda ha consegnato una nota con alcune precisazioni che non modificano sostanzialmente il piano presentato.

Aprendo l?incontro di ieri, il sottosegretario all?Economia, Massimo Tononi, ha dichiarato che il governo prima di avviare l?iter per la quotazione in Borsa convocherà un incontro a Palazzo Chigi con i sindacati per formalizzare la sua posizione e cercare un possibile accordo.

La questione è ancora aperta: nessuna decisione irrevocabile è stata presa

- la raccolta delle firme, che ha già dimostrato che la maggioranza assoluta dei dipendenti della Fincantieri è contraria a questa operazione

- la mobilitazione di questi giorni; la diffusione e il dibattito sul Libro Bianco

- la preparazione dello sciopero e della manifestazione a Roma del 15 giugno

sono gli strumenti utili per far pesare la voce dei lavoratori

il coordinamento nazionale fiom del gruppo fincantieri

Roma, 23 maggio 2007

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Genova. I lavoratori delle ex municipalizzate incontrano la sinistra

23 Maggio 2007 Commenti chiusi


Pubblichiamo il comunicato stampa e il documento che lavoratori di Aster (manutenzioni) e Amga (acqua-energia) hanno prodotto in merito all’incontro di venerdì scorso con Prc, Pdci, Unione a Sinistra.

Comunicato Stampa

Venerdì 18 maggio presso la Sala Amga di Via SS. Giacomo e Filippo si
è svolto l?annunciato incontro tra lavoratori Aster e Gruppo Iride e il
Forum regionale delle Sinistre (Prc, Pdci, Unione a Sinistra). Alla
presenza di più di 100 lavoratori si è discusso delle prospettive di
sviluppo delle aziende ex municipalizzate e soprattutto del futuro dei
suoi lavoratori, alla luce anche delle novità legislative in materia
(Decreto Lanzillotta) e delle tensioni esplose qualche settimana fa in
particolare rispetto ad Aster. Renata Briano, Marco Veruggio e Roberto
Delogu hanno risposto positivamente alle richieste dei lavoratori in
merito alla difesa del carattere pubblico delle società, della loro
unicità, dell?occupazione e dei diritti dei lavoratori. In ultimo è
emersa concordemente la volontà di proseguire in modo permanente il
dialogo tra il Forum e i lavoratori delle società ex municipalizzate, a
partire da un prossimo incontro che si svolgerà dopo le elezioni
amministrative.

DOCUMENTO CONCLUSIVO INCONTRO CON IL FORUM DELLE SINISTRE
VENERDI? 18 MAGGIO 2007

Qualche anno addietro, il rifiuto delle politiche di liberalizzazione e privatizzazione da parte di settori consistenti dei lavoratori e di componenti della sinistra, poteva apparire come una ?posizione ideologica? vecchia e lontana nel tempo dalle dinamiche e dal contesto reale di sviluppo sociale ed economico.

Oggi, questo rifiuto, pur se articolato in modo non omogeneo, attorno alla difesa del ruolo pubblico in economia, trova ampia giustificazione e fondamento, soprattutto perché i cambiamenti introdotti dalla ?politica? neoliberista hanno avuto profonda incidenza nel tessuto sociale e produttivo del paese, caratterizzandone gli attuali assetti e condizionandone i futuri sviluppi.

Le politiche liberiste degli ultimi governi, attraverso atti legislativi, hanno direttamente o indirettamente consegnato al libero mercato ed alle sue regole, settori industriali e produttivi, servizi a rete d?interesse collettivo, senza che si sia realizzato alcun beneficio per la stragrande maggioranza dei cittadini, indipendentemente dalla loro appartenenza culturale e politica.

Al contrario, la catena di progressiva liberalizzazione ed esternalizzazione del settore pubblico e conseguente privatizzazione, ha determinato un inesorabile peggioramento della qualità dei servizi, della loro fruibilità diffusa, alla quale hanno corrisposto notevoli incrementi di tariffe, mentre sul terreno industriale e produttivo, pesanti ristrutturazioni hanno indebolito il mondo del lavoro, sia per forza contrattuale espressa sia per tutele e diritti.

