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Archivio Giugno 2008

(Liberazione) Veruggio: questo congresso è un referendum

28 Giugno 2008 Commenti chiusi

Troppi scontri interni e poca politica

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Veruggio (Prc Liguria): No a Fincantieri e Ansaldo in Borsa

27 Giugno 2008 Commenti chiusi
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(Repubblica) Un nuovo asse tra Cina e Arabia

17 Giugno 2008 Commenti chiusi

Rinasce la Via della Seta asse tra Cina e mondo arabo

Repubblica – 07 giugno 2008
L’ aeroporto di Hong Kong lancerà sul mercato una emissione di "obbligazioni islamiche", titoli strutturati in modo da non trasgredire il divieto dell’ usura contenuto nel Corano. L’ operazione non è banale: Hong Kong è la piazza finanziaria più importante della Repubblica Popolare, paese comunista che fino a tempi recenti imponeva l’ ateismo di Stato. L’ "Islamic Bond" corona un lungo corteggiamento. Sboccia un nuovo rapporto privilegiato tra la Cina e il Medio Oriente, due aree di iper-crescita che si affrancano dall’ Occidente. Il consumatore americano, tramortito dalla crisi dei mutui, non è più in grado di indebitarsi per assorbire quantità crescenti di made in China. Nell’ Europa stagnante la tentazione protezionista è all’ ordine del giorno. Si guardano con sospetto i "fondi sovrani" asiatici a caccia di acquisizioni fra le nostre imprese. Rivolta del Tibet e contestazioni olimpiche hanno aggiunto alle difficoltà economiche un disagio politico fra l’ Occidente e la Repubblica Popolare. Proprio mentre il 2008 rischia di far deragliare la locomotiva cinese, Pechino scopre di avere meno bisogno di noi. La sua salvezza spunta da una direzione molto antica: la Via della Seta. Lungo l’ asse che per oltre un millennio fu percorso dai mercanti orientali, arabi e persiani, oggi è boom di scambi. Europa e Stati Uniti vengono emarginati da aree che un tempo furono sotto la loro influenza strategica. L’ Arabia saudita, alleato cruciale di Washington nel Medio Oriente, quest’ anno esporta più petrolio in Cina che in America. I paesi del Golfo Persico – Arabia, Bahrain, Kuwait, Emirati uniti e Qatar – avviano grandi manovre per sganciare le loro monete dal dollaro a cui erano incollate da decenni. Seguiranno lo stesso modello di fluttuazione pilotata che Pechino ha scelto per il suo renminbi dal luglio 2005. Tra la Repubblica Popolare e il mondo arabo nasce un nuovo asse. Prima economico-finanziario, ma ben presto destinato ad avere una proiezione geostrategica. La rinascita di una moderna Via della Seta modifica i percorsi del commercio globale e i flussi di capitali. Nell’ ultimo decennio nessun’ altra area del mondo ha visto un simile boom degli scambi: +1.083% tra Cina e Medio Oriente. L’ import-export fra Pechino e il mondo arabo si è quindi più che decuplicato, raggiungendo i 240 miliardi di dollari. Gli Emirati arabi uniti stimano che questo commercio bilaterale sarà moltiplicato ancora per sette nei prossimi sette anni. David Rubenstein, uno dei fondatori del gruppo americano di private equity Carlyle (che grazie ai legami originari con la famiglia Bush ha solide basi in Medio Oriente), ha dichiarato che «il centro del mondo si sposta dall’ asse transatlantico Europa-Usa a quello che unisce due Asie, l’ Estremo Oriente e il Golfo Persico». E’ un legame che ha radici storiche antichissime: precedette perfino i viaggi di Marco Polo, in tempi in cui il commercio delle spezie, dell’ oro e dei tessuti pregiati creò una fitta rete di interessi tra l’ Impero Celeste e l’ Asia minore. Gli occidentali hanno sottovalutato i segni premonitori di questa convergenza. Abbiamo visto solo il petrolio, abbiamo creduto che l’ interesse cinese per il mondo arabo fosse unicamente dipendenza energetica. Oggi non è più così. L’ alleanza sino-araba si è estesa all’ edilizia, alle grandi opere infrastrutturali, al business del turismo e del trasporto aereo, al settore finanziario. Non sono soltanto le compagnie petrolifere cinesi ad affacciarsi a Ryad o Abu Dhabi ma anche i colossi delle telecom e dell’ informatica, le banche e i costruttori. E’ un ribaltone spettacolare sotto molti punti di vista. In mezzo secolo la proiezione internazionale della Cina ha cambiato di segno. Ai tempi di Mao Zedong la Repubblica Popolare si infilava nel Terzo Mondo per esportare il verbo rivoluzionario, accompagnandolo con la vendita di armi o la cooperazione di "medici a piedi scalzi". Oggi nel matrimonio che si celebra tra arabi e cinesi s’ incontrano le due zone del pianeta più ricche di capitali. Il surplus commerciale che Pechino accumula esportando jeans e