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Archivio Giugno 2007

Simoni (Unione Inquilini): il Dpef da’ uno schiaffo ai più disagiati

29 Giugno 2007 Commenti chiusi


Roma 28 giugno 2007

COMUNICATO STAMPA

CASA/SFRATTI: “OGGI IL GOVERNO PER GLI SFRATTATI HA SANCITO NON IL
PASSAGGIO DA CASA A CASA MA IL PASSAGGIO DA CASA A STRADA; HA DATO UN
CEFFONE A MIGLIAIA DI ANZIANI, PORTATORI DI HANDICAP, MALATI TERMINALI
ED UNA SBERLA AL TAVOLO NAZIONALE DI CONCERTAZIONE SULLE POLITICHE
ABITATIVE E A 4 MINISTRI CHE PENSAVANO DI LAVORARE AD UN PIANO CASA.

DICHIARAZIONE DI VINCENZO SIMONI, SEGRETARIO NAZIONALE DELL’UNIONE
INQUILINI

Oggi il Consiglio dei Ministri ha approvato il Dpef ed ha deciso come
utilizzare gli introiti derivanti dall’extra gettito.

Nel merito Vincenzo Simoni, Segretario Nazionale dell’Unione Inquilini,
ha dichiarato:

“Da oggi gli sfrattati per finita locazione che sono anziani, portatori
di handicap, malati terminali e famiglie con figli a carico sanno che
dal 14 ottobre prossimo saranno cacciati di casa, senza nuove proroghe,
senza alcun passaggio da casa a casa.

Agli ultimi, ai più disagiati il Governo ha dato un sonoro ceffone.

Loro, gli sfrattati, si erano illusi di un Piano casa, si erano illusi
che una misera parte del tesoretto (seicento milioni di euro) sarebbe
stato utilizzato per finanziare i comuni per dare loro alloggi e non
mandarli per la strada. La realtà è più amara.

Ma una sberla la ricevono anche i Ministri Ferrero, Di Pietro, Bindi e
Melandri che si sono impegnati per mesi in un tavolo con le parti
sociali addirittura tirando fuori un documento avanzato, che sembrava
rappresentasse realmente la svolta in Italia nelle politiche abitative.
Addirittura i 4 Ministri avevano discusso e condiviso con Anci e Regioni
il testo di un decreto legge che aveva il compito di affrontare
l’emergenza, anzi il baratro che si aprirà dal 14 ottobre con la fine
della proroga, con lo stanziamento di circa 600 milioni.

Quanto tempo perso, quante energie sprecate, quante aspettative abbattute!.

Auguri, Presidente Prodi; ne ha bisogno davvero, se sta riuscendo,
addirittura nelle teste di tanti precari della casa, a far passare
Berlusconi come uno statista equo e giusto.

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Fiom: Prodi privatizza Fincantieri per decreto

29 Giugno 2007 Commenti chiusi


La Segreteria nazionale della Fiom
e il Coordinamento nazionale Fiom
esprimono un dissenso profondo e motivato
nei confronti della decisione
di vendere Fincantieri
assunta con il Dpef dal governo

Il 28 giugno il governo ha fatto saltare l?incontro con i sindacati, rinviandolo al 18 luglio. Con un comportamento fuori da qualsiasi regola, la presidenza del consiglio ha comunicato ai sindacati il rinvio solo nella mattina, a poche ore dall?inizio di quello che era stato annunciato come l?incontro ?decisivo? a Palazzo Chigi.
Nel frattempo il governo ha varato il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) del 2008. Il documento, che è stato approvato all?unanimità dal consiglio dei ministri, prevede la vendita in Borsa del 48% delle azioni di Fincantieri e quindi l?avvio della privatizzazione del Gruppo.
Il governo ha dunque assunto una decisione senza neanche preoccuparsi di rispettare la forma, concludendo prima il confronto con i sindacati e, invece, convocando un nuovo incontro che si svolgerà a decisione già presa. E? l?atto finale di quella che sin dall?inizio è stata una non-trattativa.
Per la Segreteria nazionale della Fiom e per il Coordinamento nazionale Fiom del gruppo Fincantieri quella che è stata formalizzata ieri dal governo è una decisione sbagliata, che può provocare conseguenze economiche e sociali gravi, perché la collocazione in Borsa avrà l?effetto di logorare e distruggere la forza industriale di Fincantieri. Ma è anche una decisione che non tiene alcun conto dell?appello al presidente del Consiglio che ha raccolto l?adesione di oltre il 70% dei dipendenti della Fincantieri, dimostrando che l?operazione non ha il consenso sociale necessario, e neanche degli inviti a non bruciare i tempi che sono venuti dai sindaci e da altre istituzioni, a partire dalla Regione Liguria.