Le privatizzazioni e le liberalizzazioni realizzate in settori importanti come la sanità, il trasporto, le autostrade, le comunicazioni, l?energia, non hanno prodotto migliori servizi a costi più bassi per i cittadini, mentre hanno determinato un generale peggioramento delle condizioni dei lavoratori in termini di sicurezza, precarizzazione del rapporto di lavoro, retribuzioni.

Abbiamo assistito in questi anni ad una massiccia operazione di trasferimento d?attività dal settore pubblico a quello privato a favore di potenti lobbies economico affaristiche, collegate in molti casi al mondo politico, le quali, oltre ad accaparrarsi rendite di posizione ben remunerate dalla pubblica amministrazione, hanno praticato su vasta scala – in questo favorite dalla legge 30 – dumping contrattuale a danno dei lavoratori e a scapito della qualità delle prestazioni erogate ai cittadini.

Sarebbe interessante chiedere ai fautori delle liberalizzazioni, com?è possibile coniugare politiche di risparmio, che tutti dicono di volere, e, al contempo, affidare la gestione di queste attività a soggetti privati la cui azione è inevitabilmente orientata a favorire consumi crescenti per realizzare maggiori margini di profitto.
Ancora, in funzione della crescita del mercato si è dato ampio credito,( PURTTROPPO ANCHE PARTE DELLA SINISTRA) ai presunti benefici derivanti da una piu? spinta ? libera concorrenza?,di fatto riconoscendo al?Sistema Impresa? il ruolodi motore unico dello sviluppo ec-soc.
In questa prospettiva, per favorire la crescita sono state condotte politiche di contenimento e riduzione del costo del lavoro (riduzione dell?occupazione, blocco turnover ecc.) accompagnate da un taglio della Spesa Pubblica che si è scaricato in gran parte sulla collettività.
Tutto ciò si è realizzato nonostante le azioni di lotta promosse dal Sindacato e sostenute dai lavoratori, dai movimenti che attorno a questi temi si sono piu? volte espressi.(es?)
In sintesi, semplificando, si puo? affermare senza essere smentiti dai fatti, che la politica neoliberista ha comportato nel Paese una generale redistribuzione della ricchezza prodotta ad esclusivo vantaggio di pochi soggetti sociali.

In questo quadro si collocano in ambito territoriale e cittadino gli avvenimenti, ormai noti, che riguardano le nostre Aziende Pubbliche (aster??ecc)

Iniziamo da ASTER, che, come si è detto, è giornalmente posta al centro d?attacchi reiterati, dalla lettura dei quali, si può evincere che l?azienda potrebbe divenire il banco di prova per aprire la strada a successive liberalizzazioni/privatizzazioni, attacchi che assumono il significato di una vera e propria campagna di critica e discredito nei confronti dei lavoratori e del ruolo che l?Azienda ricopre nell?erogazione dei servizi d?illuminazione pubblica, manutenzione del verde e della rete viaria cittadina, per conto del Comune.

Com?è noto ASTER, nata nel 1999 con la forma d?Azienda Speciale, attraverso l?esternalizzazione del personale impiegato nel polo manutentivo, per volontà della Giunta, si è successivamente trasformata in S.p.A. (60% Comune di Genova, 40% ex A.M.G.A. oggi IRIDE) mantenendo le prerogative e la missione per la quale era stata creata.

Ciò nel rispetto di un Contratto di servizio e di un protocollo d?intesa, sottoscritto dalla Civica Amministrazione e dalle OO.SS. per garantire, in un quadro normativo certo, il miglioramento, la continuità dei servizi erogati e per tutelare contrattualmente i lavoratori impiegati.

Oggi, questi atti costitutivi l?azienda sono ulteriormente messi in discussione dall?iniziativa condotta in campo giuridico legislativo, dalle organizzazioni d?impresa ASSEDIL e Confindustria, in questo supportate ed incoraggiate da un orientamento politico che tende ad accreditare l?idea per la quale solo il privato è in grado di migliorare il sistema dei servizi, fino ad oggi gestito da aziende a maggioranza pubblica. In questo quadro si collocano le iniziative intraprese da ASSEDIL e Confindustria, concretizzatesi in un ulteriore ricorso presso la Comunità Europea.