computer, si sposa con le riserve valutarie che l’ Opec tesaurizza grazie al rialzo del petrolio. I nuovi Re Mida della finanza globale si situano lungo l’ asse che unisce la Cina al Medio Oriente. Sei dei principali dieci fondi sovrani del pianeta hanno le loro sedi tra il Golfo Persico e la Cina. Lo sganciamento delle monete arabe dal dollaro Usa è il sintomo di un lento ma inesorabile riallineamento di alleanze strategiche. L’ America è diventata un partner scomodo per gli Stati del Golfo. Dopo l’ 11 settembre 2001 la circolazione delle persone è meno facile. Le diffidenze verso l’ Islam e i timori sul terrorismo hanno costretto il gestore dei porti di Dubai a battere in ritirata, per l’ ostilità politica suscitata a Washington dal suo investimento in alcuni scali americani. La Cina è nel mirino per altri motivi: l’ impoverimento della classe operaia americana resuscita tentazioni protezioniste; i difensori dei diritti umani contestano le azioni di Pechino in Darfur, Birmania e Tibet; la crescente potenza tecnologica dell’ Esercito Popolare di Liberazione preoccupa il Pentagono. Queste paure hanno già fatto saltare due importanti investimenti cinesi negli Stati Uniti: l’ acquisto di una compagnia petrolifera californiana (Unocal) da parte dell’ ente di Stato China National Offshore Oil Corporation (Cnooc); e l’ ingresso della Huawei in una società elettronica che fornisce tecnologie all’ esercito americano. Le barricate che l’ Occidente minaccia di costruire contro la globalizzazione dirottano altrove i flussi di capitali. La società di consulenza americana McGregor – basata a Pechino – calcola che i ricchi investitori del Golfo Persico hanno ritirato dagli Stati Uniti 200 miliardi di dollari nell’ ultimo quinquennio. E si apprestano a trasferire 250 miliardi in Cina. Il gruppo Dubai Ports World si rifà dello smacco americano entrando come socio nel porto di Tianjin, lo sbocco marittimo più vicino a Pechino e il secondo scalo per container nella Repubblica Popolare. La Cnooc e la Huawei bandite dagli Stati Uniti hanno appena firmato contratti colossali nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti. Dubai e Hong Kong si uniscono per dare vita a un nuovo polo finanziario che sfida il tradizionale asse Londra-New York: centinaia di aziende asiatiche sono incoraggiate a quotarsi nelle Borse dell’ Estremo Oriente e del Golfo Persico, meno esigenti in fatto di corporate governance. Tra queste due aree del mondo in crescita, non ci sono frizioni sui diritti umani, il dumping sociale, le conquiste sindacali dei lavoratori, le regole ambientali. Le ragioni del business prevalgono, i governi appoggiano le alleanze fra capitalisti (spesso di Stato). E’ una curiosa forma di laissez-faire dirigista, dove un protagonista potente sono i fondi sovrani che gestiscono le riserve valutarie delle banche centrali. Dietro però c’ è anche una solidità dell’ economia reale, che l’ Occidente ha sottovalutato. Le classi dirigenti del Golfo Persico tentano di non ripetere gli errori che fecero negli anni 70, quando i proventi del primo choc petrolifero furono sprecati senza generare uno sviluppo durevole. L’ alleanza con la Cina serve a costruire infrastrutture, a modernizzare, a imitare un modello si successo. Cinesi e arabi hanno in comune immensi bisogni da soddisfare, centinaia di milioni di consumatori che accedono a un benessere nuovo. E che, a differenza degli americani, non si sono indebitati fino al collo; né hanno investito i loro risparmi e i loro fondi pensione in strumenti derivati. (1 – continua) – FEDERICO RAMPINI

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(Reuters) L’Irlanda boccia il Trattato di Lisbona

14 Giugno 2008 Commenti chiusi
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Fiom: Fincantieri. Ci risiamo…

13 Giugno 2008 Commenti chiusi

 

Adesso volete svendere ai coreani anche Fincantieri?

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(Rassegna sindacale) La trappola dei fondi sovrani

10 Giugno 2008 Commenti chiusi
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Congresso Prc. Interviene Claudio Bettarello (ex mozione 4)

10 Giugno 2008 Commenti chiusi
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(Rapubblica) Italiani e immigrazione. Un’indagine di I. Diamanti

9 Giugno 2008 Commenti chiusi
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(Repubblica) Speculazione finanziaria e boom del petrolio

9 Giugno 2008 Commenti chiusi
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Liguria. La mozione Pegolo-Veruggio al secondo posto tra i dirigenti

9 Giugno 2008 Commenti chiusi
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