D?altra parte il solo argomento finora usato per giustificare la Borsa ? la necessità di reperire risorse per gli investimenti ? è stato smentito dallo stesso governo. Nell?audizione alla Commissione trasporti alla Camera del 7 giugno il sottosegretario all?Economia ha dichiarato che l?Azienda ha la possibilità di sfruttare nel quinquennio 2007-2011 risorse proprie per circa 600 milioni. Questa cifra corrisponde esattamente a quella indicata nel Libro Bianco della Fiom e ciò dimostra che la questione delle risorse è risolvibile senza la Borsa, anche perché nel frattempo sono cadute intere parti del velleitario piano industriale e il fabbisogno di 800 milioni dovrebbe essere ridotto di 1/3. Nell?audizione , però, il sottosegretario aggiungeva che l?Azienda avrebbe bisogno di altri 500-600 milioni, dei quali 400 verrebbero ricavati dalla quotazione. Ma se questa seconda affermazione è vera allora vuol dire che il fabbisogno di Fincantieri sarebbe aumentato del 50%, passando da 800 a 1200 milioni di euro. Del resto l?Amministratore delegato della Fincantieri, in uno degli ultimi incontri, aveva dichiarato che gliene servivano addirittura 1600.
Insomma, il fabbisogno di risorse di Fincantieri più che un?entità definita e giustificata sembra essere una specie di pozzo senza fondo.
Tutto ciò dimostra che la vera scelta strategica è quella della Borsa mentre il presunto piano industriale e il conseguente fabbisogno di risorse sono stati utilizzati come pretesti, per la verità sempre più deboli, per giustificare la quotazione.
La Segreteria nazionale della Fiom e il Coordinamento nazionale Fiom del gruppo Fincantieri esprimono un dissenso profondo e motivato nei confronti della decisione assunta dal governo con il Dpef e, tuttavia, non considerano con questo atto chiusa la vertenza. Tra la decisione di ieri e il suo effetto concreto e irreversibile ? cioè l?effettiva entrata in Borsa di Fincantieri ? ci sono ancora molti mesi e possono intervenire alcune variabili che, come lo stesso governo ha ammesso nell?audizione del 7 giugno, potrebbero far modificare questa decisione anche all?ultimo momento.
Anche per questa ragione la mobilitazione contro la quotazione in Borsa e la privatizzazione di Fincantieri, per un nuovo piano industriale che metta al centro le attuali difficoltà dell?Azienda e le possibilità di superarle, continuerà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi anche con iniziative del tutto innovative.
La raccolta di firme, il successo dello sciopero e della manifestazione a Roma del 15 giugno rappresentano un mandato dei lavoratori che la Fiom intende rispettare fino in fondo. Quando sono in gioco il futuro di un?azienda e di decine di migliaia di lavoratori non lasciare nulla di intentato è un diritto democratico ma è anche un dovere per il sindacato.

LA SEGRETERIA NAZIONALE FIOM-CGIL
IL COORDINAMENTO NAZIONALE FIOM-CGIL DEL GRUPPO FINCANTIERI

29 giugno 2007

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(Corsera) Cgil e Prc sulle pensioni sgomitano. La base preme su Giordano

29 Giugno 2007 Commenti chiusi


Il partito di Giordano pronto a una posizione dura per assecondare la base Pensioni, la Cgil in gara con Rifondazione Corsa a sinistra sulla trattativa. Il sindacato teme che un accordo con il governo possa essere rimesso in discussione dal Prc in Aula