Pertanto, il caso ASTER si configura come pretesto ed occasione per accelerare la realizzazione di politiche liberiste che mirano a consegnare ai soli soggetti privati il ruolo di ?gestore unico?.
Per tali motivi, nel ribadire la necessità di una forte e qualificata presenza del settore pubblico in ambito economico, si ritiene necessario, nel caso specifico d?ASTER, il mantenimento degli accordi a suo tempo sottoscritti.

A partire da questi presupposti per noi indispensabili, gli scriventi ritengono utile definire un nuovo piano industriale in grado di soddisfare maggiormente le giuste esigenze espresse dalla cittadinanza mantenendo l?unicità d?ASTER.

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Di fatto,essendo Aster parte significativa del Gruppo Iride,ogni operazione di destrutturazione della stessa, inplica un cambiamento degli attuali assetti del Gruppo,rendendo piu? probabili ulteriori processi di liberalizzazione di servizi a rete di fondamentale importanza: Gas-Acqua.
A questo riguardo,
La vicenda di Iride rappresenta il percorso che ha visto cambiare la filosofia nella gestione e nell?erogazione di risorse fondamentali per l?esistenza stessa delle moderne comunità.

Quelli che erano definiti ?servizi pubblici? proprio in virtù delle loro caratteristiche di risposta ai bisogni di tutti i cittadini sono stati subordinati alle ?logiche del mercato? e quindi trasformati in erogatori di merce servizio. Acqua, gas, energia elettrica sono diventate delle merci la cui gestione ed erogazione deve svolgersi secondo logiche da impresa privata che rappresenterebbero il massimo dell?efficienza operativa! Nessuno ci ha ancora spiegato quali leggi scientifiche giustificherebbero questo concetto, diventato un dogma anche in tanta parte delle ?sinistra?.