ROMA ? All’ottimismo di Romano Prodi e di Tommaso Padoa-Schioppa si è contrapposto per tutto il giorno il pessimismo della Cgil e di Rifondazione comunista. E non è stato solo per bilanciare i messaggi del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia, ma anche per segnalarsi l’un l’altro ? il sindacato di Guglielmo Epifani e il partito di Franco Giordano ? che, nel campo di battaglia delle pensioni e del lavoro, nessuno avrebbe lasciato scoperto il fronte sinistro.
Giordano e il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, hanno cominciato dalla mattina presto a frenare rispetto a ipotesi di accordo, a ribadire che lo «scalone Maroni» non poteva semplicemente essere ammorbidito come spiegava il governo, ma che andava «abolito, come prevede il programma». A quel punto la Cgil ha cominciato a non sentirsi più garantita rispetto agli impegni presi da Rifondazione solo qualche settimana fa. E a dire il vero anche la Cisl e la Uil sono diventate sospettose, anche se a loro un eventuale scavalcamento a sinistra da parte dei massimalisti creerebbe molti meno problemi. Ma andiamo con ordine.
Un paio di settimane fa i vertici di Cgil, Cisl e Uil hanno incontrato i capigruppo delle sinistre radicali (Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica) ottenendo da tutti la garanzia che un eventuale accordo dei sindacati col governo non sarebbe stato rimesso in discussione in Parlamento e nelle piazze. Come dire: «Quello che va bene a voi andrà bene anche a noi e non vi creeremo problemi».
Poi però sono successe due cose che hanno un po’ cambiato il quadro. Prima il flop della manifestazione delle sinistre radicali a piazza del Popolo contro la visita del presidente americano Bush a Roma e secondo la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico. Entrambe le cose hanno rafforzato, soprattutto in Rifondazione, le posizioni più intransigenti, quelle che vogliono «recuperare il rapporto con i movimenti», «l’insediamento sociale» del partito e la sua connotazione di lotta. Posizioni che hanno fatto leva anche sul preoccupante calo di consensi registrato da Rifondazione alle elezioni amministrative.
Insomma, dalle parti di Giordano è suonato più di un campanello d’allarme sul fatto che la permanenza al governo è rischiosa. Questo non significa assolutamente che Rifondazione pensi di uscire, ma che appunto vuole essere ancora di più «partito di lotta e di governo».
Queste cose in Cgil le sanno benissimo, non fosse altro perché hanno in casa un pezzo di Rifondazione. Anzi, allargando lo sguardo a tutte le sinistre radicali, almeno metà del gruppo dirigente di Corso Italia fa riferimento a formazioni che stanno alla sinistra dei Ds e domani del Partito democratico. Mezza segreteria guarda alla Sinistra democratica di Mussi e Salvi. E lì guardano anche i vertici di categorie importanti come la Funzione pubblica, la Scuola, l’Agro Industria. Per non parlare della Fiom, i metalmeccanici, che hanno in segreteria Giorgio Cremaschi, esponente della sinistra estrema di Rifondazione.
Ecco perché l’insistenza di Giordano e Ferrero per «l’abolizione» dello scalone non è passata inosservata a piani alti della Cgil. Ed è montato il sospetto che le garanzie offerte qualche settimana fa non fossero più tanto sicure. Meglio premunirsi. L’altro ieri Epifani ha tastato il polso dell’organizzazione consultando la «delegazione alla trattativa» che, tanto per dare l’idea, è composta da tutti i segretari di categoria e tutti i segretari regionali.
Non solo. Per oggi alle 15 è convocato il direttivo, cioè il parlamentino della Cgil, che siederà praticamente in seduta permanente per valutare l’accordo. Epifani, insomma, vuole garantirsi il più possibile all’interno. E comunque, in uno degli ultimi incontri a Palazzo Chigi, ha annunciato al governo che la Cgil rispetto a un’eventuale intesa metterà per il momento una sigla provvisoria, in attesa del referendum dei lavoratori. Solo dopo il loro sì, Epifani firmerà l’intesa.
Ed è proprio il referendum la soluzione che, come nel ’95, dovrebbe consentire alla Cgil di confermare l’accordo (a maggioranza) e evitare che il no dei metalmeccanici (ci fu già sulla riforma Dini) e di altri pezzi della confederazione metta in discussione gli equilibri interni. Lo stesso referendum al quale potrebbero appellarsi Giordano per contenere i dissensi nel partito. Ma ieri sera Epifani ha chiesto anche un’ultima garanzia. Direttamente a Prodi: che l’accordo venga blindato con un decreto o con un disegno di legge sul quale porre la questione di fiducia. E impedire quindi ogni rilancio di Rifondazione.
Enrico Marro
27 giugno 2007

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Oltre il tavolo
Rc, Epifani e il fantasma dello scalone Diliberto: il presidente del Consiglio ha 7-10 giorni per l?accordo

ROMA ? Quando ieri mattina governo e sindacati hanno concluso l?accordo sulle pensioni basse, Guglielmo Epifani non c?era. È arrivato a riunione finita. Al suo posto la segretaria confederale Morena Piccinini. E anche se ciò è accaduto solo per il protrarsi di un precedente impegno l?episodio finisce per rappresentare metaforicamente lo stato della trattativa.
Ecco allora i leader della Cisl e della Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, che, uscendo da Palazzo Chigi soddisfatti, incontrano nel cortile un trafelato Epifani, che ai giornalisti sottolinea: «Sullo scalone aspettiamo una proposta dal governo. Ci deve far sapere in fretta ». Del problema dello «scalone», cioè di come mitigare l?aumento dell?età pensionabile da 57 a 60 anni previsto dalla riforma Maroni, invece, Bonanni e Angeletti non sembrano così interessati a parlare. Certo, si augurano che si arrivi a una soluzione, ci mancherebbe. Ma la questione non sta in cima ai pensieri dei capi di Cisl e Uil. Loro con il fantasma dello scalone, tutto sommato, possono pure convivere.
Per Epifani, invece, rischia di diventare un incubo. Da una parte la tranquillità, quella di Bonanni e Angeletti. Dall?altra l?inquietudine, quella di Epifani. Come quella di Franco Giordano e Oliviero Diliberto, rispettivamente segretari di Rifondazione e del Pdci. Non a caso mentre tutti commentavano l?imminente decreto a favore dei pensionati poveri loro lanciavano un ultimatum a Prodi sullo «scalone ». Il presidente del Consiglio, diceva Diliberto, ha «7-10 giorni per trovare l?accordo coi sindacati». E la capogruppo Manuela Palermi gli faceva eco: «Il governo decida il prima possibile l?abolizione dello scalone». Sulla stessa linea Giordano: «Nessuno pensi che si possa rinviare a settembre la partita». Del resto, Diliberto e Giordano non hanno scelta. La loro base preme. Sentite Fosco Giannini, della sinistra di Rifondazione: «Se non riuscissimo a conquistare l?obiettivo dell?abolizione dello scalone, saremmo alla consunzione del partito. Bene, sia chiaro che io in ogni caso manterrò la linea che senza abolizione dello scalone è crisi di governo».
Una minaccia non trascurabile visto che Giannini è senatore. Ma anche Epifani, che pure con i massimalisti non ha nulla da spartire e che vorrebbe un accordo ragionevole, non può fare a meno di incalzare il governo perché riprenda subito la trattativa. Anche lui ha una base che preme. Lo ha spiegato bene ieri il leader della Fiom di Torino, Giorgio Airaudo: «Qui in Piemonte molti lavoratori sono prigionieri dello scalone e sono pronti allo sciopero generale». Tempo una o due settimane e, se lo scalone sarà ancora in piedi, Epifani dovrà chiedere a Bonanni e Angeletti di passare alle «iniziative di lotta».
Ma per Cisl e Uil chiamare i propri iscritti in piazza dopo che i contratti pubblici sono stati rinnovati e le pensioni basse aumentate non sarebbe così semplice. «Contro lo scalone lo sciopero generale lo abbiamo già fatto con Berlusconi», ha più volte ricordato Angeletti. E Bonanni ha sempre detto che, fosse stato per lui, la questione non l?avrebbe riaperta. Ma il governo ha dovuto farlo per accontentare le sinistre radicali. Ora se la vedano Giordano, Diliberto, Epifani e Rinaldini, sembravano dire ieri mattina Bonanni e Angeletti uscendo da Palazzo Chigi.
Enrico Marro
29 giugno 2007

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Cina. 20mila contro la polizia a Shengzhou

29 Giugno 2007 Commenti chiusi


Hanno reagito alla violenza utilizzata dalla polizia per cercare di
sgomberarli dalle loro case destinate alla demolizione. Protestano
contro l’ordinanza di sgombero (tra loro una donna di 90, la signora
Zhang, che vive nella stessa casa dal 1949) e contro i risarcimenti
assolutamente inadeguati. Le notizie pervenuteci dicono che le squadre
di demolitori, di fronte alla reazione popolare, hanno dovuto fermarsi.
Non conosciamo eventuali ulteriori sviluppi. Ci sono stati almeno 20
feriti. Molte regioni della Cina nel mese di giugno sono state teatro
di violenti scontri tra la popolazione e la polizia. La demolizione di
vecchi edifici he lasciano posto a nuove immense speculazioni
immmobiliari sono un fenomeno che colpisce la Cina, come l’India e gli
altri paesi ad alto tasso di sviluppo capitalistico. E’ il rovescio
della medaglia del “miracolo economico” di cui parlano i giornali
occidentali. Notizia e foto sono tratte dal sito chinaworkers.info.

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(Ansa) Rifiuti: avviso di garanzia a Bassolino?

28 Giugno 2007 Commenti chiusi


RIFIUTI: A BREVE RICHIESTE PM PER BASSOLINO E ALTRI INDAGATI
NAPOLI – Saranno brevi i tempi per la formulazione delle richieste della Procura di Napoli nei confronti degli indagati nell’ambito dell’indagine sulla presunta truffa relativa al ciclo di smaltimento dei rifiuti che ha portato all’interdizione nei confronti di quattro società e al sequestro di circa 750 milioni di euro. Lo hanno annunciato i magistrati nel corso della conferenza stampa convocata per illustrare gli sviluppi della vicenda giudiziaria. Da quanto si è appreso, i pm titolari dell’inchiesta Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, coordinati dal procuratore aggiunto Camillo Trapuzzano, stavano attendendo l’emissione del provvedimento del gip Rosanna Saraceno per passare alla seconda fase del procedimento, quello a carico di 23 indagati ai quali nel settembre dello scorso anno furono notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari.

Tra gli indagati figurano, anche il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino, nella sua qualità di ex commissario di governo per l’emergenza rifiuti fino al febbraio 2004, Raffaele Vanoli, ex vicecommissario per l’emergenza, l’ex subcommissario Giulio Facchi, l’ex direttore tecnico Salvatore Acampora, nonché i responsabili di Impregilo (con i proprietari Piergiorgio e Paolo Romiti), Fibe e Fisia. La valutazione degli elementi fatta dal giudice per le indagini preliminari costituisce un passaggio fondamentale per i pm che hanno visto reggere al vaglio del gip l’impianto accusatorio soprattutto con riferimento all’ipotesi di truffa. Ciò rappresenta un punto a vantaggio della procura che dovrebbe quindi depositare tra breve le richieste di rinvio a giudizio.