Intanto si sta procedendo a regalare ai privati aziende, impianti, reti che solo l?intervento pubblico ha permesso di realizzare con conseguenze disastrose per la collettività: i servizi peggiorano, i costi aumentano, la concorrenza rimane un miraggio irraggiungibile! La verità è che le privatizzazioni rispondono soltanto all?avidità di profitto di un capitalismo che cerca occasioni guadagno fuori dai suoi storici ambiti. I servizi, diversamente dal passato, rappresentano oggi il vero motore dell?economia: pesano intorno al 70-85% del Pil complessivo e contribuiscono all?80-95% della crescita.
I governi italiani sono completamente subalterni a queste esigenze ed operano per facilitare al massimo l?ingresso dei privati in tutto quello che è pubblico, arrivando anche a creare le condizioni perché il funzionamento delle attività pubbliche sia ostacolato quando una qualche comunità si opponga alle privatizzazioni (vedi decreto Lanzillotta sui ?confini? degli ambiti delle aziende che si sceglie di mantenere Questo delirio privatistico, ingiustificato nella maggior parte dei settori verso cui si rivolge, è particolarmente sbagliato nel campo energetico e dell?acqua perché si tratta di risorse la cui disponibilità è sempre più scarsa e/o messa in pericolo da cambiamenti climatici ed inquinamento.
Non servono certo disquisizioni ideologiche per capire come una gestione rivolta al massimo del profitto realizzabile non si possa conciliare con le esigenze di risparmio, diversificazione ed accesso per tutti a risorse quali acqua, gas, energia elettrica. Per una sinistra degna di questo nome la priorità non può che essere quella di garantire una gestione pubblica di questi servizi!
Il capitale privato vuole impadronirsi di questi servizi, estremamente redditizi anche grazie agli investimenti pubblici nelle reti e nelle infrastrutture; investimenti che i privati non avrebbero mai fatto e che non vogliono pagare neppure in futuro, addossandone il costo alla collettività lucrerebbero anche sulle opere realizzate! E? questo l?obbiettivo che si nasconde dietro a certe pseudo ?garanzie? sul mantenimento della proprietà pubblica delle reti!
Il secondo aspetto caratterizzante la vicenda di Iride è pure questo comune a quanto accade nel mondo delle ex aziende pubbliche: per massimizzare i profitti si deve ridurre il costo del lavoro. Quindi diminuzione dei salari e peggioramento delle tutele contrattuali, aumento degli appalti, esternalizzazioni, riduzione del personale. Se poi peggiora la qualità del servizio erogato saranno ?problemi? dei cittadini che non riguardano i nuovi padroni delle aziende. Peraltro nelle leggi che si occupano, o si occuperanno, di questi settori scompare la definizione di cittadino per essere sostituita con quelle di consumatore, utente o risparmiatore. Quindi non più cittadini portatori di diritti da garantire attraverso la produzione e gestione di servizi pubblici, ma, al contrario, consumatori che si rivolgono al mercato per ?acquistare liberamente?quei servizi che, altrettanto ?liberamente? verranno prodotti dagli ?operatori economici?.
Inoltre se questi settori li obblighiamo a gare per aggiudicarsi in appalto la gestione dei servizi raggiungiamo vari obbiettivi: distribuiamo occasioni di profitto tra più imprese, demoliamo il potere sindacale dei lavoratori sempre più ?precari? rispetto al posto di lavoro e possiamo usarne il reddito come ?strumento? per vincere le gare che sono sempre al ribasso.
Un altro strumento per ridurre il costo del lavoro consiste nel ricorso ai vari tipi di contratto di cui ogni azienda può avvalersi. Inserimento, apprendistato, ripartito, ecc., col risultato i giovani neo assunti guadagnano tra i 700 ed i 900 euro mensili e con tutte le voci diverse della paga base inferiori ai colleghi più anziani (indennità, buoni pasto, turni).
Per concludere, solo un breve accenno al tanto temuto decreto Lanzillotta.
Sembra, infatti, essersi sbloccato l?iter del decreto stesso, grazie ad un accordo, che parrebbe essere stato raggiunto dalle forze di Governo.
Pur riservandoci di effettuare un?analisi approfondita sulle modifiche apportate al provvedimento, considerata la frammentarietà delle informazioni in possesso ed il non definito quadro generale, occorre evidenziare quanto sembra emergere dal decreto, cioè lo stop delle gestioni in house ed alle assegnazioni dirette a S.p.A. private di diritto, ma a totale controllo pubblico. Queste imprese, dovranno partecipare alle gare o cambiare denominazione, diventando aziende speciali, sulle quali, gli enti pubblici mantengono un controllo analogo rispetto a quello dei propri uffici.
Le Società miste (quale è ASTER) sembrerebbero le grandi sconfitte di questa partita giocata al Senato: queste Aziende non potranno più lavorare in house con gli enti pubblici, quindi, per spostare il discorso sulle nostre realtà, ASTER non potrebbe proseguire il rapporto in house con il Comune di Genova, a meno che non si trasformi nuovamente Azienda Speciale a totale controllo pubblico, ben sapendo, quali e quanti ostacoli insormontabili, la legislazione pone su questo percorso.
Questo è l’ultimo tassello che va ad inserirsi nel contesto delle problematiche connesse ad ASTER ed all?intero panorama delle aziende controllata dal Comune di Genova.
Anche in virtù di quest?ultimo aspetto, che riveste primaria importanza, assume ancora maggiore valenza l?invito che i lavoratori di ASTER e del Gruppo Iride rivolgono alla politica che ancora intende specchiarsi e riconoscersi nel mondo del lavoro, a difesa dei lavoratori e del bene pubblico che rappresentano le nostre aziende.
Vogliamo ricordare che l?esistenza d?ASTER è regolata e garantita dal Protocollo d?Intesa, sottoscritto il 5 ottobre 2004, tra Comune di Genova ed Organizzazioni Sindacali; di questo documento chiediamo il rispetto e mantenimento. In particolare, estrapoliamo alcuni punti del Protocollo d?Intesa che consideriamo irrinunciabili:
- la maggioranza delle azioni d?ASTER S.p.A. deve restare in capo al Comune di Genova e la Civica amministrazione dovrà governare l?Azienda e non limitarsi ad una funzione di regia.

- ASTER S.p.A. deve operare come una Società unica, assicurando lo sviluppo di tutte le sue linee operative.

- il C.C.N.L. applicato ai dipendenti deve rimanere il C.C.N.L. unico di Settore Gas e Acqua, nel cui rispetto dovranno svolgersi le relazioni industriali, così come devono rimanere in vigore gli accordi aziendali esistenti.