Bassolino, come è sottolineato nell’ordinanza del gip Saraceno in riferimento alle imputazioni formulate dai pm , aveva i poteri di sovrintendere e assicurare “la cura e l’attuazione della corretta gestione dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, assimilabili e speciali”. Bassolino tuttavia per i pm, “non impediva, realizzava e consentiva la perpetua violazione degli obblighi contrattuali assunti dall’Ati affidataria in relazione alla gestione del ciclo dei rifiuti solidi urbani in Campania”. Omettendo, inoltre, di “promuovere e sollecitare iniziative volte a garantire il rispetto dell’obbligo contrattuale” di ricezione da parte della Ati di tutti i rifiuti solidi urbani, e omettendo “di intraprendere iniziative dirette a contestare e comunque impedire le accertate violazioni contrattuali da parte delle società affidatarie”.

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Comitato Verità e Giustizia scrive a Repubblica e Unità su Manganelli

27 Giugno 2007 Commenti chiusi


LETTERA APERTA AI GIORNALISTI DI REPUBBLICA E UNITA’

In qualità di presidente del Comitato verità e giustizia per Genova, vi scrivo per chiedere scusa.

Chiedo scusa a nome delle centinaia di manifestanti arrestati, feriti, umiliati e torturati nel mese di luglio del 2001 a Genova, nelle strade, nelle piazze, alla scuola Diaz, nelle caserme di Bolzaneto e Forte San Giuliano.

Noi allora non lo sapevamo che avremmo (dopo ben sei anni) causato l?allontanamento di De Gennaro dal vertice della Polizia italiana. Che quei giorni avrebbero macchiato la sua onorata carriera (anche se si tratta di una macchia davvero piccola, di quelle che il Ministro degli Interni, Amato, ha subito lavato nominandolo a capo del suo gabinetto). Che, per colpa nostra, De Gennaro sarebbe stato indagato per istigazione e induzione a falsa
testimonianza.

Giustamente nei giorni scorsi sui quotidiani La Repubblica e L?Unità avete ripetutamente sottolineato tutto l?orrore di questa faccenda incresciosa, ridando all?uomo ed al poliziotto tutta la sua onorabilità. E non siete stati i soli, numerosi parlamentari (di destra, di centro e di sinistra), a partire dall?on. Violante hanno fatto lo stesso. Perché De Gennaro è stato un capo della polizia ?bipartisan? nominato dal centro-sinistra, confermato dal centro-destra, nuovamente confermato dal centro-sinistra, un uomo ?quattro-stagioni? come la pizza.

E? vero, alla Diaz, abbiamo fatto di tutto per farci massacrare, fingendo di dormire, alzando le mani di fronte ai manganelli e chiedendo pietà. Abbiamo anche costretto un poliziotto a fingere un accoltellamento, altri a dover portare nella scuola due bottiglie molotov, altri a firmare verbali falsi, ma che altro potevamo fare? Mettetevi nei nostri panni e, cercate di non sporcarvi, perché sono ancora pieni di sangue. E il sangue, come ogni casalinga che si rispetti sa bene, non si lava facilmente.

Meno male che nel frattempo altri solerti poliziotti hanno provveduto a distruggere le due molotov!

E a Bolzaneto? Abbiamo fatto di tutto per costringere poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie, medici ed infermieri a divertirsi con noi. Non sapendo come passare il tempo, abbiamo giocato a nascondino, rimanendo anche dieci ore in piedi con le braccia alzate contro il muro e le gambe divaricate. Ma i nostri torturatori sono stati buoni con noi e non si sono nascosti tanto bene. Così si sono fatti scoprire, da noi e dalla Magistratura. Che risate ci siamo fatti mentre spaccavano la mano ad uno di noi e la cucivano senza anestesia, ci spruzzavano gas irritanti, ci accompagnavano al bagno con la testa per terra tra insulti e botte, ci minacciavano di morte e di stupro. Ancora mi piangono gli occhi al ricordo.

Ma non è stata solo colpa nostra. Siamo poi stati ingannati da quei ?terroristi? di Amnesty International che hanno dichiarato che a Genova c?è stata la più grande violazione dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra. E noi ci abbiamo creduto, voi no per fortuna.

Che ne sapevano noi, allora, che De Gennaro, Manganelli, Gratteri ed altri, avevano un solido trascorso nell?antimafia, addirittura a fianco di Falcone e Borsellino? Vi assicuro: non ce l?hanno detto, né alla Diaz, né a Bolzaneto, altrimenti non ci saremmo fatti massacrare e torturare con il rischio di rovinare la loro splendida ed onorata carriera. Meno male che il governo Prodi ha sistemato decorosamente De Gennaro e Manganelli. Oggi sull?Unità si parla di Gratteri come uno dei probabili vice e, giustamente, il giornalista ha tralasciato di scrivere che Francesco Gratteri è uno dei 29 imputati per il processo Diaz; ringrazio il giornalista per la dimenticanza, altrimenti avrei dovuto scusarmi anche con lui.

Chiedo scusa anche al dottor Manganelli, che non era a Genova nel 2001, anzi stando a quanto riportato dai vostri quotidiani era in ferie. Ebbene, sappiate che il 21 luglio, prima, durante e dopo l?irruzione alla Diaz, fu comunque in costante contatto con i dirigenti imputati, come lui stesso ha riconosciuto quando e’ stato chiamato in tribunale come testimone nel processo Diaz, il giorno 2 maggio del 2007. Per alcuni davvero non ci sono mai vacanze.

Per fortuna, nonostante tutto il casino che abbiamo fatto, né De Gennaro, né il governo Berlusconi, né il governo Prodi si sono lasciati sviare dalle nostre testimonianze. Infatti gli imputati, più alti in grado, per i fatti della Diaz e di Bolzaneto sono stati tutti promossi. Questori, vice-questori, dirigenti:

Gilberto Caldarozzi, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Filippo Ferri, Vincenzo Canterini, Alessandro Perugini.

A tutti loro, a De Gennaro, a Manganelli, ed a voi giornalisti di Repubblica e dell?Unità impegnati quotidianamente nel duro lavoro di informare correttamente gli italiani, ancora grazie!

Grazie a loro ed a voi abbiamo definitivamente capito cosa significano in Italia le parole: libertà, verità e giustizia.

Enrica Bartesaghi

Presidente Comitato verità e giustizia per Genova

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Ma la sanità?

27 Giugno 2007 Commenti chiusi


di Giorgio Barisone
Resp. Politiche Sociali Prc Savona

ma la sanità?Titolo che si può leggere come composto da tre parole e quindi presuppone una analisi ed una risposta che spieghi dove va la sanità nella nostra provincia e non solo, oppure si possono unire le prima due paroline ed ecco che la domanda si fa subito più tosta mettendo sotto esame le varie porcheriole che da troppe parti si stanno portando avanti, con la scusa della necessità di risparmi, e che paventano tagli e compressioni che saranno subite solo ed esclusivamente da utenti e lavoratori del servizio sanitario.
Per capire l?importanza della manifestazione dello scorso 23 giugno a Pietra ligure e l?ancora più importante nostra visibile partecipazione, è opportuno fare un piccolo passo indietro almeno sino all?inizio di questo mese quando, in Regione si è consumato il primo strappo voluto dall?Assessore Montaldo e dai DS i quali, bypassando l?accordo faticosamente raggiunto dai Sindaci di tutte la Amministrazioni della zona e dai lavoratori del Santa Corona che chiedeva di discutere con le comunità locali ogni prospettiva di interventi nell?ambito di una vera ristrutturazione regionale della sanità, hanno forzato mano e tempi tentando di far approvare l?inizio del percorso della sola deaziendalizzazione del Santa Corona.
Quel giorno, anche a seguito della forte mobilitazione che i nostri compagni impegnati quotidianamente impegnati sulla sanità hanno immediatamente attivato, la scelta del nostro Consigliere regionale Giacomo Conti di uscire al momento del voto ha consentito di far mancare il numero legale e di rinviare le decisioni concedendo ulteriore tempo alla mediazione ed alla discussione; peccato che chi già prima si era arroccato su posizioni ormai di svendita del Santa Corona non abbia voluto e saputo accettare il confronto con lavoratori e sindaci ed abbia portato a termine la prima parte del misfatto nella seconda riunione del Consiglio Regionale, con la conseguente giusta presa di posizione del nostro gruppo che conseguentemente NON ha partecipato al voto.
A tutto ciò ha fatto seguito la convocazione di una giornata per il Santa Corona lanciata dal Sindaco di Pietra (una delle poche amministrazioni della zona non in mano al centro destra) che ha immediatamente avuto l?adesione di tutti i Sindaci del comprensorio oltre che dell?RSU e dei sindacati confederali ed autonomi del nosocomio pietrese; alla richiesta del sindaco di non portare bandiere abbiamo consentito a condizione che non ci fosse NESSUNA bandiera di partito e, siccome tanto stupidi non siamo, abbiamo pensato di portarcele in borsa.
Preveggenza? No forse puro buon senso, in quanto al nostro arrivo il presidio era già tappezzato di bandiere di Forza Italia, di AN, di Alternativa Sociale, della Lega, ecc; a questo punto, come avevamo peraltro anticipatamente annunciato, abbiamo scelto di NON lasciare la piazza alla destra (anche perché degli oltre 1000 lavoratori e cittadini presenti tantissimi non si riconoscevano né in quei simboli né nel volantino della casa delle libertà) e quindi la sinistra era rappresentata solo dalle nostre bandiere del PRC (con compagni di Pietra, Loano, Ceriale, Spotorno, Vado, Savona) e dal PCL.
Abbiamo distribuito 500 volantini con le nostre posizioni molto chiare di difesa ad oltranza, non dell?azienda tout court ma, della funzionalità dell?ospedale Santa Corona, della professionalità degli operatori e della necessità di implementare servizi ospedalieri e territoriali e vi garantisco che il nostro volantino era veramente ben accolto e ?ricercato?.
L?episodio della contestazione al sindaco è durato lo spazio di pochi secondi, giusto il tempo che capisse che non era il caso di continuare a battere il tasto della presenza delle bandiere in piazza, mentre assai più corposa è stata la contestazione (praticamente dall?inizio alla fine del corteo), sempre e solo verbale anche se accalorata, nei confronti della presenza del Consigliere regionale Nino Miceli che è stata vissuta dalla stragrande maggioranza dei presenti come una pura e semplice provocazione.
Per concludere: se si vuole dire che la contestazione era di destra lo si faccia pure, ma almeno ci si renda conto che se tutti i ?contestatori? erano di destra ci sarebbe da sperare di non dover mai più andare ad elezioni in quella zona onde evitare qualche amara sorpresa; invece in merito alle bandiere, un poco per celia e un poco seriamente, non è mica colpa nostra se diessini e margheritini non sanno più bene che bandiera tirare fuori dall?armadio!