- la parte Pubblica dovrà operare in modo tale che ASTER, tramite il Contratto di Servizio, che deve acquisire maggiore dignità, riceva un corrispettivo economico adeguato alle attività svolte al fine di mantenere un livello di servizio corrispondente alle esigenze manutentive ordinarie e straordinarie e qualitative della città e i livelli occupazionali, comprensivi delle tutele e garanzie in essere.

I LAVORATORI ASTER/IRIDE

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Lettera aperta a Fausto Bertinotti

22 Maggio 2007 2 commenti


Caro Compagno, Signor Presidente

La gelosia, si sa , è un brutto sentimento.E non fa onore a dei pacifisti.

Ma dobbiamo confessare di averlo provato quando abbiamo letto le tue opinioni sui paracadutisti della Folgore. Non possiamo credere che tu voglia più bene ai parà che a noi pacifisti e pacifiste. Eppure le tue parole sono chiare:

“La Folgore? La migliore vetrina del paese……Questa missione è la migliore vetrina per lItalia Vi sono grato e sono orgoglioso di appartenere a questo paese Bisognerebbe che i politici ascoltassero questi militari, venissero qui in Libano a vedere la loro capacità di comprensione La loro è davvero una presenza militare di paceSe qui ci fosse una Ong, farebbe le stesse cose che fate voi mi sono proprio commosso a vedere le divise dellesercito con i bambini”

E allora siamo passati ad un severo esame di coscienza, e ci siamo accorti di averi davvero deluso.

Alcuni di noi, i migliori di noi, sono andati nei più vari teatri di guerra e di miseria, come i tuoi cari parà. Dove hanno sbagliato? Dovevano andare armati, farsi paracadutare, mettersi in divisa?

Ahimè, non cerano soldi per quella roba. E poi sembrava loro un tantino inopportuno presentarsi con il mitra o con il FAL, visto che volevano solo distribuire viveri e curare ammalati.

Non abbiamo una “preghiera del pacifista”, mentre , riconosciamolo, quella del parà è davvero bella.: Recita, tra laltro: “…..Se è scritto che cadiamo, sia! Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e fratelli innumeri,orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire……..E per noi,o Signore, il tuo glorificante sorriso”

Una preghiera commovente davvero, specialmente nella parte sullimmancabile avvenire! Ma non è colpa nostra se noi non ne possediamo una: siamo inguaribilmente pluralisti, è quelli di noi che sono pagani, cattolici, musulmani, atei o altro cercano di dimostrare con i fatti e non con le parole la bontà della propria ideologia.

Alla fine delle nostre riunioni non ci salutiamo gridando “Folgore!” Ci auguriamo semplicemente la buonasera. Mentre un grido marziale è una cosa davvero simpatica,che rinsalda lo spirito di corpo ed il senso di appartenenza…. Ma cerca di comprenderci: alla fine delle riunioni qualcuno/a di noi deve ancora lavorare ( i più fortunati), studiare, stirare, lavare….Abbiamo tagliato un po sulla coreografia, perdonaci.

Non abbiamo occupato pagine di cronaca con episodi come quello del paracadutista Emanuele Scieri caduto la notte tra il 13 ed il 14 agosto del 1999 da una torre per paracadute allinterno della caserma Gamerra di Pisa in un modo che ha lasciato molti dubbi. Ma non abbiamo caserme: solo sedi molto spartane, che paghiamo di tasca nostra. Pochissime le scale; pochissime le esercitazioni. Perdonaci.

E nonci siamo neppure fatti ritrarre in foto come quelle di Epoca e Panorama durante Restore Hope in Somalia (1993) che ritraevano una giovane somala terrorizzata e circondata da parà sghignazzanti.O quella con un ragazzo somalo steso a terra, mentre il sergente Valerio Ercole inizia la tortura con gli elettrodi ai genitali, dopo averlo bagnato per rendere più violenta la scossa. O quella di una ragazza violentata ed ancora un giovane incappucciato, legato con lo spago e trascinato via come fosse un animale.

Ma quando hai guidato la svolta nonviolenta di Rifondazione Comunista non ci hai spiegato che dovevamo fare dei prigionieri…..Perdonaci.

Norma Bertullacelli – a nome di alcuni pacifisti e pacifiste gelosi.

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