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W l’Italia stasera parla di Fincantieri

26 Giugno 2007 Commenti chiusi


Stasera alle 21,05 su Raitre la nuova trasmissione di Riccardi Iacona (ex Report) parla di un’azienda che va bene, Fincantieri, e che si vuole a tutti i costi portare in Borsa. Servizi e interviste dal cantiere di Monfalcone, il più grande d’Europa, ma anche da altri stabilimenti italiani.

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Controcorrente: il futuro del Prc lo decida il congresso, non Bertinotti

25 Giugno 2007 Commenti chiusi


Comunicato stampa

Fausto Bertinotti ha dichiarato a La Stampa ciò che ormai era chiaro a tutti tranne coloro che non volevano vedere. La “cosa rossa” significa lo
scioglimento di Rifondazione Comunista (a meno che ora qualcuno non voglia
avventurarsi in una stucchevole disquisizione sulla differenza tra
“superamento” e “scioglimento”) in un contenitore neosocialista. La
segreteria nazionale di Rifondazione ne esce “bacchettata” e di fatto
completamente delegittimata e il Partito si ritrova “commissariato” dall’ex
segretario nazionale. Franco Giordano trovi dunque uno scatto d’orgoglio per ribadire l’autonomia del Partito e avrà il sostegno della stragrande
maggioranza del suo quadro militante. Rifondazione Comunista non ha bisogno
di “padri venerandi e terribili” che la tengano sotto tutela. E’ un partito
che ha piena legittimità e capacità di discutere al suo interno del proprio
futuro e che entro breve si misurerà nel congresso più difficile della sua
storia.

Un congresso in cui siamo chiamati a decidere della sopravvivenza di un
soggetto comunista, anticapitalista, in grado di rappresentare le ragioni
sociali dei lavoratori e dei ceti popolari oppure il suo scioglimento in un
contenitore socialprogressista che abbandona i metalmeccanici per correre
dietro ai “fagiolini” e sostituisce le fabbriche col Monte Athos e le sale
di meditazione. A tutti coloro che pensano che oggi in Italia continui a
esserci bisogno di una sinistra coerentemente anticapitalista diciamo che
bisogna innanzitutto rompere col bertinottismo. Che significa oggi
innanzitutto non cedere sulle questioni sociali e politiche fondamentali, a
partire dalla trattativa sulle pensioni, su cui si profila uno sciagurato
accordo al ribasso, per proseguire con privatizzazioni, Tav, base Dal Molin, Legge 30. La ricomposizione a sinistra del Pd si fa a partire dai contenuti, non da alchimie elettoralistiche che gli stessi risultati elettorali finiscono per smentire impietosamente.

Genova, 25 giugno 2007

Marco Veruggio
Portavoce nazionale Controcorrente – Sinistra Prc

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(La Stampa) L’intervista di Bertinotti

25 Giugno 2007 Commenti chiusi


“Walter sa dialogare
Alla sinistra va bene”

Il presidente della Camera Bertinotti incorona Veltroni: strano che non sia stato scelto prima
RICCARDO BARENGHI
ROMA
Mancava solo lui, cioè Fausto Bertinotti, a dare il via libera a Walter Veltroni. Ma adesso eccolo qui. Anche perché il suo ok c?era già da qualche anno, cioè quando ancora si doveva decidere chi sarebbe stato il leader dell?Unione che avrebbe sfidato Berlusconi: e l?allora segretario di Rifondazione comunista disse nei suoi colloqui privati che scegliendo Prodi «abbiamo perso l?occasione. Avevamo il cavallo buono e invece l?abbiamo lasciato nelle scuderie…».

E oggi, è ancora buono quel cavallo oggi? Secondo il presidente della Camera sì, eccome. Buono come «leader del Partito democratico e pure come candidato premier del centrosinistra». Anche se su questo secondo aspetto la prudenza è d?obbligo: «E? evidente che non basta un Principe, servirà discutere del programma, dei contenuti, della nuova legge elettorale…». Però è evidente che con Veltroni Bertinotti si sente a suo agio.

Spiega infatti che il sindaco di Roma «è un personaggio che parla un linguaggio nuovo, un politico che anche se ha superato i cinquant?anni si propone come uno di nuova generazione, capace di raggiungere punte di consenso popolare incredibili». Insomma, «una grande novità, un candidato così naturale che semmai è bizzarro che non sia stato scelto prima». Stiamo parlando, per ora, di Veltroni come segretario – anzi presidente – del Partito democratico. Un partito che Bertinotti, al contrario di quel che si potrebbe pensare, vorrebbe forte e ben definito. «Ben venga il Pd, e lo facessero pure presto. Walter gli può dare quel profilo nettamente riformista che serve anche alla sinistra alternativa per potersi a sua volta caratterizzare e lanciare la sua sfida. Col suo arrivo nel Pd – spiega il presidente della Camera ai suoi interlocutori – si convinceranno anche quelli ancora titubanti che la cosa giusta da fare nel nostro campo è la Cosa rossa».

E qui tocca aprire una parentesi, perché il leader storico di Rifondazione continua a dimostrare la sua insoddisfazione per la lentezza di tutta l?operazione. Non gli è piaciuta per niente la polemica aperta dal gruppo dirigente del suo partito nei confronti di Liberazione che martedì scorso aveva commentato la conclusione della assemblea della Sinistra europea col titolo «Oltre Rifondazione?». Bertinotti, quel punto interrogativo l?avrebbe addirittura tolto, figuriamoci quanto piacere gli ha fatto la lettera del responsabile organizzativo Francesco Ferrara che rimproverava al direttore Piero Sansonetti di non rispettare la linea del partito. Un richiamo all?ordine che non ha gradito né nel metodo né nel merito: «Se non hanno capito che siamo già oltre Rifondazione, allora non hanno capito niente di quello che ho detto finora».

Chiusa la parentesi, eccoci a Veltroni candidato premier. Qui Bertinotti si fa appena appena più prudente per due ragioni. La prima è che chissà quando si andrà alle elezioni, e soprattutto se ci si andrà con l?attuale Unione; la seconda è che con lui la sinistra radicale dovrà discutere di tutto, proprio per evitare di ritrovarsi nella stessa situazione di oggi che vede uno scontro aperto tra la Cosa rossa e il cosiddetto timone riformista del governo. Tuttavia, il presidente della Camera sottolinea che «con Veltroni a Roma, il mio partito ha avuto sempre riconosciuto il suo ruolo». Spesso nota le differenze tra la gestione romana e quella bolognese: «Nella capitale il sindaco si è sempre comportato in maniera dialogante. Magari ha anche chiamato le ruspe per sgomberare i campi nomadi, ma non prima di aver trovato un?intesa. Ha sempre lavorato per stemperare le tensioni sociali». E non a caso definisce la politica del Campidoglio «il laboratorio Roma».

Insomma ce n?è abbastanza per capire che anche da Rifondazione arriva il via libera al sindaco d?Italia, tanto che lo stesso Giordano sottolinea la sua «antica amicizia con Walter. Lui è il candidato più autorevole, non solo per il Pd ma anche per Palazzo Chigi. E chi sostiene che noi soffriamo la sua discesa in campo, dice una sciocchezza: lui è il nostro interlocutore ideale, ognuno si tiene le rispettive identità ma si lavora su un programma comune con uno che sa mediare». Analoga la posizione del grande amico di Veltroni, Fabio Mussi: «A noi della Sinistra democratica interessa che il Pd non fallisca e penso che al Pd interessi il successo di una nuova aggregazione a sinistra. Perché se anche una sola di queste due gambe non camminasse, vincerebbe Berlusconi».v Un panorama dunque idilliaco, arriva il salvatore della patria e tutti, dal centro alla sinistra, applaudono felici? Fino a un certo punto, Giordano un paio di avvertimenti li lancia: «Sappia Veltroni che noi non accetteremo mai forme di semplificazione della rappresentanza». In altre parole? «No all?elezione diretta del premier e no a una legge elettorale col doppio turno». In poche parole? Proprio le due riforme che Veltroni considera decisive per poter fare il premier.

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